domenica 28 maggio 2017

Il caso D'Alema, da Nanni Moretti ai nostri giorni


Dai tempi della famosa battuta in "Aprile" di Nanni Moretti ("D'Alema, di' qualcosa di sinistra") c'è un politico che divide e fa discutere gli italiani che si appassionano a questi argomenti. D'Alema è uno che si ascolta e si bastona anche volentieri: negli ultimi due giorni, una lunghissima e interessante sua intervista, da parte di Aldo Cazzullo sul "Corriere della Sera" (che vi ammollo più sotto) è stata seguita da un malizioso commento su "Repubblica" di Sebastiano Messina: che gli fa le pulci per ogni dichiarazione, sostenendo in pratica che Leader Massimo, nelle parole che leggerete qui, non fa che criticare comportamenti altrui che però in altri tempi sono stati i propri. 

Comunque la si pensi, una lettura interessante, anche piena di verità.

Dal "Corriere della Sera"
Di Aldo Cazzullo.

Massimo D’Alema, valeva la pena fare tutto questo per fondare un partitino del 3%?
«Ognuno deve fare quello che corrisponde ai propri valori. Meglio prendere il 3% a favore di ciò che si ritiene giusto che il 20 a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande».

Era proprio inevitabile la scissione?

«Inevitabile e persino tardiva. Bisognava farla prima: era matura già con il Jobs Act. Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra e prima ancora agli interessi del Paese. Il renzismo non è stato che il revival del berlusconismo».

Non le pare di esagerare?

«Meno tasse per tutti. Bonus. Abolizione dell’articolo 18. Financo il ponte sullo Stretto. Mi stupisco che Berlusconi non si rivolga alla Siae per avere i diritti d’autore. E per due anni e mezzo si è paralizzato il Parlamento per una riforma costituzionale confusa, spazzata via dal popolo; e per una legge elettorale incostituzionale, frutto di un mix di insipienza e arroganza».

Alla Siae il copyright dell’arroganza è suo.

«No. Io posso essere arrogante con i prepotenti; non mi permetterei mai di esserlo con l’interesse del Paese. Renzi ha imposto una legge elettorale solo per la Camera, dando per scontato che il Senato venisse abolito. Ora siamo alla vigilia delle elezioni e la legge elettorale non c’è. Il fallimento del renzismo non potrebbe essere più totale; ma nessuno ha il coraggio di scriverlo, per non fare la fine di Campo Dall’Orto».
Si lavora a un accordo sul modello similtedesco.
«Un vero maggioritario, sul modello del Mattarellum, lo avremmo apprezzato. Ma in commissione è stata approvata una legge escogitata dal senatore Verdini, che con il Mattarellum non ha nulla in comune. Si vota con un’unica scheda, su cui tutti i partiti presentano il loro simbolo; però collegio per collegio possono decidere di presentare anche un candidato. Una legge immorale, che genera accordi di potere di natura notabilare, ricatti, condizionamenti: in venti collegi do via libera a Verdini, ad Alfano garantisco che nessuno si presenterà contro di lui ad Agrigento… Questo nella tradizione italiana si chiama trasformismo. Torniamo all’età giolittiana senza Giolitti, ma con tanti piccoli Depretis".

Perché ce l’ha tanto con Verdini?

«Sono i magistrati che ce l’hanno con lui, non io. È un uomo intelligente. Renzi si è scelto un consigliere di qualità: un professionista. Che però non esprime l’idea di rinnovamento del Paese cui penso».

Renzi e Berlusconi trattano sul proporzionale con sbarramento al 5%.

«Rispetto a un pastrocchio, meglio una soluzione europea; ma il vero modello tedesco avrebbe bisogno di modifiche costituzionali, come la sfiducia costruttiva».

Oggi a sinistra del Pd ci sono tre partiti: il vostro, quello di Pisapia e quello di Vendola. Vi metterete insieme?

«C’è molto altro. Ci sono i comitati per il No di Zagrebelski, c’è un pezzo importante di società civile, il mondo del cattolicesimo democratico. Sono forze che devono unirsi in un’alleanza per il cambiamento, aperta a tutti quelli che vogliono dare vita a un programma di centrosinistra».

Quanto potrebbe prendere questo nuovo partito?

«L’alleanza per il cambiamento ha una potenzialità che va molto al di là della somma delle singole forze. Dovrebbe nascere da un processo costituente, attraverso la rete e una serie di assemblee, con una grande consultazione programmatica. E dovrebbe comportare elezioni primarie sia per l’indicazione dei candidati (un punto forte dell’intesa Berlusconi-Renzi è il mantenimento delle liste bloccate), sia per la scelta di una personalità che guidi questo processo».

Pisapia?

«Chiunque sia deve essere scelto dai cittadini. Io non sono candidato».

È una fortuna, visto che Renzi non vuol fare accordi con un partito in cui ci sia anche lei.

«Il suo modo dilettantesco di governare ha creato danni enormi al nostro Paese. Che piaccia o no a Renzi, D’Alema c’è: se ne faccia una ragione. L’Italia ha bisogno di una svolta profonda e di una nuova politica economica, incentrata sugli investimenti. Siamo l’unico Paese che la commissione europea critica da sinistra, chiedendoci di rimettere l’imposta sulla prima casa almeno ai ricchi».

Ma ha risposto di no Padoan, uomo un tempo a lei vicino.

«Il primo a dire di no è stato Renzi; Padoan si allinea, e mi rattrista. Renzi si è convinto che, declinando Berlusconi, il vero compito del Pd fosse eliminare la zavorra a sinistra e occupare il centro del sistema. Il messaggio era: vi porto al potere e ci resteremo vent’anni. Ecco il grande miraggio che ha sedotto un intero ceto politico».

Compresi quasi tutti i dalemiani.

«E con questo?».

Forse in Renzi c’è qualcosa anche di D’Alema. Pure lei voleva superare l’articolo 18 e si scontrò con Cofferati.

«Proposi due anni di franchigia per le aziende che crescessero oltre i 15 dipendenti. Un’idea intelligente, che a regime non avrebbe ridotto ma esteso le tutele per i lavoratori. Il problema dell’Italia non è la flessibilità del lavoro, garantita fin dalle norme Treu. Il problema è la scarsa produttività. La precarizzazione non lo risolve; lo aggrava».

Se Renzi è un tale disastro, perché ha stravinto le primarie?

«Perché non ha detto la verità sul suo progetto: allearsi con Berlusconi. Del resto, il suo modello è House of Cards, e uno dei cardini della sua politologia è non dire la verità. Ma l’ammucchiata di forze “responsabili” mi ricorda più Razzi e Scilipoti che Moro e Berlinguer. Una parte secondo me maggioritaria del Pd vuole il centrosinistra. Il “Renzusconi” non mi pare molto popolare, anzi tirerà la volata a Grillo».

Bersani con Grillo vorrebbe dialogare.

«La gente vota Grillo non perché è impazzita, ma perché è indignata dalle ingiustizie: se non paghi il mutuo ti portano via la casa; ma se un imprenditore non restituisce il miliardo che ha avuto in prestito non perde nulla, e le banche vengono ricapitalizzate con il denaro dei contribuenti. Nell’ambito di una ricerca il 28% dell’elettorato dei Cinque Stelle si è detto di sinistra; ma dichiara di votare Grillo perché la sinistra non c’è più».

Cinque Stelle costola della sinistra?

«Stiamo lavorando per offrire agli elettori una proposta alternativa di sinistra. Ma, attenzione: i 5 stelle non sono percepiti come il Front National. Marine Le Pen non ha sfondato grazie a Mélenchon, che ha intercettato parte del voto operaio. Se uno vede la Torino della Appendino e del trionfo del Salone del libro, non gli viene in mente il fascismo».

Meglio Grillo di Renzi?

«Né Grillo, né Renzi. Noi vogliamo offrire al Paese un’altra scelta».

Anche lei è favorevole al reddito di cittadinanza?

«Parlerei di reddito di inserimento: una formula più selettiva e più sostenibile. Ma il messaggio rivolto alla parte più debole del Paese è importante. Nel dopoguerra non si era mai visto un tale livello di disuguaglianza sociale. Cinque milioni di italiani non sanno se domani avranno da mangiare. Altri rinunciano a curarsi perché non possono pagare i superticket; infatti l’aspettativa di vita decresce. E il governo ha stanziato il bonus libri per tutti i diciottenni, compreso il figlio del professionista; che i libri se li può comprare, oppure leggere nella biblioteca di papà. In queste condizioni, come stupirsi se la gente vota Cinque Stelle? Dobbiamo offrire un’alternativa a chi vuole esprimere un voto di protesta o astenersi».

Che idea si è fatto del caso Boschi?

«Si dovrebbe fare la commissione d’inchiesta sulle banche, quella che il Pd dice di volere ma in realtà boicotta. Conoscendo de Bortoli, sono incline a pensare che la sua versione sia vera. Se Ghizzoni la confermerà, la Boschi dovrebbe andarsene. Mi domando se non si configurino un abuso di potere e un reato ministeriale».

Come sta governando Gentiloni?

«Meglio di Renzi; ma non ci voleva molto. Ci è stato detto che dovevamo turarci il naso e votare Sì al referendum perché Renzi era insostituibile. Renzi è andato via e non c’è stato il diluvio. In realtà siamo tutti sostituibili, compresi Renzi e Gentiloni. Considerata la qualità del governo del Paese, non è difficile pensare che possano essere sostituiti in meglio».

sabato 27 maggio 2017

Cosa c'era di diverso in Biblioteca il 24 maggio 2014




Dice l'Asesur, sulla Periferia (che di lui scrive "... sta dimostrando sempre più di lavorare per il bene culturale di questa realtà della bassa Vercellese..").
Ricordando le gesta antecedenti al 2009, dopo aver esaltato l'abbattimento del muro del parco Tournon, "luogo di delinquenza e spaccio", riassume dunque l'Asesur: "Si è così proceduto alla rivisitazione della Biblioteca ed eravamo riusciti ad avere più di 13 mila utenze. Un buon risultato per un comune che contava 8 mila abitanti. Tutto questo grazie ad iniziative ed eventi. Quando siamo tornati, la situazione era diversa...". 
Diversa, nel senso che c'erano i volontari: sapete come sono a volte le casse, o mangiare la minestra o saltare la finestra. Eppure avevo messo su una bella rassegna di scrittori in città con tanto di aperitivo, qualcuno se ne ricorderà no?

Ora  finalmente in Biblioteca c'è una cooperativa, e che Dio benedica per questo  Giuseppe Arlotta (finita la campagna di denigrazione, tagliati i capelli ai riottosi, i fondi sono tornati).

Ma io so che cosa davvero ha trovato di diverso, nel 2014, l'Asesur. Non ha più trovato per esempio la polvere sulla sua scrivania, né lo stato di abbandono e il disordine che albergavano nel suo ufficio, né gli scatoloni con il Fondo Casalone: che sono stati vuotati, e il contenuto ripulito e archiviato con amore, guardacaso dopo il 2009 e prima del 2014. Ah, signora mia. 



lunedì 22 maggio 2017

Se i politici imparassero da Enrico Mentana


Le notizie muoiono in fretta, ma la sostanza rimane. Quello che leggerete qui sotto, è lo sfogo di Enrico Mentana, secondo me il più bravo direttore di TG degli ultimi vent'anni, e infatti uno che usa la prudenza con prudenza, e dice pane al pane. Un atteggiamento che non è per esempio da politici, ma spesso neanche da direttori di Tg.
Qui sotto, sulla sua pagina Facebook, Mentana sfoga la propria amarezza nei confronti di tutti quelli che hanno criticato ("al veleno", dice lui) sui social la manifestazione di Milano dei giorni scorsi per l'accoglienza dei migranti: e risponde per le rime, accusando di ignavia e di indifferenza civica i numerosi critici della giornata: i cui concetti vengono spesso espressi anche sui nostri blog cittadini. 




Dal Facebook di Enrico Mentana
Sui social tanto tanto livore per chi manifesta a Milano oggi. 
Si può non essere d'accordo in nulla con le ragioni di chi marcia, ma perché tutto questo veleno? 
Perché un odio così forte verso l'idea di accoglienza? 
Perché tutte quelle litanie sul sostegno che invece non si darebbe agli italiani poveri?

Chi non lo darebbe, l'Unicef? Emergency? La Caritas? O invece, molto più probabilmente, una buona parte degli stessi autori dei commenti? 
Vi rode forse che tutto questo avvenga nella città che è stata sempre l'emblema dell'accoglienza, negli anni delle migrazioni dal sud, che tuttora accoglie più di tutti, e ciò nonostante produce occupazione e sviluppo? Vi piacerebbe che le cose andassero male, che la festa si trasformasse in qualcos'altro. 
Non avete mai mosso un dito contro mafiosi e camorristi, contro gli evasori e i corrotti, sbraitate solo quando acciuffano un politico ladro, purché della parte opposta alla vostra, avete fatto il tifo per la banda di Romanzo Criminale e i Savastano di Gomorra, parcheggiate in seconda fila e ve ne fregate della differenziata, e però per voi la vergogna sono quei manifestanti di Milano. Non concepite che uno possa aiutare chi ha bisogno, 
 infatti diffondete la calunnia che le Ong siano spinte dal lucro e dal malaffare. 
Mi sono chiesto per tanto tempo come sia stato possibile che da noi, 80 anni fa, le leggi razziali siano state varate e attuate senza nessuna reazione popolare. 
Ma come, noi, gli "italiani brava gente", restammo zitti, e anzi partecipammo con zelo alla loro applicazione, alcuni fino alle estreme conseguenze?
Grazie a voi, al cinismo ferino delle vostre parole, ho potuto capire di chi siete ideali eredi. E siccome, è cosa nota, la storia si ripete in farsa, magari arriverà il giorno, come avvenne dopo la Liberazione, in cui cancellerete in fretta e furia i vostri tweet e correrete a giurare e spergiurare che quel 20 maggio a Milano, a manifestare per una buona causa c'eravate pure voi..

domenica 14 maggio 2017

Il "Corriere": "Renzi non ha elaborato la sconfitta del Referendum"

Si può pensare naturalmente ciò che si vuole, ma dopo la vittoria delle Primarie per Matteo Renzi non sono cominciate rose e fiori, anzi. L'ennesimo caso Boschi riportato alla ribalta nel libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e giornalista con la schiena dritta, è un ulteriore colpo alla sua immagine. Il fondo della domenica dell'attuale direttore del quotidiano milanese, Fontana, fa il punto sulla situazione, sul conflittone di interessoni della Ministra, e ripercorre gli accadimenti per i più distratti.
Qui l'articolo

Luciano Fontana
Il rapporto tra informazione e potere politico sta vivendo in questi giorni un’altra puntata singolare. Si evocano complotti, complicità, ossessioni. Un calderone dove scompare il merito, si prendono strade laterali per non rispondere a interrogativi molto chiari e semplici.

Riassumiamo: nel libro, appena pubblicato, dell’ex direttore e attuale editorialista del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli si racconta di un intervento, nei giorni caldi della crisi di Banca Etruria, di Maria Elena Boschi presso UniCredit (e il suo amministratore delegato Federico Ghizzoni) per sollecitare il salvataggio dell’Istituto di credito toscano in bancarotta.

La ministra non ha alcun titolo per occuparsi della vicenda, anzi ha un ostacolo insormontabile: suo padre è il vicepresidente della banca, il conflitto d’interessi è evidente. Boschi replica di non aver mai fatto pressioni (in Parlamento aveva anche dichiarato in passato di non essersi mai occupata di Etruria) e annuncia querele, senza specificare nei confronti di chi. Federico Ghizzoni (adesso ex amministratore) si limita finora a un «no comment» (o a qualche breve dichiarazione), così come ambienti di UniCredit che affermano di aver esaminato il dossier e di aver scartato la possibilità di intervenire.

Ieri la vicenda ha avuto una nuova escalation con l’intervista al Foglio di Matteo Renzi. Anche qui si allarga a dismisura il campo, non si sta alla questione di merito e si sferra un attacco incredibile a de Bortoli: avrebbe un’ossessione contro l’ex premier che lo porta a scrivere cose false. Si mettono insieme un errore su Carrai, che de Bortoli ha onestamente riconosciuto, con il fastidio di Renzi per la presenza di un giornalista del Corriere nel suo albergo di vacanza a Forte dei Marmi. Un giornalista che stava solo facendo il suo mestiere e per questo venne minacciato dalla scorta presidenziale.

Si capisce bene che la vicenda delle banche toscane, con il colpo durissimo inferto da una gestione clientelare e dissennata a investitori e risparmiatori, sia una spina nel fianco del segretario Pd e della Boschi. È un capitolo oscuro, le inchieste e le intercettazioni dimostrano che intorno al salvataggio si mossero personaggi con un passato non raccomandabile. In quei giorni si raccontava, tra i soggetti istituzionali incaricati di trovare una soluzione alla crisi di Etruria, la seguente storia: a molte società di credito e a tanti investitori, anche stranieri, fu chiesto di intervenire per il salvataggio.

Accadeva sempre questo: esaminavano le carte, facevano alcuni incontri e poi si ritiravano dopo aver conosciuto i personaggi e gli interessi «strani» che pesavano in quel piccolo mondo. Invece di immaginare trame si dovrebbe rispondere a queste semplici questioni sulla vicenda. De Bortoli ha raccolto, durante la stesura del suo libro, un’informazione e l’ha pubblicata.

Così si comporta un giornalista. Il ministro ha reagito dicendo che non è vera ma il «no comment» di Ghizzoni e quello che ha aggiunto ieri al Corriere pesano. Non sono certo una smentita, anzi. Forse sarebbe meglio che anche il mondo bancario parlasse chiaramente. La trasparenza, dopo tutto quello che è accaduto in questi anni in cui le banche e le loro sofferenze sono state una zavorra per il Paese, dovrebbe essere un valore assoluto per tutti.

Il rapporto con l’informazione di Renzi e del suo mondo è, per usare un eufemismo, complicato. Un rapporto questo sì ossessionato dall’idea di nemici sempre in agguato. L’ex premier non ha ancora «elaborato» la sconfitta referendaria, è tornato sulla scena, dopo la vittoria delle primarie, come se nulla fosse accaduto. Parole d’ordine e atteggiamenti simili. E tanta insofferenza per le voci critiche e le notizie scomode. C’è un lavoro di ricostruzione e una sfida riformatrice su cui le forze politiche, tutte, dovrebbero concentrarsi. Macron insegna. Ma di Macron per il momento non se ne vedono in circolazione.

martedì 9 maggio 2017

A spasso per il sito nucleare di Saluggia (pochi i visitatori locali)

Come avranno saputo almeno i rari (come dice Greppi) seguaci di questo blog, il 6 e 7 maggio il sito nucleare di Saluggia è stato aperto al pubblico. "La Stampa" ha raccontato in prima pagina le cronache di queste giornate a modo loro storiche. Dall'articolo si deduce che i cittadini della zona erano una minoranza, e questo non è bello. Trapela anche il dubbio che davvero si costruisca altrove un deposito definitivo, come dice il leggendario Godio di Lega Ambiente. 
Con colpevole ritardo riporto qui la cronaca del mio quotidiano ("mio" nel senso che ci ho passato una vita, naturalmente) a firma di Elisabetta Pagani.

Davanti al sito nucleare di Saluggia staziona un’auto della polizia. «Ordine pubblico - spiegano gli agenti - nel caso di contestazioni». Non ce ne saranno. I quattro attivisti di Legambiente si fermano più in alto, all’incrocio con la provinciale, e distribuiscono volantini ai visitatori, che arrivano da tutto il Nord Italia per esplorare il più grande deposito nazionale di scorie radioattive, per la prima volta aperto al pubblico.  

È qui che si trova la maggioranza dei rifiuti nucleari d’Italia, in questo comprensorio vercellese racchiuso fra la Dora Baltea e due canali, vicino all’acquedotto del Monferrato. Un luogo unanimemente considerato inadatto ad ospitare questo tipo di materiale. In attesa, però, che il governo, già in ritardo, individui dove creare il deposito nazionale, qui si sta costruendo un impianto per metterli in sicurezza cementando quelli liquidi ed è quasi pronto un deposito per accoglierli. «Temporaneamente» assicura la Sogin, la società pubblica incaricata di smantellare l’impianto. I tempi? «Il decommissioning (smantellamento) - spiega Michele Gili, direttore dello stabilimento - dovrebbe finire fra il 2028 e il 2032, le procedure sono delicate e quindi lunghe. Poi va aggiunto un quinquennio per trasportare i materiali nel sito definitivo». Che gli ambientalisti temono, nonostante l’Ispra lo vieti, che possa diventare, o meglio rimanere, proprio Saluggia: «Se avessero voluto mettere in sicurezza i rifiuti - accusa Gian Piero Godio di Legambiente - avrebbero già iniziato la cementazione, altro che costruire il deposito». 

In questo fine settimana il sito, con altri 7 impianti e centrali italiane che dovranno essere smantellate, apre le sue porte con Open Gate, iniziativa con cui 3000 persone (altre 1700 sono in lista d’attesa) varcano porte a tenuta stagna e indossano camici e calzari per ascoltare la storia di questi stabilimenti e il loro processo di chiusura definitiva a 30 anni dal referendum. «Il nemico fa più paura se non lo conosci - racconta Concetta Profita, che con la famiglia ha appena concluso la visita guidata -. Sono caposala all’ospedale e al nucleare sono sempre stata contraria. Prima di venire ero titubante, ma quello che ho visto mi ha rassicurata». Non sono molte le famiglie del posto, come la sua. Tanti arrivano da altre città piemontesi, dalla Lombardia, dal Veneto. «Per interesse, curiosità» spiegano.  

I TOUR  
Si dividono fra i due tour previsti a Saluggia, dove sono andati esauriti i 320 posti disponibili. Il primo li accompagna, con un tecnico cicerone, nelle “zone controllate”, quelle dove fino al 1984 si svolgevano attività di ricerca sul riprocessamento del materiale irraggiato (e che sono tuttora funzionanti), tra sale di comando piene di pulsanti e celle schermate in cui bracci meccanici sollevano provette radioattive; il secondo porta nell’area esterna, dove si sta costruendo il Cemex, l’impianto che dovrà trasformare da liquidi a solidi i rifiuti radioattivi, e dove è ormai pronto il deposito («Se ne costruiremo altri? Non lo escludiamo, se servirà» dice Gili). «Questa due giorni di porte aperte la dovevano ai cittadini - spiega il presidente Sogin, Marco Ricotti - è giusto che possano toccare con mano quanto facciamo per gestire i rifiuti».  

«Confido nella scienza - osserva una visitatrice milanese, Cristina Mondin - mi sembra lavorino con professionalità». «Avremmo voluto visitare la centrale di Caorso ma i posti erano esauriti - commenta Ambrogio Oliva, di Saronno, con i figli Federico e Gabriele - così siamo venuti a vedere il deposito, per capire come funzionerà». «Mi interessa da sempre l’argomento - sorride il signor Renzo Fabbri di Torino mentre si accredita con la figlia Tiziana - e volevo imparare qualcosa». «D’altronde le scorie ormai le abbiamo - gli fa eco la signora Fabrizia Sartorio - sono il risultato del tipo di vita che abbiamo scelto. L’importante è che siano trattate in sicurezza».  

In un gruppo, un uomo chiede spiegazioni sul perché «si spendano tanti soldi per costruire un deposito che si dice sarà temporaneo, e che costringerà poi a spostare i rifiuti cementati», quando (e soprattutto se, sottolinea chi contesta il progetto), si individuerà il sito nazionale definitivo. «E’ l’unica possibilità - assicura Gili - e prima lo facciamo meglio è». 

martedì 2 maggio 2017

Spetegules del dopo primarie PD. L'Orlando è furioso



Non c'è elezione che non si porti dietro una scia chimica di retroscena e pettegolezzi. Figurarsi le primarie del PD appena chiuse. Il sito sulfureo di Roberto D'Agostino, Dagospia, ha collezionato un bel repertorio, ispirandosi ai retroscena apparsi sul Corriere della Sera.

Da Dagospia


Meno, molto meno di due milioni di votanti. Meno anche del milione e 848 mila dei dati ufficiali. E poi i dati: quella di Matteo Renzi è stato sì un’incoronazione, ma con una percentuale minore a quella diffusa ufficialmente. Nel day after delle primarie del Partito democratico c’è anche una coda polemica che potrebbe impensierire i piani alti del Nazareno. Di proteste formali per il momento non ce ne sono, ma dal fronte che ha sostenuto la candidatura di Andrea Orlando continua a trapelare nervosismo. Il motivo?  Il modo in cui i vertici renziani del partito hanno gestito il flusso e la comunicazione dei dati.

A raccontarlo è un retroscena pubblicato dal Corriere della Sera: per gli orlandiani l’affluenza sarebbe molto inferiore ai due milioni di elettori subito festeggiati dal fronte renziano come un successo dell’ex premier. Non ci sono numeri ufficiali ma per i sostenitori del guardasigilli alle primarie si sarebbero recati tra “il milione e 600 mila e il milione e 800 mila elettori”: e dunque una cifra inferiore anche al milione e 848.658, poi comunicato come dato ufficiale.

Per arrivare a quella cifra, fanno sapere sempre dal fronte orlandiano, ci sarebbe stato una sorta di “accordo tra le parti” a livello locale e quindi nazionale. Una sorta di controprova sarebbe rappresentata dall’affluenza che è colata a picco nelle regioni storicamente rosse. In Toscana, per esempio, si è superata di poco quota 210mila, mentre nel 2013 si era toccata la soglia dei 393mila. L’Emilia Romagna – dove il governatore Pd era stato eletto con la deprimente affluenza del 35% – fu una delle zone in cui Renzi aveva fatto il pieno già nel 2013 e il calo è del tutto analogo alla Toscana: si è passati dai 405mila elettori delle primarie 2013 ai 216mila di domenica scorsa.

Poi c’è la questione delle percentuali. Già nel tardo pomeriggio dell’uno maggio – e quindi 24 ore dopo la chiusura dei saggi – dal comitato Orlando avevano diffuso dati diversi rispetto a quelli ufficiali pubblicati nello stesso momento sul sito del partito: Renzi sarebbe al 68%, e non quindi al 70, il guardasigilli al 22,2%, e  non al 19,5,  Michele Emiliano al 9,8%, e non al 10,5. A confrontare i numeri, dunque, per i sostenitori del ministro ci sarebbe stato un “ritocchino al rialzo” nella percentuale riconosciuta al vecchio-nuovo segretario, mentre Orlando è stato inchiodato sotto la soglia psicologica del 20%.

“I dati comunicati dall’organizzazione Pd sono ufficiosi e non ufficiali. È infatti in corso in queste ore la verifica di tutti i verbali. Nell’attesa del responso della commissione congressuale e della certificazione del voto, siamo in grado di poter affermare che la mozione Orlando ha ottenuto un risultato superiore al 22 % e che il lavoro messo in campo in questi mesi, che ha visto il coinvolgimento di tanti elettori e militanti del Pd e del centrosinistra, continuerà con lo stesso spirito e lo stesso entusiasmo di questa campagna congressuale”, aveva dichiarato Marco Saracino, portavoce del Comitato del ministro della giustizia, già nel primo pomeriggio di ieri.

”Hanno voluto a tutti i costi che Renzi fosse sopra al 70 e per ottenere questo numero hanno tolto qualcosa agli altri candidati”, continuano a lamentarsi dal comitato di Orlando. Da dove non è ancora giunta alcuna protesta ufficiale. Domani, però, è prevista la riunione nazionale per il congresso.
  

domenica 30 aprile 2017

Renzi stravince (70 per cento circa). A Crescentino è al 77 per cento

I dati italiani non sono ancora ufficiali ma si aggirano sul 70 per cento per l'ex segretario: mentre sono invece ufficiali le cifre del nostro amato Paesello, dove Matteo Renzi ha portato a casa alle Primarie del PD il 77,01 per cento dei consensi. Il 16,67 è andato a Orlando, e solo il 6,32 al governatore della Puglia Emiliano.
In tutto, i voti validi di Crescentino sono stati 174. 
Non è la nostra l'unica località del Nord dove si è registrata una contrazione dei votanti rispetto alla volta scorsa: il fenomeno è stato registrato da tutti i media, e ha certo a che fare con le recenti tumultuose vicende interne al partito Democratico, con l'abbandono della formazione da parte di Bersani, D'Alema e altri maggiorenti storici. 



Le Primarie del PD, Pisapia: "Faremo il Centrosinistra anche senza il PD"


Domenica 30 aprile è il giorno delle Primarie del PD. Se ne sono lette (per chi legge) e dette (per tutti gli altri) tante. Tutto sembra deporre a favore di un bel 60 per cento di Renzi, e questo porterebbe in sintesi ad alleanze con Forza Italia e all'abbandono di tutto il popolo tradizionale della Sinistra. Ma la situazione è magmatica, non solo i renziani votano, e solo alla fine si faranno i conti. Per guardare un po' oltre, mi piace riprodurre qui un articolo del Manifesto di sabato 29 che è andato a sfrucugliare quel sant'uomo di Pisapia, ex sindaco di Milano (che naturalmente è a favore di Orlando).

Il Centrosinistra nel gazebo. Pisapia:
"Lo faremo anche senza il PD"
"Nessun veto su D'Alema, senza coalizione sarebbe un disastro per tutti"
(Daniela Preziosi per Il Manifesto)
Per tutta la campagna delle primarie si è tenuto alla larga dal tema delle alleanze a sinistra. Per evitare che il suo «niet» freddasse un pezzo del suo elettorato. Ma negli ultimi giorni Renzi non ha potuto eludere l’argomento, squadernato con sempre maggiore insistenza dallo sfidante Andrea Orlando. Così ha mandato un messaggio a Giuliano Pisapia: va bene il dialogo ma a patto che scarichi D’Alema e Ditta bersaniana.
Stavolta è Pisapia a chiudere la porta per non farsi stritolare in un angolo: da una parte il diktat renziano («molla D’Alema»), dall’altra quello della sinistra-sinistra che esclude l’alleanza con il Pd e lo invita a prendere la testa di un nuovo rassemblement sul modello (sconfitto) dell’Arcobaleno del 2008. Per questo da Pisa, nel giorno della chiusura della campagna per le primarie dem, l’ex sindaco di Milano avverte: «Se il Pd non ci sarà, faremo un centrosinistra alternativo, con il popolo del Pd e oltre. Perché io non parlo ai dirigenti Pd, parlo al suo popolo». Per Pisapia le alleanze a sinistra sono un imperativo categorico: «Sarebbe un disastro per tutto il centrosinistra e quindi anche per la sinistra se non si raggiungesse l’accordo per una coalizione. Credo che anche tanti renziani auspichino questa soluzione e spero che si faccia di tutto in questa direzione». Il rischio è una disfatta di lungo periodo: «Perderemmo per una o due generazioni la possibilità di ricompattare il nostro elettorato».
Durante il confronto su Sky fra i candidati che domani si peseranno nei gazebo, Pisapia è rimasto colpito da una frase pronunciata da Renzi, messo alle strette da Orlando: «Non posso escludere le alleanze con Forza italia». Per Pisapia qui è Rodi e qui si deve saltare. La sua replica infatti è: «Nessun veto a D’Alema. I veti semmai si mettono su Berlusconi». Certo, il Pd ha già fatto larghe intese con il Cavaliere ma pazienza, «è uno scenario diverso da quello del 2013 quando non c’erano altre possibilità in parlamento per uscire dall’impasse che si era determinato». Insomma, «non sto né con Renzi né con D’Alema, lavoro a un centrosinistra ampio, nuovo e unito. E le novità spesso risultano vincenti».
Così le alleanze di centrosinistra, e una legge elettorale che le renda possibili, entrano prepotentemente nell’urna dei gazebo che aprono domattina. Renzi lo sa, per questo nelle ultime ore ha fatto circolare una retromarcia rispetto alle parole sbeffeggianti di questi giorni: Pisapia è alleabile, i suoi compagni di strada no.
Ma è solo un trucchetto della vigilia: l’ex premier resta granitico sul premio alla lista. E nel caso da lunedì per Pisapia non ci sarà che un invito ad accomodarsi nelle liste Pd, qualche seggio sicuro per lui e alcune personalità di spicco (come Laura Boldrini). O forse neanche questo: a svelarlo o, meglio, a raccontare il segreto di pulcinella, è Roberto Giachetti, specialista del parlare papale papale: «Pisapia e premio alla coalizione? Così facciamo rientrare dalla finestra chi è uscito e ha umiliato il Pd promuovendo il no al referendum. Sarebbe peggio dell’Unione. Vi ricordate quando con Prodi c’erano 14 partiti e gli stessi ministri che la mattina erano in consiglio, il pomeriggio erano in piazza a protestare contro il governo. Vogliamo tornare a quella stagione?».
La domanda è retorica per Giachetti. Ma anche per Renzi e per tutto il gruppo di testa renziano, preoccupato di dover cedere qualche futuro seggio dei non troppi all’orizzonte.
Ma pure Pisapia lo esclude. Anche se teme l’abbraccio della sinistra, radicale e non, con tutto il suo passato che non passa di rancori incrociati. Ieri l’ex sindaco ha fatto il suo ennesimo endorsement per Orlando: «Non posso che auspicare un buon risultato per quel candidato che dice che si batterà per una coalizione di centrosinistra», ha risposto a chi lo intervistava. Non Renzi quindi. La replica: «No, infatti».
Per Orlando l’alleanza è l’asso per il voto di domani. Lo ha ripetuto a Torino in un’iniziativa con i Moderati di Giacomo Portas: «Alla fine sarà molto semplice: se vince Renzi si farà l’alleanza con Berlusconi, se vinco io si costruirà un nuovo centrosinistra. Penso che alla fine il congresso abbia messo a fuoco la questione cruciale».

martedì 25 aprile 2017

Viva il 25 aprile (bravo Sindaco ma togliti quel cappello)

Bravo il Sindaco Greppi, ha organizzato una degna celebrazione del 25 aprile. E che bello sia andato a rendere omaggio alla targa che ricorda Steiner, salvatore di tanti crescentinesi e non durante la Resistenza. 
Un unico appunto: ma quando deciderà, lui e tutti gli altri, di togliersi il cappello da alpino durante questo genere di manifestazioni? Non c'entra, non c'entra... 

domenica 23 aprile 2017

Lampedusa: Il Pd Locale molla la sindaca Nicolini




Uno dei personaggi più popolari della scena amministrativa italiana è la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini: perfino Obama l'ha invitata all'ultima cena alla Casa Bianca, con altri nomi simbolici per la sua visione del mondo. E' stata proposta per il Nobel della pace, per la sua politica di accoglienza e garanzia dei disperati che arrivano sui barconi, si è occupata dei drammatici casi di bambini che vengono mandati soli... però però:  durante la trasmissione Gazebo su Rai Tre l'altra sera, ha annunciato di ricandidarsi alle elezioni con una lista civica, e quindi di non correre con il Partito Democratico.
Sembrerebbe una follia, per una donna che ha così ben lavorato nella sua isola magica, dal mare bellissimo, il cui nome è ora conosciuto in tutto il mondo per motivi tutti diversi dal turismo.
Infatti si sono fatte sentire le prime voci da parte di alcuni esponenti del Pd: «Pur rispettando l’autonomia delle organizzazioni territoriali del Partito Democratico, considero veramente singolare che il Pd locale non abbia già deciso da tempo che Giusi Nicolini sia la nostra candidata a sindaco a Lampedusa» ha detto Gennaro Migliore del coordinamento nazionale della mozione Renzi. 
«Considero improbabile che una delle figure più prestigiose a livello mondiale nella lotta per i diritti di donne, uomini e bambini non riceva il pieno e convinto sostegno di tutto il Partito Democratico. Tutti noi siamo orgogliosi del lavoro svolto da una donna e da un’amministratrice che da un avamposto dell’Europa ha saputo tracciarne la autentica vocazione contro ogni muro e chiusura. Oggi più che mai - ha concluso Migliore - Giusi Nicolini è la nostra sindaca». 
Ma Giusi conosce i suoi polli. E in tv ha spiegato: “il Pd è spaccato a Lampedusa, avrà un suo candidato. In questo momento ci sono quattro candidati: io, l’ex senatrice leghista Angela Maraventano, un ragazzo di destra che ora è 5 stelle e questo qui che è Pd”. "Questo qui" è l'ex sindaco Martello, che viene ricandidato dal PD locale. 
Vi dice qualcosa questo sfasamento? 

venerdì 21 aprile 2017

Visite agli impianti nucleari il 6/7 maggio

Purtroppo me ne sono accorta tardi, e tardi ne hanno dato notizia i quotidiani. Le iscrizioni infatti si sono chiuse il 20 aprile. Quello che segue è un annuncio pubblicato da Repubblica che racconta come sarà possibile visitare il 6 e 7 maggio gli impianti nucleari italiani, che sono stati un "vanto" della nostra zona. Conto che ne sia stata data notizia attraverso i Comuni: per noi, che siamo "di casa", sarebbe una esperienza da non perdere. 



LE CENTRALI nucleari italiane riaprono le porte ai cittadini. Sabato 6 e domenica 7 maggio si terrà infatti la seconda edizione di "Open Gate", l'iniziativa con cui Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) offre l'opportunità al pubblico di visitare gli impianti nucleari italiani in fase di smantellamento. La prima edizione si era svolta nel 2015

Come nella precedente edizione, l'iniziativa coinvolge le centrali nucleari di Trino Vercellese, che detenne il record mondiale di funzionamento ininterrotto a piena potenza, Caorso (Piacenza), la più grande centrale italiana, Latina, la prima a entrare in attività nel 1963, e Garigliano (Caserta). La novità di quest'anno è la possibilità di visitare l'impianto Eurex di Saluggia (Vercelli), destinato in passato alla ricerca sul riprocessamento del combustibile irraggiato. 
Le visite dureranno circa due ore e saranno guidate dai tecnici Sogin, che racconteranno la storia degli impianti e descriveranno le modalità e le tecnologie adottate per smantellare in sicurezza le centrali nucleari e gestire i rifiuti radioattivi. Per i siti di Saluggia, Trino, Caorso e Garigliano sono previsti due tipi di percorso, in "zona controllata" e "zona non controllata". La "zona controllata" è un ambiente in cui l'accesso, per motivi di protezione dalle radiazioni ionizzanti, è regolamentato da procedure specifiche ed è vietato ai minori, mentre nella "zona non controllata" possono accedere, se accompagnati, anche i bambini dai sei anni in su. Nella sola centrale di Latina è programmato un unico percorso in "zona non controllata". Inoltre, sempre a Latina, le due giornate saranno anticipate da una visita didattica di circa 200 alunni del territorio pontino.

Per partecipare è necessario iscriversi sul sito internet www.sogin.it entro giovedì 20 aprile. 

È possibile prenotarsi a una sola giornata e per un solo percorso di visita, scegliendo uno tra i diversi turni programmati dalla mattina fino al tardo pomeriggio. Potranno essere accolti complessivamente 3.240 visitatori: 320 a Saluggia, 800 a Trino, 760 a Caorso, 640 a Latina e 720 al Garigliano.




































domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua a tutti




Buona Pasqua a tutti i Crescentinesi, con la speranza di poter presto ammirare anche l'interno della Resurrezione

venerdì 14 aprile 2017

Quel 25 aprile proibito a Crescentino

Solo una annotazione di grande tristezza, nel ricordarsi che il 25 Aprile, festa nazionale italiana, di questi tempi nel nostro Paesello sembra proprio non venire considerato. 
Annullato e sostituito? 
Dalle 9 del mattino al Parco Tournon è annunciata una lieta mostramercato florovivaistica, con allegato "mercatino enogastronomico e hobbistico". 
Bravi, bravi. Una bella idea.
Viva la Resistenza.  
(e comunque oggi 19 aprile vedo il manifesto del Comune e me ne congratulo: forza ragazzi, ce la farete)))

martedì 11 aprile 2017

Giovanni Mongiano, eroe dei nostri giorni

L'attore, e direttore del Teatro Lieve a Fontanetto, in scena a Gallarate per un’ora e 25 minuti davanti alla platea vuota: “L’ho fatto per me e per il teatro”. 

Dalle nostre parti può non rivelarsi una grande sorpresa, ma le passioni di Giovanni Mongiano, 66 anni, già libraio in Crescentino, diplomato allo Stabile, già attore per Sbragia e Bresson, sono queste. E lui ha seguito la propria passione, è andato avanti. 
Sempre dalle nostre parti, comunque, il tener duro è un requisito indispensabile alla sopravvivenza, diciamocelo fra noi almeno. 
Ma queste sue ultime gesta non sono rimaste sconosciute al mondo.

Oggi Gramellini ne parla in prima pagina sul Corriere della Sera, e ne parla Alberto Mattioli su La Stampa, cominciando così:

"Per imperscrutabili ragioni, si dice che un teatro «fa forno» se gli spettatori in sala sono pochi. Sabato sera, il Teatro del Popolo di Gallarate era un forno per la pizza, un forno industriale, un forno al quadrato. Perché in platea, aspettando che si alzasse il sipario su Improvvisazioni di un attore che legge di e con Giovanni Mongiano, di spettatori non ce n’era nemmeno uno. Zero pubblico, vuoto completo, totale, assoluto. Super-mega-maxi-forno. Capita, si dirà. 
Ma non era mai capitato quel che è successo dopo. Mongiano, invece di annullare la rappresentazione e andarsene a casa, l'ha fatta, nonostante tutto e tutti. E ha recitato il suo testo, un'ora e 20 minuti di monologo, davanti a una platea che nel frattempo si era "riempita" con due-spettatori-due, la cassiera e il tecnico di palcoscenico. "E' stato in impulso irresistibile, una questione di rispetto per me stesso e per il teatro", racconta. 
Evvai Giovanni, siamo tutti con te. Do it again


domenica 9 aprile 2017

"pulire a fini politici", l'ultima gag del vice Speranza

E niente, non gli va proprio giù nessuno al Vicesindaco Speranza, che non sia della sua parte. Dopo aver fatto l'uomo-panino sulla questione migranti, ha visto con raccapriccio due parti "nemiche" - i migranti medesimi e qualche sopravvissuto di Centro-Sinistra - coalizzarsi per fare un'azione virtuosa non a proprio tornaconto (come a lui magari sembrerebbe naturale) ma per la città e i suoi dintorni. 
E chissà se c'era anche qualche calabrese, nel volenteroso gruppetto, da mandare a benedire. 
Comunque, dice lui Speranza, non dovevano: come si permettono di pulire? E perché pulivano? "Mi permetto di dirlo, questo tipo di raccolta non è avvenuta per un fine ambientale bensì per scopi politici".
Ah si? 
Pensa te. Vivere in un luogo pulito, con dintorni puliti, è uno scopo politico.
Tutto sommato è vero, a pensarci bene. Una città pulita è un diritto di ogni cittadino che paghi le tasse. 
Allora ci si guarda intorno, si sospira, e si attende che a Crescentino ritorni la politica (con comodo, per carità).

venerdì 7 aprile 2017

I doppiogiochisti, Calderoli, il PD (e Tasso, e Allegranza...)

La sapete, no, quella della presidenza della Commissione degli Affari Costituzionali? Il dentista Calderoli ha candidamente raccontato a chiunque di essere stato l'artefice del ribaltone che ha portato alla prestigiosa carica l'alfaniano (ormai ex alfaniano, anzi) Torrisi: "Ho lavorato sia su Maggioranza che Opposizione, ma anche su Sinistra Italiana e 5Stelle".
Il candidato originario, si ricorderà, era il piddino Giorgio Pagliari: il candidato di Renzi, il quale poi ha utilizzato l'episodio per dimostrare che ormai non esiste altra possibilità che andare alle urne in autunno. Peccato che Mattarella non ne voglia sapere, e che non abbia nemmeno aperto la porta a Orfini che voleva scavare un varco alla possibilità. Niente elezioni, niente da fare.
Torrisi l'hanno votato un sacco di Dem, tra l'altro, e non si dimetterà manco morto. 
Anche questo episodio - che ha riempito le cronache prima dell'orribile attentato di Stoccolma e dei venti di guerra che scuotono Russia, America e anche tutti noi che non contiamo un tubo - la dice lunga sullo sfilacciamento della politica e sull'urgenza (con una legge, beninteso, che ancora non c'è) di andare alle urne.

Sul doppio gioco si è costruito molto terreno politico, nel grande ma anche nel piccolo: Fiorenzo Tasso che andava dal notaio con l'opposizione per mandare a casa Greppi nel 2008, Allegranza che aspettava che partissi per Sanremo per scrivere a tutti i giornali quanto incapace io fossi... così va quel mondo, e che sollievo esserne lontani. 

Come diceva giustamente Greppi a Mauro Novo: ditecelo in faccia,  così non sprechiamo tempo. seeeeeee
Bisogna avere il pelo sullo stomaco, per vivere agevolmente in quegli ambienti. Non dico che tutti siano privi di senso etico: ma quello non basta e da certe parti fa ridere i polli. Di Berlinguer ne nasce uno ogni 100 anni. Adesso, non ne vedo in giro (né di qua, né di là, né sul grande né sul piccolo). 
Povero PD, che voleva essere un grande partito democratico ed è finito a farsi maneggiare da Calderoli (complice il malcontento verso il vincitore annunciato delle primarie Renzi). 







martedì 4 aprile 2017

Grazie degli auguri

Ieri 3 aprile ho compiuto 70 anni. Essendo i miei genitori morti giovani (entrambi lo stesso anno, papà d'infarto e mamma di cancro, lui 56 e lei 49) un po' stupita lo sono, di essere ancora viva malgrado uno stile di vita non proprio rilassato, e ho dunque festeggiato in questi giorni, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. 
Quando il 3 era ormai finito è arrivato (via blog di Mauro Novo) il regalo del sindaco Greppi, gli auguri e la maliziosa attribuzione di "vecchietta" (nella quale non vedo, da parte sua, un colore di simpatia). Già, mi debbo abituare anche a questo, nel frattempo auguro pure a lui di diventare "vecchietto", che vuol sempre dire (non scordarselo mai) non morire giovani.
La vita (come dice il film di Benigni) è bella, anche nei suoi anfratti più difficili e misteriosi, anche con le rabbie e le impotenze. Di questo la vita è fatta, soprattutto. Io sono stata molto fortunata, anche in mezzo a grandi dolori e a preoccupazioni che sono tornate a farsi vive. 
Partendo dal Bar della Stazione, ho potuto studiare, girare il mondo, incontrare gente interessantissima (da Paul McCartney ad Allegranza, da Bono degli U2 al consigliere Mosca, da Madonna a Greppi che ho avuto l'onore di vedere sempre all'opposizione) e sposare un uomo meraviglioso. 
Ho avuto anche l'onore di essere per due volte sindaca della mia città, la prima donna della storia del nostro amato Paese: due volte brevi, per mia scelta sempre, di un solo mandato. Sono fiera di essere stata rieletta a distanza di dieci anni. 
Dico questo perché giova ricordare che non mi sono seduta da sola in Piazza Caretto, mi hanno votata. In tanti tendono a dimenticarlo. 
E non voglio questa volta mettermi lì a spulciare tutte le piccole e grandi cattiverie delle quali il discorso di Greppi è intessuto: ho già visto il primo commento da Mauro: 
"Greppi porti pazienza ma...
Negli ultimi 18 anni lei è stato sindaco per 13 e adesso tutti i mali di crescentino sono colpa della venegoni.
Pensa te se mi tocca anche difendere la venegoni....dove siamo finiti :-)

 Detto  da uno che si firma TG4, dunque berlusconista, mi sembra possa bastare. 
Diverse sono le nostre culture, le frequentazioni, gli studi, i viaggi, la vita, le abitudini. Normale che abbiamo idee diverse, modi diversi di fare.

La nostra piccola storia dirà invece chi aveva torto o ragione, chi ha lasciato un segno per la città e chi meno. Ognuno si può guardare intorno e dare il proprio giudizio.
Una cosa sola, infine. Il vero orgoglio, per me, è che mai nessuno ha potuto pensare che abbia agito per interesse personale. Non ho fatto assumere figli, non ho ambìto a posizioni politiche superiori (mi è stato proposto, ma trovo noiosissimi questi mezzi livelli di potere per i quali c'è gente che si sbrana), non ho case da ristrutturare né aziende da difendere. Sono una persona libera e ringrazio Dio per questo. 
 Grazie degli auguri, a tutti quelli che me li hanno fatti. 


sabato 1 aprile 2017

Congresso PD, lite Renzi-Orlando. D'Alema: Renzi perderà le politiche


Non sono tutte rose e fiori sui partiti, e non è che nel PD vada diversamente. I dati su voti e partecipazione degli iscritti vengono contestati, il Guardasigilli dice "Stop alle anomalie" e si ritira da qualche convention.
No buono.
Così ci racconta la vicenda amara di questi giorni Giovanna Casadio su "La Repubblica" di oggi. 
Come finirà?


«Di questo passo dovremo chiedere una ulteriore verifica dell' anagrafe degli iscritti del Pd». Attacca Andrea Martella, coordinatore della mozione del ministro Guardasigilli Andrea Orlando al congresso dem. «La commissione del congresso ha già certificato il tesseramento».
Replicano dal Nazareno, sede del Pd. Ma è uno scontro a colpi di cifre tra Orlando e il segretario uscente Renzi. Mentre arrivano ricorsi: giovedì ce n' erano un' altra decina sul tavolo della commissione per il congresso.


Orlando quindi ha deciso di sfilarsi dai congressi nei circoli di Crotone, Cassino nel frusinate, Barletta in Puglia, Pompei, Scampia, Castellammare di Stabia, San Carlo all' Arena, Quarto nel napoletano e nel circolo romano "Ambiente e salute". Non ci vede chiaro il ministro. Dice: «Il rispetto delle regole è inderogabile».

E sta valutando se dare forfait anche a Reggio Calabria. Mentre i suoi supporter denunciano caso per caso: «A Cassino registriamo un tesseramento con numeri ingiustificati che ha avuto come conseguenza le dimissioni del commissario di circolo. A Castellammare, Pompei e Quarto non esistono le condizioni minime per tenere i congressi, così come nei quartieri di Scampia e San Carlo, quest' ultimo finito sotto i riflettori per un tesseramento più che anomalo...».

Mancano 48 ore e 4 mila circoli alla chiusura domani sera del primo atto del congresso dem, quello che si tiene tra gli iscritti al partito e che dovrebbe servire a "scremare" i candidati che si sfideranno alle primarie del 30 aprile. Non più di tre e che abbiano raggiunto almeno il 5% . Questa volta gli sfidanti del Pd sono solo tre. Però Michele Emiliano, il governatore della Puglia, arranca nei circoli al 3,70 per cento. Dato accolto con ironia dall' outsider Emiliano: «Abbiamo voluto creare un po' di pathos, lo scopo è questo. Ma la soglia del 5% dovrebbe già essere stata superata». I dati divergono. Orlando pubblica quelli di 1.400 circoli sui 6.324 e conteggia: Renzi al 64,6%; Orlando al 30,4% e Emiliano al 5%. 

Renzi ne fornisce di diversi su 2000 circoli: l' ex segretario sarebbe stabilmente in testa con il 69,18%; Orlando al 27% e Emiliano al 3,7%. Passano poche ore e dal quartier generale di Emiliano sono diffusi altri numeri: su 55 mila 428 voti validi tra gli iscritti (che sono 420 mila) Emiliano ha già il 5,6% (Orlando il 26,9% e Renzi il 67,5).Francesco Boccia parla di «valanga che arriverà dal Sud nelle prossime ore». Ed è scontro anche sull' affluenza: sfiora il 60% per Renzi, solo un iscritto su due (il 54%) per Orlando vota. Numeri bassi, anzi irrilevanti per Massimo D' Alema, uscito dal Pd e ora tra i leader di Mdp. Che stronca: «Sono numeri davvero modesti, alla fine se andranno a votare in 200 mila sarà un grande risultato».

Danno la misura, per D'Alema, di quello che sta accadendo, cioé di un Pd diventato solo PdR, partito renziano. Ma soprattutto lasciano «prevedere una sconfitta perché il Pd tende a perdere una quota crescente del suo elettorato tradizionale e non ne conquista di nuovo, in particolare tra i giovani dove è più clamoroso il fallimento del renzismo». Spiega il lìder Massimo che non ha quindi nessun rimpianto per avere lasciato i Dem: «L' unico vero trauma della mia vita è stato quando non sono più stato iscritto al Pci».



giovedì 30 marzo 2017

Battutona



Almeno un sorriso su tutto il magma in piedi con il congresso del PD. Il sito satirico Lercio.it, titolare di alcune delle risate che il web sa suscitare, ha sfornato la seguente battuta:
"(Bersani & C) vorrebbero un  bradiPD, che consuma stancamente i suoi riti tra le lungaggini della vecchia politica. ..
Noi organizzeremo un APERICONGRESSO!"

Renzi spinto dai sondaggi e dal voto PD costruisce il proprio futuro


Delle "nomination" (come si direbbe per gli Oscar) nel PD di Crescentino ormai sapete tutto. 15 voti sono andati a Renzi, 4 a Orlando e per Emiliano zero virgola zero zero. Le sorti di Renzi, vi avevamo giù raccontato, trapelano dai voti in arrivo da tutta Italia e gli fanno intravvedere un futuro roseo.
L'uomo, ovviamente, fa piani per questo futuro. Primo, tirar su il morale all'Italia. E i giornalisti che sono noti ficcanaso (è il loro lavoro) ma spesso ci beccano, divulgano progetti future che forse è meglio conoscere anche per noi del popolo. 
Qui, un'anticipazione di Carlo Bertini, pubblicata su La Stampa di ieri, sulle probabili mosse future del cosiddetto Ducetto di Rignano. 




La tattica del logoramento dei nemici 
La tattica del logoramento di tutti i nemici sparsi dentro e fuori i palazzi ancora non è dispiegata a pieno, ma di qui a un mese andrà a regime: se Renzi riprenderà in mano il Pd, rilegittimato dalle primarie a dare le carte magari con un risultato tondo del 60%, questa strategia toccherà il suo apice. Ridotta all' osso suona così: o il governo riuscirà a servire sul piatto degli italiani una manovra d' autunno espansiva senza lacrime e sangue, o si potrebbe andare a votare il 24 settembre in tandem con la Germania.

Per non fare la fine di Bersani

Per non essere logorato come capitò a Bersani col governo Monti, Renzi mette in conto pure di rovesciare il tavolo. E fa filtrare dunque la minaccia di voto anticipato che allarma tutti i palazzi romani. Nei canali di trattativa tra i ministri più «politici» del Pd e Padoan; così come nella dialettica tra capigruppo e governo, il nodo di come allargare i cordoni senza tasse e tagli ai servizi è il rebus che preoccupa tutti. E Renzi fa sapere quale sia la posta in gioco. Confermata indirettamente dal suo portavoce Michele Anzaldi: «È doveroso e giusto per il Pd combattere fino all' ultimo perché la manovra sia la meno gravosa possibile, specie per certe fasce sociali».
Perfino un personaggio felpato come Paolo Gentiloni, ben consapevole del punto di caduta, si spinge oltre e indica la rotta quando dice che ad aprile il governo farà un decreto correttivo dei conti «ma anche di crescita». Segnale chiaro della direzione che si vuole imboccare pure il suo richiamo alla «flessibilità, necessaria in un' Europa in cui la crescita va incoraggiata e non depressa».


La campagna per l'ottimismo

Il tema tiene banco negli incontri mattutini che il leader Pd ha con i parlamentari del cerchio stretto, che condividono la linea dura: «Di certo non è pensabile una manovra lacrime e sangue, votata da noi in Parlamento, che resterebbe agli atti come la manovra del Pd», taglia corto il senatore Andrea Marcucci. Senza spingersi oltre. Ma pure nei discorsi delle colombe del renzismo, la soluzione del rebus di come costruire una finanziaria da cavalcare in campagna elettorale affiora senza remore: non è più un tabù il numero perfetto, quel 3% che costituisce il limite di deficit in rapporto al Pil in base ai trattati Ue. «Sforare il 3% no, ma sfiorarlo perché no?», è il nuovo slogan. Basato sulla convinzione che la nuova forza propulsiva che avrà il loro leader potrà dare la giusta energia al governo per osare.

"I militanti votano Renzi più che nel '13"

Del resto, in Transatlantico sui volti dei renziani è rispuntato il sorriso da quando i sondaggi fotografano una vittoria netta tra gli iscritti Pd: «Un fenomeno che va avanti contro le nostre stesse previsioni: i militanti votano Renzi in misura maggiore del 2013». Una sorta di mutazione genetica del partito, perché si vede che «oggi il popolo della "ditta" riconosce Matteo come l' uomo che garantisce di più». Dunque la tesi è che dal 30 aprile Renzi tornerà ad avere voce in capitolo per dettare la posizione dei suoi gruppi parlamentari su ogni fronte, primo tra tutti sul profilo della manovra di ottobre.

E gli scenari distillati dai renziani sono due: o si riesce a piegare la resistenza di Padoan a fare una manovra espansiva, «anche a costo di beccarsi una procedura d' infrazione»; o si tenta l' ipotesi (disperata) di un incidente parlamentare e del ricorso a elezioni anticipate.