sabato 28 novembre 2015

Il mistero dei 152 contatti sul 2009, e la "razionalizzazione" delle sedi PD


Eh lo so, ho viaggiato troppo ho battuto un po' la fiacca ma ancora sono sorpresa dei 152 contatti degli ultimi giorni sul post di questo blog che riguardava la presentazione della mia lista nel 2009: ma chi è, perché? Ho pensato che qualcuno stia preparandosi per l'anno prossimo e sia in cerca di idee, se avete altre ipotesi sono molto curiosa, per favore ditele anche a me. 

Ma intanto che siamo qui, mentre ancora si prolunga l'eco della serata culturale e sociale di venerdì scorso (anche se a me sembra ormai una cosa di un anno fa) giro questa notizia dell'ottimo Huffington Post diretto da Lucia Annunziata: vi si riprende un articolo di Repubblica (sono i trenini dell'informazione contemporanea) sul riordino delle sedi PD in Italia. Praticamente, una debacle ma anche un'operazione di pulizia, visto il lavoro che ha fatto a Roma quel sant'uomo di Fabrizio Barca. Certo, impressionano i dati dell'Emilia Romagna, fino a poco tempo fa terra tetragona. 
A me impressiona anche che qui e là intuisco ci siano finanziamenti  del partito, mentre a Crescentino mi risulta che il tutto è ad alzo zero, con le famose spese da pagare sulle quali si sono accaniti i detrattori, soprattutto sul blog di Mauro Novo (con alcuni interventi che io vado a leggere ogni volta che ho bisogno di darmi animo per continuare questa esperienza di via De Gregori: se c'è della gente così, lavorare è indispensabile, prima che torniamo agli usi e costumi dei Celti). 
Bene, vi lascio alla lettura, e ai commenti. E buona domenica gente mia
Marinella 



Militanti in fuga dal Partito Democratico: sedi chiuse o accorpate, calo degli iscritti. Guerini: "Non è disaffezione"

Nella sezione "Pisanova Berlinguer", un tempo la più grande di Pisa, si è passati dai 350 iscritti del 2014 ai 30 del 2015. A Roma la mano pesante del commissario Matteo Orfini, coadiuvato dal lavoro di Fabrizio Barca, ha fatto chiudere 35 circoli su 110 e i restanti li ha accorpati riducendoli in tutto a 15. Sono solo due degli esempi dei militanti Pd in fuga dalle sezioni, dai luoghi di discussione del partito. E' quanto riporta un articolo di Repubblica
Calano gli iscritti, si riducono i circoli: ecco come si prosciuga la militanza nel Pd. Quella tradizionale, almeno. Si svuotano storiche sezioni in Toscana. Chiudono i battenti sedi “rosse” dell’Emilia Romagna. E nel 2015 i tesserati resteranno sotto la soglia dell’anno precedente. Semi della disaffezione, certo, ma c’è dell’altro, visto che in alcuni casi è stata la segreteria a tagliare i circoli per razionalizzare i costi e mettere ordine dopo gli scandali. È il Pd che cambia pelle, insomma. 
Manca, o inizia a mancare, la presa sul territorio. Quella che aveva da sempre caratterizzato un partito come il Pd. In Emilia Romagna, riporta ancora Repubblica, le sedi sono passate dall'essere più di 700 a 640. Ma è un andamento generale, che non salva alcuna area geografica:
Con la drastica riduzione in corso, però - e a causa di un piano di accorpamento varato dal partito - il quartier generale ha già previsto un calo delle sezioni del 30%, scendendo a quota 4.500 entro il 2016. Ai tempi diBersani, ricorda Davide Zoggia, erano quasi 7.000. 
In Sicilia per esempio, è stata commissariata la segreteria di Enna, dopo gli "anni d'oro" di Vladimiro Crisafulli. E a Messina il commissario Ernesto Carbone ha deciso di chiudere 57 circoli su 61. "Il motivo? Molti risultavano inattivi, se non addirittura fantasma". 
In Emilia Romagna l’emorragia di iscritti non si arresta: erano 69 mila nel 2013, 57 mila nel 2014 (-18%) e sono poco più di 40 mila a pochissime settimane dalla chiusura del tesseramento 2015 (-30%). E come non notare il calo di tessere del 15% secco registrato a Siena per l’anno in corso? Difficilmente la due giorni targata Pd (il 5-6 dicembre) servirà a invertire la tendenza. 
"Non si tratta di disaffezione - ha detto il vicesegretario Lorenzo Guerini - siamo noi che stiamo razionalizzando il quadro. Non è solo questione di costi, anzi. Se c’è un circolo con tre iscritti, magari lo facciamo fondere con quello del paese vicino. A me interessa che quei tre militanti possano partecipare, riunirsi e discutere di politica".




sabato 21 novembre 2015

La cena del PD, la conferenza di Càndito, i dispettini e il futuro

Un conto è mettere insieme gli eventi che hanno funestato gli ultimi giorni con frammenti di letture o di tg, sulle cause che li creano e li hanno creati. Un altro conto è avere all'improvviso davanti un quadro articolato della complessità dell'Islam e del suo sviluppo contemporaneo nei vari Paesi dove religione (in varie sfumature) e Stato sono una sola cosa, nei secoli. Inevitabilmente, alla luce dei fatti di Parigi (e oggi è Bruxelles ad essere sotto coprifuoco per il timore che tornino ad accadere) questo taglio ha preso la conferenza di Mimmo Càndito di venerdì sera al Vikingo, con poi una seconda parte che si atteneva al tema lanciato quando il PD cittadino decise di invitarlo per questa serata.
Serata che è stata assai discussa, alla vigilia, su questo e sul blog di Mauro Novo (dove troverete precise informazioni, dal menù ai contenuti, su ieri sera), per la formula che era stato decisa, una cena ovviamente a pagamento e la possibilità di partecipare alla sola conferenza, ma previo un obolo. La necessità è di raccogliere fondi per pagare le spese della sede, che è assai utile ma costa. Di affitto, luce, riscaldamento e quant'altro. 
Mi dispiace tanto che Mimmo sia finito nel tritatutto degli attacchi concentrici al Circolo Cittadino, con ciliegina finale sulla Gazzetta stamattina, ad incontro ormai avvenuto, dove si annunciava la serata di ieri con il titolo "Càndito e il dessert/In vendita a 10 euro". 
Che dire, l'avesse organizzato Allegranza ci sarebbe stato un titolo a piena pagina che elencava le magnifiche sorti e progressive del centrosinistra locale che aveva avuto questa idea. Invece Allegranza e l'ex segretario Dante Balzola, mi dicono, erano all'incontro sulla sicurezza organizzato dall'amministrazione Greppi. Sono soddisfazioni. L'avranno giudicato più significativo, o sarà stato un dispettuccio al gruppo che sta tentando di rianimare la vita politico/culturale di Crescentino, dopo il disastroso esito (per la sinistra) delle elezioni amministrative 2014, che ha lasciato soltanto macerie.
Certo non è facile per il PD, penso io, lavorare con una rappresentanza in Consiglio di questo profilo, lontano da Via De Gregori. Ma il gruppetto si sta dando da fare, oltre che per pagare le spese della Sede, per avere una vita propria. Vada chi vuole agli incontri che preferisce, com'è giusto. Siamo adulti. L'esigenza delle persone che hanno ripreso a frequentare le riunioni è riattivare un circuito di dibattito su temi caldi a Crescentino come nel mondo. Magari la formula che è stata scelta non sarà ancora quella giusta, ma c'è la volontà di proseguire, con iniziative che coinvolgano tesseramenti, e alla fine un Congresso con la scelta di un segretario finalmente eletto e non più reggente. 
Ho avuto occasione più volte di dire che quello di Renzi non è per me il miglior punto di riferimento possibile. Ma dentro questa formazione - Renzi o non Renzi - sopravvive un'anima sociale e di interessi generali che ne fa un punto di riferimento importante e unico finora nella nostra cittadina e da tante altre parti in Italia. Per questo bisogna coltivarne le attività, liberamente, iscritti o non iscritti, per riaccendere una fiammella che lasci in ombra le rivalità ormai insensate, le cattiverie, e si occupi invece di rivolgersi ai cittadini che hanno dubbi, o voglia di conoscere e dibattere e magari pure fare qualcosa di concreto. 
Il questionario ideato da Nicoletta Ravarino e compilato dai presenti alla cena potrà fornire utili indicazioni. Senza contare che l'atmosfera che trovi è quella che conta: non un lugubre consesso sovietico guidato da ansiosi della dominazione, ma gente normale e possibilmente anche un po' rilassata e positiva, che faccia cose con buona volontà. E con la testa dura, poi. Perché quella ci vuole.

mercoledì 18 novembre 2015

Ciao Madur, già due anni...

Ciao Enzo, come stai? Ti ho pensato molto in questi giorni, avevo timore che fra tutti i terrorismi in piedi, gli impegni di lavoro e casini vari, mi sarei dimenticata di salutarti proprio oggi 18 novembre, che sono due anni che te ne sei andato a riposarti dalle fatiche terrene e da tutte le fatiche che facevi tu, quotidianamente, anche se le coloravi sempre dei tuoi occhiali e dei tuoi vestiti e sembravano per questo più leggere.
Noi qui abbastanza, grazie. Mimmo s'è beccato un altro cancro all'altro polmone, ma lo hanno curato e nuovamente salvato, speriamo che duri anche stavolta. Credo abbia parlato di te nel libro che sta scrivendo e che esce a gennaio. Silvano si è appena fatto operare a un'anca, e insomma cose da vecchietti come ormai cominciamo ad essere, non da oggi diciamola tutta. 
Crescentino è un po' spentina e un po' grigia, se fossi ancora qui non ti piacerebbe. La Pro Loco non l'hanno rimessa in piedi,  il PalaMadur è tornato al Comune. Beghe politiche non ce n'è, perché è come scomparsa la politica, dopo quel gran casino del 2014 che per fortuna tua ti sei perso. 
Adesso poi comincia la brutta stagione quella vera, e in giro si vedranno quasi dei fantasmi - noi - persi nella nebbia. Tutto è un po' fantasmatico (si dirà?): un posto dove non succede niente è pur sempre da fantasmi, anche se intorno nel mondo, anzi in Europa, in questo momento c'è l'inferno. E qui tutti sempre più chiusi, sempre più sulle loro, ingrugniti, pronti ad attaccare il primo che decida di far qualcosa per far uscire la gente di casa. 
La tua assenza si sente, eccome. Almeno io la sento molto, e non credo di essere la sola. Ti voglio bene come sempre, e non credo di essere l'unica. Ti mando un bacione e stai con noi da lì, tu che non hai la nebbia. 
Marinella (& friends)

lunedì 16 novembre 2015

Dopo la tragedia di Parigi, parla una giornalista italiana e musulmana.

Mentre sul blog del paziente Mauro Novo si raggiungono livelli da teatro dell'assurdo, nei commenti alla cena di venerdì prossimo seguita da conferenza su "Migranti e i conflitti nei loro paesi", a cura di Mimmo Càndito, il resto del mondo non fa che parlare e interrogarsi sulla strage di Parigi di venerdì 13. Ovvio.
Debbo alla cortesia di un amico la testimonianza di una giornalista italiana e musulmana, che riflette amaramente su quanto è accaduto. Non perdetene la lettura, se ne esce arricchiti. E' tratta dal sito The Post Internazionale.
Grazie
Marinella 


PARIGI ERA UNA TRAPPOLA: NON CI CASCATE

L'opinione della giornalista italiana e musulmana Sabika Shah Povia dopo gli attentati di Parigi
Parigi era una trappola: non ci cascate
Credit: Reuters 
Davvero avete bisogno che ve lo dica? Dovrei stamparlo su una maglietta? Tatuarmelo in fronte? Gridarlo servirebbe a qualcosa? NOT IN MY NAME! Ecco fatto. È cambiato qualcosa? 
Se sì, perché c'è chi continua a guardarmi storto per strada? Perché mi viene chiesto “cosa ne penso delle stragi di Parigi”? Penso esattamente quello che pensate tutti voi, perché tra me e voi non c'è alcuna differenza. I terroristi vogliono farci credere che c'è, ma non è così. Non ci cascate. Non gliela date vinta. 
L'Islam e il terrorismo sono due cose separate. Il giorno che questa affermazione sarà ovvia per tutti, forse, sarà cambiato qualcosa. Il fatto che io debba ribadire una simile banalità non è giusto. 
Mentre coprivo la diretta su quello che stava succedendo a Parigi, all'improvviso sono stata sopraffatta dal terrore. In parte era dovuto a ciò che stava accadendo, ed era lo stesso terrore che stavate provando anche voi. Quel terrore all'ombra del quale vive l'Europa da quando la guerra si è spostata all'interno dei suoi confini. Da quando si è accorta che i terroristi sono già qui, tra noi. 
In parte, però, era anche il terrore delle conseguenze che tutto questo inevitabilmente avrà, e già sta avendo, sulla società in cui viviamo e su quelli come me: i giovani musulmani europei.
Dico musulmani “europei” perché è una cosa che esiste. Noi siamo reali, esistiamo. Sono musulmana e sono italiana, è possibile. Non vengo da chissà dove. Vengo da Roma, e il mio credo non ha nulla a che vedere con la mia nazionalità.
La notte del 13 novembre quasi non ho dormito per l'ansia. Come spiegherò che non è colpa mia? Che questo non è l'Islam? Che non credo nelle stesse cose in cui credono questi terroristi? Che gli assassini non hanno religione?
Un musulmano non può condannare gli eventi e basta. Non può semplicemente cambiare la foto profilo con una in cui compare la bandiera francese. Non può twittare #PrayingForParis, no. Deve scrivere #NotInMyName. Deve giustificarsi. Deve spiegare la differenza tra musulmano e fanatico 100 volte al giorno.
Il mio cellulare non ha smesso di vibrare da quella sera. C'è chi mi ha mandato un messaggio, chi ha telefonato e anche chi si è presentato sotto casa. Perché? Per dirmi che mi vuole bene. Per dirmi che sa che io con quei pazzi fanatici che hanno massacrato quasi 130 persone a Parigi la sera del 13 novembre non c'entro niente. Vero, ma è ovvio che c'è un errore nel sistema se hanno tutti sentito il bisogno di dirmelo. 
Nel mio mondo ideale questa cosa sarà così scontata che nessuno mai dovrà ribadirla. Io non sarò costretta a dover espiare i peccati altrui, ma soltanto i miei. Anche perché gli “altri” di cui parliamo, i fanatici, sono solo l'1 per cento circa degli 1,6 miliardi di musulmani nel mondo.
L'Isis ha sete di nuove reclute, ha bisogno di attirare a sé altri disadattati, altri individui confusi ed emarginati. Vuole aumentare quella minuscola percentuale, ma noi possiamo fermarli.
La strage di Parigi è quello di cui avevano bisogno l'estrema destra, gli xenofobi, gli islamofobi e le Oriana Fallaci di turno. Si possono aggrappare a questa tragedia, strumentalizzarla e mancarle di rispetto usandola per predicare le loro idee piene di odio, per promuovere l'idea di un NOI e un VOI che non esistono. Queste persone non sono tanto diverse dai terroristi che hanno compiuto gli attacchi a Parigi, anzi, in parte è anche loro la colpa di ciò che è avvenuto.
Un account Twitter dell'Isis ha infatti condiviso la prima pagina dell'edizione di Libero del giorno dopo l'attentato di Parigi, con il titolo “Bastardi Islamici”, per reclutare altri combattenti e promuovere sentimenti "anti-occidente". 
“Musulmani occidentali, guardate cosa pensano di voi. Guardate come vi trattano. Non meritate questo, venite da noi...”
E così, proprio dalla nostra terra, è partita l'ennesima propaganda del sedicente Stato islamico, composto in gran parte proprio da combattenti europei. Noi stessi, con un titolo del genere, abbiamo gettato le basi per chissà quanti altri massacri.
Il vero schiaffo in faccia all'Isis sarebbe mostrare solidarietà. Restare uniti. Dirgli che sappiamo che l'Islam non è quello che loro sostengono. Che musulmani, ebrei, cristiani, buddisti, siamo tutti uniti contro di loro, che sono l'unico vero nemico dell'occidente e del mondo.
Sentiamo sempre il bisogno di dare la colpa a qualcuno o qualcosa per poter sfogare la nostra rabbia e certo non aiuta che questi fanatici si autodichiarano musulmani, ma basterebbe leggere l'ABC dell'Islam per capire che di musulmano hanno ben poco. 
Non lasciate che la paura e la rabbia vi rendano ciechi. Sfoghiamo la nostra frustrazione in altri modi, indirizziamola alle persone giuste, ai terroristi, agli assassini, ai fomentatori dell'odio, agli islamofobi, ai fanatici, agli estremisti religiosi o politici che siano, ai razzisti. 
Restiamo uniti. Restiamo umani.

domenica 15 novembre 2015

Una cena al Vikingo per parlare di guerre e immigrazione, venerdì 20


Non sono superstiziosa, ma è stato un davvero terribile venerdì 13, già definito "l'11 settembre della Francia", per gli attentati che hanno messo in ginocchio Parigi e il Paese intero. 
Magari anche voi, come tanti me compresa, non avete chiuso occhio tutta la notte, pensando a quel che era appena accaduto, a ciò che potrà ancora accadere. 

Di certo non si potrà non parlare di Parigi e delle origini di quel terrorismo, alla conferenza di venerdì 20 novembre organizzata dal locale circolo PD, che qualche settimana fa ha invitato per quella sera Mimmo Càndito, editorialista de La Stampa e corrispondente di guerra,  a raccontare le drammatiche vicende in atto delle migrazioni dei popoli, e le cause che le stanno determinando. Sono argomenti che ci coinvolgono ormai tutti. 
Che Mimmo Càndito sia mio marito lo sanno tutti. Che anche lui ami Crescentino è fuor di dubbio. Ha accettato volentieri l'invito. 
La conferenza avrà luogo alla pizzeria il Vikingo, dopo una cena che avrà inizio alle ore 20, a base di antipasti, panissa, dolci, vino, acqua e caffè. Il costo è di E. 25.00
Per prenotare, rivolgersi alla stessa pizzeria. Il numero di telefono del Vikingo è 0161.84.26.73





mercoledì 11 novembre 2015

La Sinistra Italiana di Fassina fa gli occhi dolci ai 5 stelle...

La marcia, alla spicciolata spesso, dei transfughi dal PD vira ormai verso la costituzione di gruppi. Alcuni giorni fa è nata La Sinistra Italiana, e la novità nella novità è l'apertura al Movimento 5 Stelle. Sulla "Stampa" del 10 novembre, un articolo di Francesca Schianchi nota che la faccenda ha cominciato a fare molto rumore.
Ospite di Agorà su Raitre, l'ex dem Stefano Fassina ha detto: "Con il PD di Renzi siamo alternativi. Con loro c'è un confronto, ma anche una competizione". 
Ipotizzando uno scenario al Comune di Roma prossimo alle elezioni, Fassina ha detto che Sinistra Italiana potrebbe appoggiare l'aspirante sindaco grillino "se sul piano programmatico è più compatibile con la nostra idea di sviluppo di una città". Il M5S ha già rigettato il corteggiamento: "Non faremo ammucchiate o alleanze".
Per chi sia nato e cresciuto con una idea della sinistra così come riportata nei sacri testi del filone, si tratta di una bella botta. Stare fra Renzi che sembra progredire nel suo progetto del Partito della Nazione, e invece Fassina e soci che propongono alleanze con un gruppo populista e di ispirazione destrorsa, non è il massimo della comodità. 
Chissà quante dovremo ancora vederne, da qui alle amministrative del '16. Per non parlare del dopo...


domenica 8 novembre 2015

Sostiene Bersani: "Chi se ne va sbaglia"

Succosa e motivata intervista, ieri su "Repubblica", al re di smacchiatori di giaguari, Pier Luigi Bersani.
Un dibattito serrato che suggerisco a chi, a sua volta, voglia dibattere... e abbiate pazienza per questa fila di numero, ma Repubblica non ama essere copiaincollata)))

Bersani: “Chi se ne va sbaglia, senza Pd addio sinistra. Nella manovra errori ma anche del buono”

L’ex segretario prende le distanze dalla mini-scissione. Ma incalza il leader: “Darsi un profilo è importantissimo, non ci si rafforza pescando qua e là”
di GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA -  Pier Luigi Bersani si accende un cigarillo. Non è il prezioso Romeo y Julieta donato da Matteo Renzi. "Forse sono demodè ma i regali fatti raccontandoli prima ai giornalisti non li gradisco. "Siamo uomini o caporali?" tanto per citare Totò che piace anche Renzi. L'ho lasciato a Speranza. Poi, i cubani sono dolciastri. Semmai mi fumo i toscani...". Dopo molto tempo l'ex segretario torna a parlare. Nel frattempo ha consegnato pillole del suo pensiero ipercritico con il premier: copia Berlusconi, l'abolizione della Tasi è contro la Costituzione, il Pd isolato e inconsistente. Insofferenza palpabile. Se ne sono anche andati via Fassina e D'Attorre, bersaniani in purezza. Come l'avvisaglia di qualcosa di più grosso. Ecco, premette Bersani, non è così. "Se io resto nel Pd non lo faccio perché ho una nostalgica passionaccia per la ditta, per motivi sentimentali. Lo faccio perché senza il Pd il centrosinistra non esiste perciò mi chiedo come fanno altri a pensare di costruirlo fuori dal Pd. La mia idea d'Italia sta qui. E se gli elettori abbandoneranno il partito, temo sia più facile che finiscano nelle braccia di Grillo piuttosto che in quelle di una sinistra che non è nel Pd".

Il "suo" Pd è ulivista, di centrosinistra, civico, diverso dal partito pigliatutto che sembra avere in mente il segretario. "Dare un profilo al partito è importantissimo. Lui pensa di rafforzarsi pescando qua e là, per me è il contrario. Più sei senza identità, più il tuo consenso è contendibile. Penso per esempio all'idea della Lorenzin: a Roma un bel patto trasversale dal Pd a Forza Italia intorno a Marchini. La via maestra per la vittoria dei 5stelle". Della manovra dice che non è il male assoluto. Ci sono cose "positive" e altre negative, a cominciare dal "balletto diplomatico e un po' ipocrita sulla sanità pubblica: duecento milioni sono tagli agli sprechi, dodici miliardi in tre anni sono il colpo di grazia, sparirebbe. Davanti alla salute per me non c'è nè ricco nè povero. Se un pensionato viene costretto a pagarsi la risonanza magnetica spende l'equivalente di due Tasi".

Il premier però spiega: non condanno il Pd al suicidio, la sinistra deve abbassare le tasse. La minoranza è il partito delle tasse?
"La legge di stabilità non si giudica con gli slogan. Chi sa leggere la manovra, dalla Corte dei conti a Bankitalia all'ufficio parlamentare del bilancio, esprime garbatamente una preoccupazione: oggi si fa una scommessa ardita ma dal 2017 può essere rimesso in discussione il percorso di risanamento. Allora, se vogliamo discutere sul serio, esiste un solo modo per mettere in sicurezza i conti: prendere, nel 2016, almeno un pezzo del programma antievasione proposto dal Nens. Solo così, tra clausole di salvaguardia, sovrastima dei tagli e andamento del deficit, proteggi i conti pubblici".

La crescita non basta?
"La crescita c'è, anche se a livello embrionale. Ma attenti agli slogan, ripeto, e all'ottimismo. Può diventare pericoloso anche a livello elettorale. Non basta dire: ho portato il bel tempo. Sa che fa la gente quando c'è il sole? Esce, si muove, si mette in libertà, va un po' dove gli pare. Proprio quando le cose prendono la piega giusta non è detto che gli elettori votino chi li ha messi in quelle condizioni favorevoli. In Polonia, che ha una crescita molto più alta, è successo proprio questo. Quindi bisogna rafforzare il proprio profilo, un profilo di centrosinistra. E occorre togliere gli impedimenti alla crescita. Si fa con investimenti pubblici e privati, il lavoro viene solo da lì. L'altro aspetto è la disuguaglianza, quella impedisce la crescita vera. In Parlamento, adesso, rafforziamo ciò che c'è di buono e correggiamo ciò che è sbagliato".

C'è del buono, quindi?
"Sì".

E' una notizia.
"L'ammortamento al 140 per cento sull'acquisto dei macchinari è un'ottima idea. Così come il ritorno dell'antico ecobonus. Se aggiungiamo qualche altra misura di questo tipo e la incentiviamo per il Sud, aiuteranno molto".

A proposito di disuguaglianza, viene introdotto il fondo per la povertà.
"Qualche soldino c'è, chi lo nega. Ma il vero contrasto alla povertà si regge su due gambe: welfare universale ovvero pensioni e salute, e fedeltà e progressività fiscali".

Si formerà un'asse contro il governo tra la minoranza e i governatori?
"Finora ho assistito a un balletto diplomatico mentre sarebbe giusto raccontare alla gente come stanno le cose: già nel 2016, ma ancora di più nel 2017 e nel 2018, i tagli previsti farebbero saltare il sistema sanitario. E' un punto interrogativo grande come una casa e bisogna uscire dall'ipocrisia".

Renzi dice che abolendo la Tasi si aiutano i pensionati non i benestanti. Lei invece parla di misura incostituzionale. Due mondi lontanissimi.
"Ho detto che è contro i valori della Costituzione. Ci vuole progressività: un terzo dei contribuenti quella tassa può pagarla a beneficio di altri interventi fiscali, come l'abolizione delle imposte sulle compravendite. In ogni caso, non mi piacciono certi slogan. Il centrosinistra non dice meno tasse per tutti. Dice meno tasse perché, a chi e per che cosa. Meno tasse per tutti è uno slogan da anarchismo dei ricchi. Meno tasse ok, ma per dare lavoro. E che le paghino tutti. Non puoi rubare il salario come cantava Pierangelo Bertoli, però non puoi nemmeno rubare agli altri italiani non pagando le imposte".

Renzi l'ha sfidata sul contante: vedremo se cambia qualcosa con il tetto a 1000 o a 3000 euro.
"Il tetto a 3000 euro facilita l'evasione a valle. Mi sembra quasi un insulto all'intelligenza spiegare che non è normale girare con 3000 euro in tasca. Chi lo fa o evade o ricicla. Dice Renzi: ma facciamo le banche dati. E io devo sentire un premier e un ministro del Tesoro che dicono queste cose? Il nero come fa a finire nella banca dati, su".

È una manovra di destra allora?
"Nell'insieme questa legge ha dentro degli spunti interessanti. Ma bisogna cautelarsi sulle prospettive e puntare di più su investimenti e riduzione delle disuguaglienze".

Voterà la fiducia?
"Non c'è bisogno della fiducia. Il Parlamento può migliorare la legge. Speranza e Cuperlo hanno presentato le correzioni necessarie".

La minoranza non rischia la sindrome del can che abbaia non morde? In fondo l'uscita di D'Attorre e Fassina si spiega anche così.
"Riconosco che la nostra posizione debba essere più netta, più visibile ma credo che l'alternativa noi dobbiamo costruirla nel Pd. Non sarò io, ovviamente. Sarà un altro e vedremo chi. L'alternativa è un Pd che non ammaina la sua bandiera, che non fa il partito della Nazione, che costruisce il centrosinistra ulivista, civico, riformista, moderno. Non sono contento, come invece sembra essere Renzi, del fatto che parecchi escano. In loro c'è un pezzo di forza del Pd. Ma ho anche qualcosa da dire a quelli che se ne vanno".

Cosa?
"Con Fassina e D'Attorre siamo d'accordo su ciò che serve all'Italia. Non serve un partito neocentrista. Loro escono dicendo che vogliono costruire un nuovo centrosinistra. Ma dove? Senza il Pd il centrosinistra non lo fai più. Se il Pd fosse irrecuperabile, quella prospettiva verrebbe cancellata, punto. E se è così la nostra gente va prima da Grillo che nella sinistra nascente".

Un bel viatico per il nuovo soggetto che nasce domani...
"Non lo dico con inimicizia, anzi spero che ci ritroveremo. Ma la penso così. E non credo che la sinistra nel Pd sia una ridotta indiana".

Se arrivano Verdini e altri forzisti può succedere.
"Per me è

impossibile che il Pd perda la sua missione e cioè i suoi veri punti di forza. Pensare che la destra ti faccia fare il suo mestiere è alla lunga illusorio, velleitario. La destra esiste. Esiste ormai in maniera strutturale anche Grillo. Se non alzi le tue bandiere ti disarmi"

L'illegalità diffusa, il permissivismo e ia politica che ignora la scuola

Guardandoci intorno nel nostro caro Paesello, le occasioni culturali sono sempre più rare, anzi facciamo che dire inesistenti, se non fosse in questi giorni per le manifestazioni di San Genuario a cura di alcune ottime Signore. La mancanza di una stagione teatrale (scomparsa dall'Angelini con la fine della stagione 2013/2014) di fatto emigrata a Fontanetto con altra organizzazione, la rarità di occasioni di dibattito, buttano sulle spalle della scuola ogni possibilità di istruzione, educazione e dibattito, lasciando fuori il mondo degli adulti.
Ma non è che la scuola italiana tutta se la passi bene, anzi. La deriva della legalità nella nostra Nazione, gli ultimi imbarazzanti episodi in parecchi ambienti, ci ricordano che il rispetto di alcuni principi fondamentali del vivere civile viene vistosamente meno in Italia, e in un interessante e provocatorio articolo ne scrive, sul Corriere della Sera, Ernesto Galli della Loggia. Credo ci riguardi tutti, e perciò eccolo qui. Non lo perdete...


           Che errore ignorare la Scuola
           di Ernesto Galli della Loggia
           dal Corriere della Sera del 5 novembre 2015. 
Diciamolo brutalmente: l’Italia appare sempre più spesso un Paese di ladri e di truffatori, o, se si preferisce un’espressione più forbita, dell’illegalità diffusa. Specie se si tratta della sfera pubblica, tutto appare in vendita e tutti comprabili, ogni appalto appare manipolato, ogni spesa nascondere una tangente, ogni privilegio è pronto a trasformarsi in un abuso mentre l’assenteismo truffaldino è la regola. 
Ma perché le cose stanno così? Perché da noi il disciplinamento sociale si mostra così debole? Perché da noi non funzionano quei meccanismi che servono a ricordare nelle più svariate occasioni che «non si può fare come si vuole», che ci sono delle regole necessarie alla convivenza per ogni violazione delle quali ci sono delle sanzioni? E perché queste non sembrano preoccupare nessuno? Un principio di risposta va cercato nella crisi profondissima che in Italia ha colpito da decenni (insisto: da decenni) la scuola, la quale - stante il forte indebolimento dell’istituto familiare, dell’influenza religiosa e la fine del servizio di leva - è divenuta da molto tempo l’agenzia primaria se non unica del disciplinamento sociale degli italiani: con esiti che sono sotto gli occhi di tutti. 
La scuola adempie a questa funzione di disciplinamento essenzialmente in due modi. Innanzi tutto, per l’appunto, con la disciplina: cioè inserendo il giovane in un ordine dato e non contrattabile fatto di orari, ruoli, obblighi di un certo comportamento, ed esigendone il rispetto. In secondo luogo impartendo un insieme di nozioni, le quali rappresentano però assai più che sparse conoscenze disciplinari. Nel loro insieme infatti esse costituiscono un patrimonio che affonda le sue radici nel passato e costituisce un’identità culturale messa a disposizione dello studente, implicando dunque un’idea della continuità nonché un’immagine della trasmissione da una generazione all’altra. Tutti elementi che, congiunti, implicano anche un’idea forte del legame sociale. 
Ma importa a qualcuno di come la scuola riesca ad adempiere il ruolo ora descritto? Non direi: oggi la scuola sembra interessare l’opinione pubblica, infatti, solo per le agitazioni di tipo sindacale degli insegnanti o per le cosiddette «lotte degli studenti». Di ciò che invece accade ogni giorno nelle sue aule, dell’atmosfera che in esse si respira, di ciò che costituisce la vita concreta degli istituti, dell’effetto delle regole adottate, dei rapporti degli insegnanti con le famiglie e con gli allievi, di tutto ciò, così come di quanto essa riesca davvero a insegnare, non sembra che importi quasi nulla a nessuno. Tanto meno, poi, sembra importare quale sia il reale effetto che la scuola stessa ha sulla costruzione sociale degli italiani. Anche il ministro Giannini ho il sospetto che di tutto questo si occupi e sappia pochissimo: in pratica - come è la regola supinamente accettata da tutti i ministri - temo che essa conosca solo ciò che la sua burocrazia vuole farle conoscere. 
Dubito ad esempio che nelle stanze di viale Trastevere sia mai giunta notizia che in moltissime realtà scolastiche italiane ormai si assiste ad una vera e propria abolizione di fatto della disciplina. Dubito che si sappia che ormai non sono affatto rari i casi, già nelle scuole medie, non solo di aperta irrisione e insofferenza da parte degli studenti verso gli insegnanti, ma addirittura di minacce e insulti nei loro confronti: e quasi sempre senza che ciò produca sanzioni degne di questo nome (il caso della sospensione inflitta l’altro ieri in una scuola del Torinese a una quindicina di allievi, è la classica eccezione che conferma la regola). Da tempo infatti nella scuola italiana - complici l’aria dei tempi, la voglia di non avere fastidi, l’arroganza di molti genitori inclini a proteggere sempre il «cocco di casa» anche se è un teppista in erba - da tempo, dicevo, domina un permissivismo distruttivo e frustrante. 
Un permissivismo che prende, tra le molte altre, la forma della promozione d’ufficio. Certo, non è scritta da nessuna parte (almeno suppongo), ma di fatto vige la regola che nella scuola dell’obbligo, cioè fino alla terza media, è vietato bocciare. L’effetto di tutto ciò è che in generale il meccanismo didattico risulta privo di quello che da che mondo e mondo è il solo, vero (e infatti altri finora non ne sono stati inventati), strumento di sanzione. Ma ancora più importante, però, è che dominata da un tale meccanismo perverso, la scuola finisce inesorabilmente per perdere ogni reale capacità di insegnare qualcosa. Mi chiedo se il ministro Giannini sia consapevole di ciò che un gran numero di insegnanti potrebbero confermarle: e cioè che oggi termina la scuola dell’obbligo un grandissimo (insisto: grandissimo) numero di studenti incapaci di scrivere correttamente in italiano, di fare il riassunto di un testo appena complesso, di risolvere un pur non difficile problema di matematica. Me lo chiedo; ma mi pare che in questo ambito, invece, la politica abbia rinunciato a chiederselo e - salvo occuparsi di assicurare posti di lavoro ai «precari» - abbia deciso da tempo di rinunciare ad ogni suo ruolo direttivo, a qualsiasi intervento effettivamente di merito, preferendo affidarsi a un vuoto didatticismo e ai ritrovati tecnici della telematica nonché alla famigerata «autonomia scolastica". 
In verità è tutto il Paese che sa poco o nulla di cosa sia realmente oggi la sua scuola, né vuole saperlo. Ignora, ad esempio, che grazie ad un assurdo statuto di autonomia amministrativa attribuita ai singoli istituti e alla regionalizzazione di quelli che una volta erano i Provveditorati agli studi, la scuola italiana è oggi per più versi abbandonata a se stessa. Ignora che le singole scuole sono obbligate ad andare a caccia di studenti asservendosi sempre di più alle leggi del mercato e alle mode socio-culturali: ricorrendo a offerte formative fatte per «piacere» alle famiglie, programmando attività educativamente anche le più inutili e spesso a pagamento, che in tal modo discriminano socialmente gli alunni. Ma anche qui: importa a qualcuno questo snaturamento di fondo? Importa a qualcuno, ad esempio, che per sostenere il numero delle iscrizioni le suddette scuole siano indotte spesso a chiudere un occhio sui risultati scolastici insufficienti dei propri allievi? Importa a qualcuno che una siffatta autonomia stia operando implacabilmente contro l’unità del Paese, accentuando le disparità tra quartiere e quartiere, tra regione e regione, tra il Nord e il Sud? Favorendo ulteriormente le situazioni già favorite, e sfavorendo quelle già svantaggiate? Da almeno due o tre decenni i giovani italiani crescono e si socializzano in questo ambiente scolastico. Qui apprendono che cos’è la cultura, cosa sono le regole, che cosa l’autorità, e che conto tenerne. In piccolo imparano insomma come funziona il loro Paese: ci si può meravigliare se poi, quando crescono, si comportano di conseguenza?  

mercoledì 4 novembre 2015

La speranza di Speranza e il commercio locale

Anche le pietre sanno che l'Italia sta attraversando dal 2007 una crisi strutturale, e malgrado i proclami del presidente Renzi essa è ancora lungi dall'essere risolta. 
Gli anni della mia Amministrazione - 2009/2014 - sono stati i più duri, il picco della crisi durante il Governo Monti: con la diminuzione dei posti di lavoro, la mancanza di liquidità e tante altre tristezze che a Crescentino si sono sentite più che altrove, con desolante specchio nelle file che si allungavano - e ancora credo ci siano - davanti all'ufficio del Sindaco. 
Poteva non soffrire il commercio? Non tutto, veramente: ricordo bene di aver fatto all'epoca esempli di alcune attività che curano particolarmente il loro negozio, lo rinnovano, guardano ai clienti che arrivano da fuori, sono gentili e professionali, e mettendo insieme tutte queste doti, qualcuno ha addirittura avuto risultati più positivi di prima. 
Tenere la città pulita, fare manifestazioni, incoraggiare la gente ad andare a piedi in centro per vedere le vetrine, mettere il wi-fi in modo che il commercio cominciasse ad organizzarsi in modo diverso, e guardare al futuro e a nuovi clienti da acchiappare con ottimi affari e un bel sito. Sono stati questi gli intenti per quanto mi riguarda, ma io non potevo fare corsi di cortesia e gentilezza, ridipingere i muri cadenti nel centro storico e dare anche una mano di bianco dentro (cosa che in alcuni casi, entrando, vedo sempre più necessaria), avviare qualche piccola modifica negli arredi. Insomma, attirare il cliente. Si può fare amministrazione, ma nel commercio "aiutati che il ciel ti aiuta" è un proverbio imprescindibile. Quante volte vado per comprar qualcosa, e trovo il negozio chiuso in anticipo o aperto in ritardo? 
Ai corsi di marketing che organizzai negli anni Novanta vennero in 6, erano in 7 la sera che presentammo il progetto wi-fi ai commercianti. Si può fare amministrazione, ma non si può fare la balia. 
Però leggo che Speranza nutre speranze, e non farà come quella cattivona della Venegoni che se ne fregava, dice. Spero con tutto il cuore che ce la faccia, dovrebbe andare lui a dipingere dentro certi negozi fatiscenti che poi sono quelli che si lamentano di più: sempre a patto che non facciano la fine dell'Istituto Calamandrei, che appare già cadente un anno dopo essere stato dipinto di fuori, e con una "bella" bestemmia stampata sul muro che nessuno si è premurato di cancellare. Che vergogna.
A mio parere, comunque, finché Crescentino non si darà una ripulita in tutto il Centro Storico, finché non diventerà appunto invitante, solo un miracolo potrà accadere perché la gente si decida a ricominciare a passeggiare. O forse debbono venire da fuori città, per contemplare la bellezza delle nostre rovine? 



martedì 3 novembre 2015

Poter vivere con chi ti pare, e morire con chi ti pare


Dovrò pagare una tangente a Gramellini, perché anche il Buongiorno di stamattina sulla Stampa merita di essere letto e si presta a parecchie riflessioni, dunque vi ammollo pure questo.
Chiedo scusa a Speranza e lo metto in coda anche oggi, voi intanto se ne avete voglia ditemi che cosa pensate di questi ragionamenti, che mi sono stati segnalati da una carissima e proba amica.
MV



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03/11/2015
Le religioni, che nei propositi dei loro fondatori dovevano occuparsi principalmente delle nostre anime, hanno finito per interessarsi in modo ossessivo dei nostri corpi. Ieri, nel giorno dei defunti, l’arcivescovo di Torino ha criticato pesantemente la pratica di disperdere le ceneri e quella di custodire in casa le urne cinerarie dei propri cari. Ha anche duramente deprecato la tendenza dell’uomo a commercializzare la morte, come se negli ultimi due millenni la Chiesa non avesse costruito le sue fortune economiche sui lasciti dei moribondi in cerca di un passaporto per l’aldilà. Ma è dell’aldiquà che sembrano soprattutto interessarsi certi preti. Del nostro povero corpo, che per chi crede in una dimensione immateriale dell’esistenza è solo un involucro passeggero, l’abito che lo spirito indossa per partecipare alla festa della vita e che poi dismette al momento di andare altrove.  

Di questo abito le religioni hanno sempre avuto una cura maniacale, da sarti d’alta moda. Hanno spiegato agli uomini come mortificarlo in vita, codificando una quantità di peccati anche superiore al numero possibile degli eccessi, e persino come regolarlo dopo la morte. Lo hanno sottratto alla disponibilità del legittimo titolare, l’individuo, al quale faticano a riconoscere il più elementare dei diritti, quello di potere disporre di se stesso (fermo restando il rispetto dell’analogo diritto altrui). Di potere amare chi gli pare, di potere vivere come gli pare e di potere anche morire dove e con chi gli pare: disperso in un bosco o conservato nella vetrinetta della zia.