Farsi un'idea personale di quanto accade nel mondo magmatico del Centro-Sinistra non è mai stato così utile. In verità, dovremmo informarci di più su tutto, mentre la Rete ci invita alla superficialità.
Ecco qui dunque anche quel che dice Bersani sulle vicende in corso, e soprattutto dopo l'intervista di Pisapia.
Sempre dal Corriere della Sera, un estratto dal pezzo firmato Enrico Calano
No, non lo accusate di fuoco amico: Pier Luigi Bersani il giorno dopo le parole spazientite di Pisapia, sulla sinistra dei distinguo e dei conflitti fine a se stessi, a Torino per inaugurare la sede regionale e provinciale di MDP-Articolo 1 alla Vanchiglia, a una platea abbondantemente sopra gli anta dice: "Sul fuoco amico Pisapia non pensava a noi, noi siamo solo amici. Ci vedremo la prossima settimana: a unirci sono le cose concrete, sul fatto che sia vergognoso non cambiare la legge elettorale e che non fare lo ius soli è una pazzia. Alle elezioni vogliamo andare non solo con Pisapia ma anche con lui: una sinistra di governo, uno schieramento unito di ispirazione ulivista".
Magari non sa che D'Alema dell'intervista di Pisapia ha colto il passaggio nel quale egli non s'impegna a una sua candidatura alle politiche: "Mi stupisco che non si chieda a D'Alema se candiderà Pisapia", si dice abbia commentato.
Un altro MDP, Enrico Rossi, dice che il dibattito "Pisapia sì, Pisapia no" ha già stancato militanti e potenziali elettori.
L'unico a voler unire resta Bersani, che nel comizio improvvisato nel cortile, fra i panni stesi, assicura che gli MDP non sono "gli scissionisti e rancorosi che fanno vincere le destre" ma piuttosto quelli "che stanno cercando di portare l'acqua con le orecchie al centrosinistra".
Si dice pronto a parlare con Renzi, ma sulle sue sconfitte e le ricette economiche va a testa bassa: "Si è illuso di intercettare i voti della destra senza sapere che quando è in difficoltà ti abbraccia come si fa sul ring, si riposa e poi ti stende con un pugno".
domenica 10 settembre 2017
Renzi su MDP: deriva rifondarola, colpa loro se si perde la Sicilia
E' importante che ciascuno conosca il suono di tutte le campane, e dopo la lunga intervista di ieri a Giuliano Pisapia, oggi sul Corriere della Sera (come sugli altri giornali) è stata pubblicata la cronaca di una chiacchierata di Renzi con i giornalisti a Taormina, a cura di Felice Cavallaro).
La campagna siciliana di Matteo Renzi comincia dalla perla dove ha portato i grandi del G7. Operazione vincente. Come spera risulti il 5 novembre la candidatura di Fabrizio Micari, il rettore dell’università di Palermo arrivato anche lui a Taormina dieci minuti prima del segretario Pd nella hall di un albergo dove tanti giovani hanno fatto da cornice per la prima uscita del candidato di centrosinistra e per la prima foto di gruppo subito contrapposta a quella di Nello Musumeci, «circondato da esponenti dei vecchi governi Cuffaro e Lombardo». Ma la due giorni sicula di Renzi non sembra sintonizzarsi solo sugli avversari naturali, Musumeci e i grillini di Giancarlo Cancelleri. Perché la questione che più brucia sembra il «fuoco amico», quello esploso dalle trincee per la verità non molto amiche di D’Alema e Bersani, di Claudio Fava e anche di Giuliano Pisapia. Evita riferimenti espliciti il segretario. Dribbla la questione parlando in sala della «competenza» di Micari, ma tuona quando si chiude in una stanza col rettore-candidato ed altri amici: «Con questa loro deriva rifondarola, se Micari vince risulteranno irrilevanti, se si perde saranno responsabili».
Sicilia-laboratorio
Forse si riferiva soprattutto ai satelliti anti Pd della sinistra anche quando metteva in guardia la platea: «Sbaglia chi utilizza la Sicilia per partite personali». E ancora: «La Sicilia non è una cavia e le elezioni regionali non sono uno stress-test». I suoi avversari diranno che, nel timore di perdere, Renzi cerca di sottrarre il voto del 5 novembre dal «tavolo nazionale». Ma insiste sull’idea di stracciare come una vecchia foto consunta l’immagine della Sicilia-laboratorio. Pronto alla ricostruzione di quanto è accaduto finora con una stoccata a Pisapia: «Non voglio parlare di singole persone, ma D’Alema, Pisapia, altri faranno la loro battaglia nazionale. E io non voglio nemmeno parlarne perché questo è quello che loro vorrebbero».
«Ognuno ha fatto le sue scelte»
E nel chiuso di quella stanza riecheggia la genesi della candidatura del rettore: «Espressione di un’area civica, individuata da Leoluca Orlando che ne ha parlato a Roma con i big della sinistra, presente Pisapia. E da quella riunione tutti uscirono consenzienti. A cominciare dai dirigenti del Pd che fecero un passo indietro. A cominciare da me, che convinsi l’amico Davide Faraone a rinunciare. Poi ognuno ha fatto le sue scelte...». Ovvio il richiamo alla presenza in coalizione di Angelino Alfano che stamane sarà in conferenza stampa a Palermo con Micari. E Renzi anche su questo respinge le critiche che arrivano non solo da Fava ma anche da Pisapia: «Durante quelle riunion, si era parlato del “modello Palermo”. Così si arriva a Micari. E tutti erano d’accordo, condividendo la strategia di Orlando. Ma a Palermo nel centrosinistra di Orlando c’è Alfano. Lo scoprono ora?».
venerdì 8 settembre 2017
Pisapia: "La Sinistra è unita fuori dal ceto politico, dentro è tutto complicato"
Un giorno ri-leggeremo questa intervista a Giuliano Pisapia, e ci ricorderemo di quante verità amare abbia fatto intuire, con il suo fraseggio piano ma deciso.
In questo momento a mio parere l'ex sindaco di Milano è quello che ha una visione più chiara, perché non contaminata da odi rabbie e desiderio di vendette, del futuro del Centro-Sinistra.
Non so in realtà se questo futuro esista, perché dopo le ultime in Sicilia del ducetto Renzi, e tenendo conto dei sondaggi che danno in testa i 5 Stelle, del centro-sinistra tutto minuscolo non resterà che polvere.
Pisapia ha una dote rara: è pronto a stare fuori dai giochi, non è assatanato di potere. Lavora per l'Italia. Ce ne sono pochi, così.
Sarò catastrofica, ma Bersani e D'Alema sono troppo rancorosi per non commettere errori.
La situazione è veramente ingarbugliata.
Aldo Cazzullo del Corriere della Sera nel colloquio con Pisapia sa essere chiaro. Certo, per l'ottimismo c'è poco spazio...
Aldo Cazzullo per "Il Corriere Della Sera"
Giuliano Pisapia, lei sette mesi fa annunciava al Corriere la sua discesa in campo.
«Più che cambiate, diciamo che molte cose si sono aggravate. I 5 Stelle dimostrano di avere difficoltà a individuare una classe dirigente, e ogni giorno cambiano idea su quasi tutto. Il centrodestra si rintana su posizioni sempre più estremiste e conservatrici. C' è ancora più bisogno di un progetto responsabile, ampio e aperto di centrosinistra in grado di diventare maggioranza. Non è il momento di accontentarsi di fare testimonianza. Ma deve essere chiaro a tutti che possiamo vincere solo se supereremo le divisioni fra noi. Io sono e resto in campo per questo, per fare di tutto affinché una sintesi si trovi e il centrosinistra vinca. Ma non ho nessun problema a fare un passo indietro o anche di più. La mia professione, che si occupa di diritto e di diritti, continua ad appassionarmi. Mentre proprio non mi appassiona la politica urlata, l' insulto degli avversari e, ancor meno, il "fuoco amico"».
Ha cambiato idea? Sarà o no il leader della forza che dovrà pur nascere alla sinistra del Pd?
«Oggi è ancora più necessario un soggetto politico di centrosinistra, o sinistracentro, capace di assumere responsabilità di governo e rispondere ai bisogni del Paese, dal lavoro alla povertà. Di fare il leader non avevo nessuna intenzione. Me l' ha chiesto in particolare Articolo 1 ai suoi più alti livelli. Non ho alcun interesse personale, non cerco ruoli o poltrone».
Cos' è cambiato, allora?
«Più che cambiate, diciamo che molte cose si sono aggravate. I 5 Stelle dimostrano di avere difficoltà a individuare una classe dirigente, e ogni giorno cambiano idea su quasi tutto. Il centrodestra si rintana su posizioni sempre più estremiste e conservatrici. C' è ancora più bisogno di un progetto responsabile, ampio e aperto di centrosinistra in grado di diventare maggioranza. Non è il momento di accontentarsi di fare testimonianza. Ma deve essere chiaro a tutti che possiamo vincere solo se supereremo le divisioni fra noi. Io sono e resto in campo per questo, per fare di tutto affinché una sintesi si trovi e il centrosinistra vinca. Ma non ho nessun problema a fare un passo indietro o anche di più. La mia professione, che si occupa di diritto e di diritti, continua ad appassionarmi. Mentre proprio non mi appassiona la politica urlata, l' insulto degli avversari e, ancor meno, il "fuoco amico"».
Ci sono davvero le condizioni per far nascere Insieme, l' alleanza che doveva unire le anime della sinistra che non si riconoscono nel renzismo?
«Le condizioni ci sono nella società, nel sindacato, nell' immensa prateria del volontariato laico e cattolico, nel mondo dell' ambientalismo e del civismo, tra le persone che non hanno tessere di partito. Poi, certo, quando la parola "insieme" diventa operazione di ceto politico, le cose si complicano. Vorrei farle vedere la mia agenda delle prossime settimane: mi invitano a confrontarmi nelle feste dei partiti, delle associazioni, la Caritas e Sant' Egidio. Le assicuro che non sono affatto solo a pensarla così. E voglio essere chiaro: il nuovo soggetto politico alle elezioni non farà parte di un "listone". Per quanto mi riguarda, è offensivo ritenere che Campo progressista possa accogliere un' eventuale richiesta di avere "nelle liste Pd alcuni posti più o meno blindati", come ha detto chi vuole far polemiche strumentali».
C' è però l' ostacolo della Sicilia. Renzi e Alfano hanno candidato Micari. Bersani vuole Fava. Come se ne esce?
«Fin dalla sua nascita Campo progressista ha fatto una scelta precisa: non partecipare direttamente a elezioni comunali e regionali, ma appoggiare candidati civici o espressione di una coalizione di centrosinistra. Ho letto in queste settimane vere e proprie "fake news" su mie prese di posizione che non ci sono mai state. Mi sono limitato ad ascoltare alcuni sindaci siciliani. E tutti mi hanno confermato che una divisione del centrosinistra rischia fortemente di portare a una sonora sconfitta. Ecco perché nei giorni scorsi Campo progressista ha rivolto un appello a Micari e Fava: vedetevi, parlatevi.
Un ultimo, disperato tentativo. Solo ora Alternativa popolare, che era profondamente divisa, si è schierata con Micari, il quale avrebbe anche indicato un rappresentante di quel partito come suo vicepresidente. Una "coalizione" non civica, né tanto meno di centrosinistra, come era stato prospettato. Si poteva fare di più per evitare una situazione che probabilmente, ma spero di no, porterà in Sicilia alla vittoria delle destre o dei 5 stelle».
Quale dovrebbe essere secondo lei la legge elettorale?
«Il Mattarellum potrebbe garantire governabilità e rappresentanza, oltre al diritto dei cittadini a scegliere il proprio rappresentante».
Ma non ci sono i numeri in Parlamento.
«Personalmente avrei tentato: ci sono state aperture anche da parte di chi era contrario. Credo che ormai sia tardi per una nuova legge elettorale: andremo alle elezioni con il Consultellum, di fatto proporzionale. Dopo il voto ci potranno essere solo alleanze del tutto diverse, se non opposte, da quelle su cui i partiti si sono impegnati in campagna elettorale. Rispetto ai programmi su cui si è chiesto il voto ci saranno compromessi ignobili, al ribasso. Un vero e proprio tradimento degli elettori».
È impossibile quindi una coalizione di centrosinistra, che vada da lei ad Alfano?
«Gli elettori chiedono chiarezza. Un accordo politico tra chi ha visioni profondamente diverse, se non opposte, porta alla palude. Questa maggioranza di governo è stata una necessità, ma guardare avanti significa costruire un progetto coerente. Il Pd non è autosufficiente; per questo ho sempre ritenuto che dovesse guardare a sinistra e non a destra. Purtroppo sta avvenendo il contrario».
Con Bersani come va? E con D' Alema? Ogni tanto la punzecchia, le ricorda il suo passato in Rifondazione comunista.
«Abbiamo un obiettivo comune: creare le condizioni perché il centrosinistra possa governare il Paese. Non basta dire cose di sinistra, bisogna essere capaci di farle. E per farle bisogna essere in maggioranza. Questa è la sfida, quindi usciamo dal personalismo e dal politicismo. Per quanto riguarda il mio passato di deputato indipendente in Rifondazione, ricordo che dopo aver votato la fiducia a Prodi mi sono astenuto sulla fiducia a D' Alema. Poi c' è stata la guerra in Kosovo e io, dopo aver votato contro, sono andato a dare il mio aiuto in un campo profughi».
Ma D' Alema in Parlamento lo candiderete?
«Per le candidature - tutte - andranno individuati insieme criteri che tengano conto del radicamento sui territori. E la giusta miscela tra la novità e le esperienze. Per questa ragione ho chiesto che a valutare le candidature siano anche dei garanti che non andranno in Parlamento».
Gentiloni è un buon presidente del Consiglio? La manovra che si profila la convince?
«Gentiloni interpreta la leadership in modo molto sobrio e solido. È considerato un interlocutore affidabile dai partner europei e mondiali. Ma la manovra non è, e non può essere, un aut aut a scatola chiusa. Si può trovare lo spazio per punti dirimenti: nuova occupazione e nuovi investimenti, lotta alle diseguaglianze, mondo della scuola. È importante che si faccia di tutto, ma davvero di tutto, per approvare alcune leggi, tra cui lo ius soli temperato e il biotestamento. Perché se vinceranno le destre non saranno mai approvate».
E Minniti? Idranti nel centro di Roma, e la Brigata 48 in Libia contro i migranti: questa stretta sta portando a una violazione dei diritti umani?
«Non dimentichiamo che l' Italia ha salvato decine di migliaia di migranti nel Mediterraneo. È vero che sono diminuiti gli sbarchi, ma non possiamo ignorare le migliaia di profughi che sono nei campi libici in condizioni disumane, sottoposti a torture e violenze. La tutela dei diritti umani deve essere la nostra priorità. Dobbiamo creare le condizioni per un controllo sovranazionale sui campi profughi in Libia.
Non è facile, ma non possiamo tacere».
Laura Boldrini è diventata una sorta di capro espiatorio nazionale, sui social infuria una campagna contro di lei.
Frequento poco la rete, capisco sia utile ma è anche un luogo pericoloso, che deresponsabilizza le persone e le fa sentire libere di scrivere qualunque infamia. A Laura, che è stata vittima di una vera e propria barbarie, sono molto vicino. Condivido non solo la sua campagna per rendere la rete un luogo di confronto civile, ma anche il suo impegno per il rispetto dei diritti umani. La sua battaglia è la mia».
Da milanese che effetto le fa il ritorno di Berlusconi? Fuoco fatuo o resurrezione?
«È la dimostrazione della debolezza del centrodestra e contemporaneamente della sua forza. Per mantenere in vita il suo partito, Berlusconi è costretto a fare scelte che in più occasioni ha dimostrato di non condividere. Eppure, ricordando un protagonista di Carosello, intorno a Ercolino sempre in piedi il centrodestra, pur di vincere, riesce a essere unito».
Invece su di lei il Foglio titola: "Pisapia subisce ancora".
«Preferisco subisca una persona sola che tante. Perché quello che stiamo cercando di fare non riguarda solo il futuro della sinistra ma anche, e soprattutto, il futuro del nostro splendido Paese».
Riabbraccerebbe la Boschi?
«Certo».
lunedì 4 settembre 2017
D'Alema, imperdibile: "Gentiloni meglio di Renzi, ma ci voleva poco"
Massimo D'Alema - ora uno dei leader di MDP - ha una delle personalità più toste e solide della scena politica italiana, oggetto spesso di ironie almeno tanto violente quanto quelle che lui sfodera. Questa imperdibile intervista di pochi giorni fa al giornalista de La Stampa Andrea Carugati lo conferma.
Pisapia è ancora il suo leader dopo lo strappo in Sicilia? Massimo D' Alema interrompe per un istante i selfie e le strette di mano con i compagni seduti al ristorante della prima festa di Mdp a Buti, sulle colline vicino a Pisa. «Io sono rimasto alla piazza del primo luglio, a quello che ci siamo detti lì. Poi sono andato in vacanza e non ho più seguito...».
Il sorriso è beffardo ma l' intenzione di lasciare aperto un filo con l' ex sindaco di Milano traspare in modo chiaro: «La Sicilia? Io non ho ancora sentito dichiarazioni di Pisapia su questa vicenda. Ho letto una nota di Campo progressista a favore di un' alleanza civica e di centrosinistra che non comprende Alfano. Questo è quello che sosteniamo come Mdp».
Bersani poche ore prima, dalla Versilia, aveva espresso fiducia verso Pisapia: «Noi vogliamo fare il centrosinistra, Alfano è un' altra cosa. Io e Pisapia la pensiamo allo stesso modo». Nei prossimi giorni con il leader di Campo progressista si incontreranno per tentare di ricucire.
«Mi fa piacere che si vedano - osserva D' Alema senza nascondere una certa freddezza -, ad oggi non vedo una rottura del percorso comune tra noi e Pisapia». E non sottoscrive la dichiarazione molto dura di Claudio Fava, candidato per le sinistre in Sicilia, che ha definito ieri sul Fatto l' ex sindaco di Milano un leader «evaporato». Sul ministro degli Esteri invece il giudizio è tranchant: «In Sicilia lui e Renzi hanno stretto un accordo di potere per garantire ad Ap una ventina di senatori. Mi chiedo come qualcuno potesse pensare che noi avallassimo questo fatto».
Cercate di far perdere il Pd in Sicilia?
«La responsabilità - risponde - è di Renzi, che si doveva fare gli affari suoi. In Sicilia ci sarebbe stata un' alleanza di centrosinistra e Alfano sarebbe andato per la sua strada. Lui ha scelto il Pd quando Lega e Fratelli d' Italia hanno messo il veto su Ap. È uno scarto del centrodestra».
«Meno male - aggiunge - che i nostri compagni siciliani si sono tirati fuori da questo pasticcio. Erano consapevoli che i nostri elettori non li avrebbero mai seguiti. Se avessimo sostenuto Renzi e Alfano ci saremmo uniti a una compagnia destinata al fallimento. Non siamo usciti dal Pd per metterci a pasticciare per fare accordi con loro. In Sicilia, come alle prossime politiche, serve una voce autonoma della sinistra che esprima i nostri valori».
Voi siete solo antirenziani?
«Risponderò citando l' ineffabile avvocato Pisapia, che non è accusabile di essere rancoroso come me. Lui ha detto che serve una "netta discontinuità" di contenuti e leadership per un nuovo centrosinistra e ha escluso alleanze con Alfano. Io mi definisco un seguace di Pisapia. In Sicilia stiamo facendo questo, speriamo che lo faccia anche lui...».
L' ex premier è molto duro anche con Gentiloni:
«Certo, governa un pochino meglio di Renzi. ma davvero ci voleva poco».
Bordate anche verso il suo ex fedelissimo Marco Minniti sul tema migranti:
«È un tecnico della sicurezza, questa purtroppo è invece una grande questione politica. Prima l' Italia aveva come priorità quella di salvare vite umane, ora è evitare che gli immigrati arrivino da noi. Queste persone ora o muoiono nel deserto o finiscono nei campi di concentramento in Libia, dove non sono garantiti i minimi diritti umani».
Prima di avallare questo «blocco navale», conclude D' Alema, «Minniti si sarebbe dovuto accertare che fosse l' Onu e non le milizie libiche a gestire i campi».
domenica 3 settembre 2017
La pista ciclabile da brividi di strada Torino
Hanno fatto dei lavori, scavato.
La linea gialla che delimita la pista ciclabile in Strada Torino, dal distributore Esso al Campo Sportivo, non c'è più.
Non mi occuperei di lavori pubblici, li lascerei volentieri al geom. Preti, se non fosse che oggi pomeriggio c'era una famigliola in bici, e il papà con il seggiolino e il bambino, ha detto con voce angosciata alla moglie: "Per carità, mettiti davanti a me stiamo in fila e speriamo di arrivare vivi fino a casa".
Mi ha fatto impressione, aveva ragione.
Le macchine sfrecciavano senza freni e giudizio, come fanno dovunque, a pochi centimetri da loro. Niente ricordava che lì c'è una pista ciclabile.
Sono certa che avete anche altro da fare, lì al secondo piano, ma per favore tirate quella riga gialla su Strada Torino.
La linea gialla che delimita la pista ciclabile in Strada Torino, dal distributore Esso al Campo Sportivo, non c'è più.
Non mi occuperei di lavori pubblici, li lascerei volentieri al geom. Preti, se non fosse che oggi pomeriggio c'era una famigliola in bici, e il papà con il seggiolino e il bambino, ha detto con voce angosciata alla moglie: "Per carità, mettiti davanti a me stiamo in fila e speriamo di arrivare vivi fino a casa".
Mi ha fatto impressione, aveva ragione.
Le macchine sfrecciavano senza freni e giudizio, come fanno dovunque, a pochi centimetri da loro. Niente ricordava che lì c'è una pista ciclabile.
Sono certa che avete anche altro da fare, lì al secondo piano, ma per favore tirate quella riga gialla su Strada Torino.
martedì 29 agosto 2017
La Sindaca di San Germano, Rosetta solo di cognome
La Sindaca di San Germano è finita sulle pagine nazionali e nei TG per motivi opposti a quelli di Giusi Nicolini, ex Sindaca di Lampedusa, del PD e trombata nella riconferma in favore di un altro sindaco del PD (è la moda del giorno).
Michela Rosetta ha fatto approvare una delibera di Giunta nella quale si prevedono anche sanzioni da 150 euro a 5 mila per chi affitta case per i migranti.
Sulle pagine locali di Repubblica si leggono le sue parole: ''Non accettiamo imposizioni dalla Prefettura o enti privati: e siamo disposti a tutto per evitarle. Lo abbiamo così scritto in una delibera . È intollerabile che Prefetture, privati, organizzazioni (religiose e non), cooperative ed enti in genere facciano business con il sistema dell'accoglienza fregandosene dell'Amministrazione Comunale che, suo malgrado, si troverà costretta a gestire enormi problemi quando la grande maggioranza dei richiedenti asilo si scoprirà non avere diritto allo status di profugo, continuando a pesare sulle comunità locali''.
Evidentemente la Rosetta non fa parte della Comunità italiana e non si sente di condividere le responsabilità del nostro Paese (l'Italia) nell'epocale problema che stiamo attraversando e affrontando. E' come se dicesse: andate nel centro vicino, e non ci scocciate.
Questo business, e in certi casi lo è, dell'ospitalità a pagamento, sta per esempio cautelando l'Italia da evenienze ben più gravi, come il proselitismo per l'Isis. Solo per dirne una, perché ho capito che la carità cristiana non le interessa.
Brava Rosetta. Il suo cognome non mi fa in questo momento pensare alle rose, e spero intervenga presto il Prefetto per ridurla a più miti consigli, e farle capire che non è una castellana, ma un sindaco della Repubblica Italiana.
Michela Rosetta ha fatto approvare una delibera di Giunta nella quale si prevedono anche sanzioni da 150 euro a 5 mila per chi affitta case per i migranti.
Sulle pagine locali di Repubblica si leggono le sue parole: ''Non accettiamo imposizioni dalla Prefettura o enti privati: e siamo disposti a tutto per evitarle. Lo abbiamo così scritto in una delibera . È intollerabile che Prefetture, privati, organizzazioni (religiose e non), cooperative ed enti in genere facciano business con il sistema dell'accoglienza fregandosene dell'Amministrazione Comunale che, suo malgrado, si troverà costretta a gestire enormi problemi quando la grande maggioranza dei richiedenti asilo si scoprirà non avere diritto allo status di profugo, continuando a pesare sulle comunità locali''.
Evidentemente la Rosetta non fa parte della Comunità italiana e non si sente di condividere le responsabilità del nostro Paese (l'Italia) nell'epocale problema che stiamo attraversando e affrontando. E' come se dicesse: andate nel centro vicino, e non ci scocciate.
Questo business, e in certi casi lo è, dell'ospitalità a pagamento, sta per esempio cautelando l'Italia da evenienze ben più gravi, come il proselitismo per l'Isis. Solo per dirne una, perché ho capito che la carità cristiana non le interessa.
Brava Rosetta. Il suo cognome non mi fa in questo momento pensare alle rose, e spero intervenga presto il Prefetto per ridurla a più miti consigli, e farle capire che non è una castellana, ma un sindaco della Repubblica Italiana.
lunedì 28 agosto 2017
Come sconfiggere il grigiore sistemico di Crescentino (grazie Cristian)
Ha scritto Cristian, sul post precedente:
Questa mattina andando a lavorare decido di passare in mezzo al centro abitato di un paese anziché passare dalla solita tangenziale.
Tal paese conta ca 11.000 anime ed è pronto ai festeggiamenti del santo patrono (prossimo 11 settembre). Già oggi il paese è addobbato a festa, un marea di gagliardetti colorati diversi, uno per ogni rione (non so perché ma mi ricorda qualcosa del ns passato). Si respirava nell'aria la voglia di allegria..
Una volta Crescentino era così, quindi caro Ivan Ivanovic perché la proloco dovrebbe essere un doppione? perché anche a Crescentino l'unione tra pro loco e vari rioni non può dar vita a qualcosa di importante?
Lo scorso Carnevale si era lanciata l'idea di far rivivere i rioni, spronando i cittadini a tirar fuori i vecchi stendardi (con poco successo aimè).. io sono stato uno dei pochi.. ma quante polemiche sul web.. (una delle main issue fu che i rioni si fondano su una storia inventata...bah)
Io credo che il grigiore che oggi avvolge Crescentino sia sistemico.. però bisognerà pur far qualcosa.. e c'è bisogno di tutti.
Ricordo a Cristian, e a tutti, che per esempio Gabriele Massa, da assessore, si era sbattuto non poco per far rinascere i rioni, e aveva collegato con la Festa dello Sport di settembre le famose bandierine delle varie zone con gare sportive, e il rione vincitore prendeva in custodia per un anno il dipinto di San Crescentino creato da Mariella Alemanno fino alla contesa successiva.
Sono stupidaggini? No, sono un modo per tenere coeso il senso della comunità, e divertirsi, e allenarsi per le gare allontanando la voglia di spaccare tutto e il disfattismo che si è aggravato negli ultimi tre anni.
Ma qui non voglio cominciare un pippone anti-Greppi o anti-Speranza.
Voglio solo ricordare loro che lo spoil system (cioè l'ansia di buttar via tutto quello che hanno fatto quelli prima per cancellarne il ricordo) non sempre è un buon metodo.
In questo caso era già nata una piccola tradizione, le persone si erano messe insieme e tutto era avviato. Bastava continuare.
Sul fatto che Gabriele si fosse inventato una bella cosa, non c'è dubbio.
Non è che perché l'ha fatto lui sia ora diventata automaticamente una schifezza, vero?
Ve la sarete mica dimenticata?
Ma dai, sono passati poi 3 anni...
Cancella di qui, cancella di là, potete anche prendermi per i fondelli per le cose andate male, ma voi cari Amministratori in questo caso avete buttato via il bambino con l'acqua sporca.
E il grigiore, adesso, come ricorda dottamente Cristian, è sistemico. Cioè un dato di fatto diffuso che tutti hanno accettato, e se non se ne esce saremo un Paese di zombie (già un po' lo siamo).
Guardate, come ricorda Mauro da qualche parte, cosa fanno in paesi anche più piccoli, Fontanetto e addirittura Marcorengo che è una frazione. Ma vi pare logico che siamo finiti così male?
Come dice sempre Cristian, c'è bisogno di tutti, senza spoil system.
Per prima cosa, una Pro Loco. Quando il Prajet avrà finito la sua bella festa e si sarà riposato, faccia un regalo al Paese e si rimetta in gioco in questo progetto. Vedetevi, parlatevi con gli altri tutti, anche con quelli che vi stanno sui piedi. Eddaje.
Il Sindaco con la sua autorevolezza prenda in mano le redini di una prima riunione, e la smetta di consolare Speranza per le sue sconfitte: lui, ha già fatto come poteva, poverino.
Altrimenti, non se ne esce.
Questa mattina andando a lavorare decido di passare in mezzo al centro abitato di un paese anziché passare dalla solita tangenziale.
Tal paese conta ca 11.000 anime ed è pronto ai festeggiamenti del santo patrono (prossimo 11 settembre). Già oggi il paese è addobbato a festa, un marea di gagliardetti colorati diversi, uno per ogni rione (non so perché ma mi ricorda qualcosa del ns passato). Si respirava nell'aria la voglia di allegria..
Una volta Crescentino era così, quindi caro Ivan Ivanovic perché la proloco dovrebbe essere un doppione? perché anche a Crescentino l'unione tra pro loco e vari rioni non può dar vita a qualcosa di importante?
Lo scorso Carnevale si era lanciata l'idea di far rivivere i rioni, spronando i cittadini a tirar fuori i vecchi stendardi (con poco successo aimè).. io sono stato uno dei pochi.. ma quante polemiche sul web.. (una delle main issue fu che i rioni si fondano su una storia inventata...bah)
Io credo che il grigiore che oggi avvolge Crescentino sia sistemico.. però bisognerà pur far qualcosa.. e c'è bisogno di tutti.
Ricordo a Cristian, e a tutti, che per esempio Gabriele Massa, da assessore, si era sbattuto non poco per far rinascere i rioni, e aveva collegato con la Festa dello Sport di settembre le famose bandierine delle varie zone con gare sportive, e il rione vincitore prendeva in custodia per un anno il dipinto di San Crescentino creato da Mariella Alemanno fino alla contesa successiva.
Sono stupidaggini? No, sono un modo per tenere coeso il senso della comunità, e divertirsi, e allenarsi per le gare allontanando la voglia di spaccare tutto e il disfattismo che si è aggravato negli ultimi tre anni.
Ma qui non voglio cominciare un pippone anti-Greppi o anti-Speranza.
Voglio solo ricordare loro che lo spoil system (cioè l'ansia di buttar via tutto quello che hanno fatto quelli prima per cancellarne il ricordo) non sempre è un buon metodo.
In questo caso era già nata una piccola tradizione, le persone si erano messe insieme e tutto era avviato. Bastava continuare.
Sul fatto che Gabriele si fosse inventato una bella cosa, non c'è dubbio.
Non è che perché l'ha fatto lui sia ora diventata automaticamente una schifezza, vero?
Ve la sarete mica dimenticata?
Ma dai, sono passati poi 3 anni...
Cancella di qui, cancella di là, potete anche prendermi per i fondelli per le cose andate male, ma voi cari Amministratori in questo caso avete buttato via il bambino con l'acqua sporca.
E il grigiore, adesso, come ricorda dottamente Cristian, è sistemico. Cioè un dato di fatto diffuso che tutti hanno accettato, e se non se ne esce saremo un Paese di zombie (già un po' lo siamo).
Guardate, come ricorda Mauro da qualche parte, cosa fanno in paesi anche più piccoli, Fontanetto e addirittura Marcorengo che è una frazione. Ma vi pare logico che siamo finiti così male?
Come dice sempre Cristian, c'è bisogno di tutti, senza spoil system.
Per prima cosa, una Pro Loco. Quando il Prajet avrà finito la sua bella festa e si sarà riposato, faccia un regalo al Paese e si rimetta in gioco in questo progetto. Vedetevi, parlatevi con gli altri tutti, anche con quelli che vi stanno sui piedi. Eddaje.
Il Sindaco con la sua autorevolezza prenda in mano le redini di una prima riunione, e la smetta di consolare Speranza per le sue sconfitte: lui, ha già fatto come poteva, poverino.
Altrimenti, non se ne esce.
lunedì 21 agosto 2017
Crescentino senza Pro Loco, e il suo deserto ai tempi di Facebook
Ho fatto delle ferie prolungate su questo blog, chiedo scusa alle persone che mi vengono a trovare, ma ho cercato di resistere alla tentazione di rispondere ancora una volta a Speranza sulla CH4, è diventato un dialogo fra sordi che mi sembra infruttuoso proseguire.
E dunque cercavo di non pensare all'"amato Amare" per non tornare a invischiarmi a ridire le stesse cose, aggiungendo per esempio una domandina piccola, che ormai pongo: ma quando il Comune ha stipulato con la CH4 la nuova convenzione per il (sacrosanto) riscaldamento delle Scuole Elementari, si è parlato e scritto anche dei temi della puzza che vengono poi sempre buttati addosso a me? Se no, malissimo. Ma se sì, che cosa si è detto, anzi deciso? Sono cose che non si tengono segrete, queste.
Vedete che poi non mi tengo.
Sono qui invece perché ho appena letto lo sfogone di Mauro Novo sul suo sempre scintillante blog. E' vero, la festa della Madonna del Palazzo questa volta è più malinconica del solito. Oggi pomeriggio passare per Piazza Garibaldi è stata una sofferenza: due giostre e silenzio di tomba, non un cliente. I portici, sempre più Aleppo e ringraziamo con il cuore i bar che sono aperti.
Ma anche, con il caldo di questa estate qui, forse sarebbe stato più saggio posizionare le giostre su piazza Matteotti, almeno c'è qualche pianta e un po' di spazio.
Tengo a dire che i giostrai vanno ormai più volentieri nelle località di villeggiatura (dove ci sono poi anche quelli di Crescentino che usano queste strutture).
Tengo a dire che i giostrai sono sempre meno.
Il fatto è che nel nostro Amato Paesello manca una organizzazione fondamentale: la Pro Loco.
Senza il Madur, come dice Mauro, c'è il deserto.
La Pro Loco c'è stata a breve, sotto questa Amministrazione, poi non più. Non so cos'è successo, ditemelo voi.
Lo Statuto che ricordo diceva che la Pro Loco è formata dai Presidenti di tutte le realtà associative del paese. In questa formazione, sarebbe una corazzata in grado di far fronte a ogni bisogno, potendo contare sui volontari - per dire - dal Prajet fino alla Crescentinese. Non si può stare senza Pro Loco, succedono le miserie che abbiamo visto in questi giorni.
Ma perché non ci riprovano? Ogni associazione è un'isola a sé, il senso di comunità si è riversato su Facebook, la gente non sta più insieme, e non solo a Crescentino. Drammatico.
Confrontata con le Feste Patronali in arrivo nelle località vicine, già la nostra è stata sempre sottotono per la collocazione temporale troppo vicina a Ferragosto. Ma stavolta è una Waterloo.
Non voglio ripetere ciò che dice Mauro: ma scherziamo, una serata danzante senza sedie? In Comune ci sono eccome.
Sul mercatino, invece, ho una curiosità. A un certo punto mi è stato detto dai funzionari di riferimento che non si poteva più fare. Poi con la nuova Giunta è ricomparso. I funzionari non sono cambiati: saranno cambiate le leggi, spero...
Un discorso a parte merita la scarsa frequentazione dei cittadini alle manifestazioni di questi giorni.
A parte il periodo delle ferie, da fuori non aspettiamoci nessuno.
Non raccontiamoci palle.
La città non è accogliente.
Le chiusure dei negozi sono ammoscianti, e molti sono andati in ferie proprio da venerdì, ho visto sui cartelli, perché c'era la festa. Robe da matti.
Non c'è niente da fare, niente da vedere, c'è un'infilata di cartelli con VENDESI e AFFITTASI che farebbe scappare chiunque.
In compenso non c'è più stato da parte del Comune alcun tentativo di far rimettere a nuovo la città, nessun invito, nessuna campagna.
Le cose peggiorano.
E la Festa della Madonna del Palazzo è qui a dimostrarcelo.
E dunque cercavo di non pensare all'"amato Amare" per non tornare a invischiarmi a ridire le stesse cose, aggiungendo per esempio una domandina piccola, che ormai pongo: ma quando il Comune ha stipulato con la CH4 la nuova convenzione per il (sacrosanto) riscaldamento delle Scuole Elementari, si è parlato e scritto anche dei temi della puzza che vengono poi sempre buttati addosso a me? Se no, malissimo. Ma se sì, che cosa si è detto, anzi deciso? Sono cose che non si tengono segrete, queste.
Vedete che poi non mi tengo.
Sono qui invece perché ho appena letto lo sfogone di Mauro Novo sul suo sempre scintillante blog. E' vero, la festa della Madonna del Palazzo questa volta è più malinconica del solito. Oggi pomeriggio passare per Piazza Garibaldi è stata una sofferenza: due giostre e silenzio di tomba, non un cliente. I portici, sempre più Aleppo e ringraziamo con il cuore i bar che sono aperti.
Ma anche, con il caldo di questa estate qui, forse sarebbe stato più saggio posizionare le giostre su piazza Matteotti, almeno c'è qualche pianta e un po' di spazio.
Tengo a dire che i giostrai vanno ormai più volentieri nelle località di villeggiatura (dove ci sono poi anche quelli di Crescentino che usano queste strutture).
Tengo a dire che i giostrai sono sempre meno.
Il fatto è che nel nostro Amato Paesello manca una organizzazione fondamentale: la Pro Loco.
Senza il Madur, come dice Mauro, c'è il deserto.
La Pro Loco c'è stata a breve, sotto questa Amministrazione, poi non più. Non so cos'è successo, ditemelo voi.
Lo Statuto che ricordo diceva che la Pro Loco è formata dai Presidenti di tutte le realtà associative del paese. In questa formazione, sarebbe una corazzata in grado di far fronte a ogni bisogno, potendo contare sui volontari - per dire - dal Prajet fino alla Crescentinese. Non si può stare senza Pro Loco, succedono le miserie che abbiamo visto in questi giorni.
Ma perché non ci riprovano? Ogni associazione è un'isola a sé, il senso di comunità si è riversato su Facebook, la gente non sta più insieme, e non solo a Crescentino. Drammatico.
Confrontata con le Feste Patronali in arrivo nelle località vicine, già la nostra è stata sempre sottotono per la collocazione temporale troppo vicina a Ferragosto. Ma stavolta è una Waterloo.
Non voglio ripetere ciò che dice Mauro: ma scherziamo, una serata danzante senza sedie? In Comune ci sono eccome.
Sul mercatino, invece, ho una curiosità. A un certo punto mi è stato detto dai funzionari di riferimento che non si poteva più fare. Poi con la nuova Giunta è ricomparso. I funzionari non sono cambiati: saranno cambiate le leggi, spero...
Un discorso a parte merita la scarsa frequentazione dei cittadini alle manifestazioni di questi giorni.
A parte il periodo delle ferie, da fuori non aspettiamoci nessuno.
Non raccontiamoci palle.
La città non è accogliente.
Le chiusure dei negozi sono ammoscianti, e molti sono andati in ferie proprio da venerdì, ho visto sui cartelli, perché c'era la festa. Robe da matti.
Non c'è niente da fare, niente da vedere, c'è un'infilata di cartelli con VENDESI e AFFITTASI che farebbe scappare chiunque.
In compenso non c'è più stato da parte del Comune alcun tentativo di far rimettere a nuovo la città, nessun invito, nessuna campagna.
Le cose peggiorano.
E la Festa della Madonna del Palazzo è qui a dimostrarcelo.
lunedì 31 luglio 2017
Si vota nel 2018. Finita l'epoca dei leader?
Ilvo Diamanti è un raffinato politologo. Indagatore di statistiche, cuneese, è uno che guardando avanti ha intuito che, forse, molti atteggiamenti di noi cittadini cambieranno con l'approssimarsi delle elezioni del 2018. Sull'argomento elezioni è in corso una rottura di cabasisi (per dirla alla Camilleri) che dura da mesi. Ci vogliono stroncare la pazienza, e noi come reazione ci trasformiamo...
Ecco una parte dell'analisi di Diamanti per "Repubblica".
Ilvo Diamanti per la Repubblica
"Stiamo attraversando una fase politica di attesa. Perché nella prossima primavera si voterà. E non è chiaro chi vincerà. O meglio: se qualcuno vincerà. Ma soprattutto: se riuscirà davvero a governare. Da solo o in coalizione con altri. I motivi per dubitarne sono molti e fondati.
Fra gli altri, ne cito uno, in particolare. Dopo la lunga era dei "partiti di massa", è finito il tempo della "democrazia del leader", come la definisce Mauro Calise (in un saggio pubblicato da Laterza). Senza che si riesca a capire verso dove siamo "in marcia". A partire dagli anni Novanta, infatti, i partiti si sono rapidamente "personalizzati", anche in Italia. Fino all' affermazione del "partito personale", imposto da Silvio Berlusconi, nel 1994.
Ebbene, ho l' impressione che quel tempo, questo tempo, stia finendo. Ne offre una rappresentazione efficace la "Mappa delle Parole" costruita attraverso un sondaggio di Demos-Coop realizzato e pubblicato su Repubblica - nelle scorse settimane. Basta concentrarsi, al proposito, sullo spazio occupato dalle parole della politica. Isolato. Alla periferia del linguaggio pubblico. Rivolto verso il passato. Oscurato dalla delusione. Proprio lì si concentrano tutti i principali partiti e i loro leader. Con una chiara differenza rispetto al passato. I leader non sono più davanti e sopra ai partiti. Non ne costituiscono più la bandiera. Almeno, i porta-bandiera".
Grillo, con le loro specifiche che tutti conosciamo.
Poi Diamanti aggiunge:
"La tentazione, di fronte a questo mutamento di scenario, è di affermare che il tempo dei "capi" è finito. Ci troveremmo, invece, di fronte al declino dei leader (come ha sostenuto Giuseppe De Rita sul Corriere). E al parallelo ritorno dei partiti al loro posto "tradizionale", Così, il Pd avrebbe ri-preso il sopravvento sul PdR. Il M5s si sarebbe "normalizzato". Un partito come tutti. Mentre la Lega avrebbe riaffermato la propria identità di partito, oltre o almeno accanto a - Salvini.
Questa idea appare confermata dai sondaggi d' opinione che registrano il calo - più o meno sensibile - o comunque lo "stallo" della popolarità dei principali "capi di partito". Renzi, Berlusconi e Di Maio (insieme a Grillo), in primo luogo. Mentre, non per caso, il leader attualmente - e largamente - più apprezzato fra tutti risulta Paolo Gentiloni. "Capo del governo", ma non "capo-partito". E, per stile di comunicazione e di azione, in fondo, neppure un Capo. Ciò costituisce un indizio interessante di quanto sta avvenendo. Più che a un "ritorno dei partiti", a mio avviso, assistiamo al declino del "Partito del Capo" (come lo ha definito Fabio Bordino).
Perché i Capi hanno deluso. La loro esuberanza, nella vita pubblica e sui media, ha suscitato stanchezza. Soprattutto di fronte all' aggravarsi dei problemi economici e sociali. Al diffondersi dell' insicurezza sociale e della sfiducia verso le istituzioni. Così Paolo Gentiloni è divenuto il personaggio pubblico più popolare. Perché non è "il" leader del Pd. Non ambisce a diventarlo (altrimenti Renzi). Né a fondare, tantomeno a imporre, un nuovo partito personale. Il PdG. Ma agisce sottotraccia. Mentre gli altri leader interpretano, con enfasi, un partito che non c' è. Perché sul territorio e nella società i partiti non si vedono.
Appaiono e si esprimono solo in tv. È il tempo dei "partiti impersonali", che confliggono e si dividono al loro interno. Soprattutto a centro-sinistra.
Ma non solo. Perché non si vedono più grandi fratture ideologiche e di valore. Mentre le fratture "personali" - l' anti-berlusconismo prima e l' anti- renzismo poi - non riescono più a mobilitare i sentimenti. Né i ri-sentimenti."
lunedì 24 luglio 2017
... E Bersani pare sia davvero arrabbiato
Continuiamo con il caso Pisapia-Boschi. Questo articolo che ho preso da La Stampa web ricorda il terzo principio della dinamica: "Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria".
(secondo me il collega ha un po' caricato troppo, non resta che attendere... Certo la sinistra adora dividersi, e con questo bisogna fare i conti).
di Andrea Carugati
(secondo me il collega ha un po' caricato troppo, non resta che attendere... Certo la sinistra adora dividersi, e con questo bisogna fare i conti).
di Andrea Carugati
«Basta ambiguità, la nostra gente ha bisogno di messaggi chiari e precisi. Se arrivano quelli Pisapia può abbracciare chi vuole...». Pier Luigi Bersani, dalla Sicilia, risponde con parole ruvide a Giuliano Pisapia. L’intervista di ieri del leader di Campo progressista, altrettanto ruvida con i compagni di strada di Mdp («Il Pd non è il mio nemico, non rifaccio la Sinistra arcobaleno»), rischia di far naufragare il già tumultuoso fidanzamento celebrato il primo luglio a Santi Apostoli tra i fuoriusciti dal Pd e l’ex sindaco di Milano. Un fidanzamento costellato più da sospetti reciproci che da slanci o empatia.
Domani è in agenda, dopo meno di una settimana dal precedente, un nuovo incontro chiarificatore tra Pisapia e il coordinatore di Mdp Roberto Speranza. Un redde rationem, che potrebbe sancire la separazione prima ancora del matrimonio. «Per fidanzarsi bisogna volerlo in due», spiega un bersaniano. «Lavoro per l’unità, ma non escludo la rottura», confida Ciccio Ferrara, deputato molto vicino a Pisapia. Gad Lerner, primo consigliere, in un bar dietro Montecitorio la mette giù così: «Io e Giuliano pensiamo che la scissione del Pd sia stata un grave errore. Io sono ancora iscritto al Pd...».
Non ci sono solo le foto di Pisapia abbracciato a Maria Elena Boschi, o le incomprensioni tra il giro dell’ex sindaco e i quadri di Mdp a dividere le due truppe: «Il punto è politico, manca una analisi condivisa degli anni del renzismo», spiega Arturo Scotto. Speranza non smette per un istante i panni del pontiere: «Dobbiamo andare avanti, una nuova forza popolare e di sinistra non è un’impresa facile. È un obiettivo più grande dei destini di ognuno di noi».
Stavolta non basterà uno stringato e burocratico comunicato congiunto di qualche riga. «Prima della pausa estiva ci devono essere i fatti», spiega Speranza. E cioè il manifesto programmatico «con dieci punti in netta discontinuità con le politiche di Renzi», una squadra e un appuntamento in autunno «dove dare la parola al nostro popolo». A cui far scegliere nome, simbolo, gruppo dirigente. «Dal basso», insistono Speranza e Scotto. «Queste cose non le possiamo decidere in tre in una stanza».
Anche nell’entourage dell’ex sindaco c’è chi lavora per ricucire. Marco Furfaro, ex pupillo di Vendola e ora di Pisapia, mostra a tutti sul cellulare le parole del leader: «Giuliano ha detto che non andrà col Pd e che le alleanze si decideranno dopo le elezioni. Come D’Alema». L’esegesi non si ferma. «Giuliano parla di competizione col Pd, e siamo d’accordo», gli fa eco Speranza.
Il nodo politico è tutto qui: Pisapia non dà l’impressione di voler guidare una forza alternativa al Pd. Si vede ancora come federatore di un nuovo centrosinistra. «Un nuovo Prodi», sussurra qualcuno dei suoi. Bersani inquadra il problema: «Con il Pd noi saremo pronti a discutere solo a una condizione: una radicale discontinuità con le politiche sul lavoro e sul fisco. Deve essere chiaro questo. E non a me che ce l’ho già chiaro. Non a Pisapia, ha ma a tutta la nostra gente che ha bisogno di un messaggio preciso, perché si può fraintendere pure un abbraccio o un saluto». «Noi siamo di centrosinistra», ribadisce l’ex segretario dem. «Se il Pd ci sta a fare una cosa di centrosinistra discutiamo di contenuti. Altrimenti ognuno va dove lo porta il cuore».
Domani dunque l’ultima occasione per ricucire. Ma entrambe le parti già lavorano a un Piano B. Dentro Mdp si pensa a chi potrebbe essere il leader in caso di rottura con l’ex sindaco. Il nome che circola con più insistenza è quello di Bersani. Proprio lui che ha fortemente voluto l’asse con Campo progressista. E che vede come una follia il replay di una sinistra del 3%. E forse è proprio questa la critica che ha fatto più arrabbiare Bersani. «Fino ad ora l’unico che ha militato in un partitino è stato Giuliano, ed era Rifondazione», punge una fonte di Mpd. Quanto a Pisapia, dice Bersani, «o si va a messa o si sta a casa». In caso di rottura, l’ex sindaco potrebbe tornare al lavoro di avvocato. Ma i suoi non ci stanno: «Non si può tornare indietro». In serata Pisapia è arrivato a Montecitorio, per una riunione con Ciccio Ferrara, Furfaro e gli altri fedelissimi. A chi lo ha incrociato e gli ha chiesto dei rapporti con Mdp ha risposto: «Eh, mi tirano per la giacchetta, vediamo...».
Ma la Boschi si può baciare? Pisapia dice di sì
A parte il fatto che si trattava della Boschi, io mi sono essenzialmente stupita dell'esercizio fisico-muscolare dell'ex sindaco Pisapia (uno che non ho mai visto agitarsi o muoversi o sorridere così apertamente in tanti anni di politica) di fronte alla Sottosegretaria Boschi alla festa del PD. Siccome è tutt'altro che stupido, è evidente che non è impazzito: voleva mandare un segnale. Non tutti sono stati contenti di questo gesto, anzi a sinistra del Pd si sono direttamente incazzati.
Se ne parla molto, ancora. Vi ammollo qui un riassunto dell'Huffington Post, su azioni e reazioni.
Un abbraccio con la sottosegretaria Maria Elena Boschi. Le parole - "Mi sento a casa" - pronunciate sul palco della Festa dell'Unità di Milano. Giuliano Pisapia ha fatto arrabbiare molti dei suoi sostenitori politici, ma non intende fare passi indietro. Qualcuno è uscito allo scoperto - "Serve un chiarimento politico" ha scritto su Facebook il governatore toscano Enrico Rossi, "Troppo plateale" dice Chiara Geloni, direttrice del sito web di Articolo 1 Mdp - altri hanno semplicemente fatto trapelare il loro malumore.
Oggi parla Pisapia. In un'intervista alla Repubblica ribadisce che il suo intento è quello di unire, non dividere, il centrosinistra. Quella sull'abbraccio con la Boschi, quindi, è "una polemica assurda e irreale, vergognosamente strumentale".
"Il popolo del Pd non sarà mai mio nemico, ma con l'attuale Pd che si ritiene autosufficiente e con un sistema elettorale proporzionale alle elezioni, è evidente ci sarà competizione. Non si può abbaiare alla luna o rinchiudersi in un partitino del 3 o 4 per cento, perché questo non è il nostro progetto. Se lavori su quello che divide, sei condannato a perdere".
Pisapia respinge le accuse di ambiguità.
"Sono sempre stato chiaro e coerente, Campo progressista è nato con l'obiettivo di contribuire, insieme ad altri, alla costruzione di un nuovo centrosinistra (o sinistracentro), con cultura di governo, europeista, radicalmente in discontinuità con le politiche degli ultimi anni. Un nuovo soggetto politico in grado di sconfiggere le destre, la demagogia, il populismo".
Nessuno passo indietro anche sul tema della sua candidatura.
"Sento il peso di aver sollevato delle speranze, ma sono e mi sento fino in fondo un uomo libero e coerente", "non è importante il mio destino personale".
Ettore Rosato, presidente dei deputati del Pd, parla di "abbraccio normale tra due persone che si conoscono" e che "lavorano dalla stessa parte". La presenza di Pisapia alla Festa dell'Unità di Milano è "il segno di un Pd aperto che si confronta e guarda alle cose serie nel nostro campo" e dimostra che "Pisapia è una persona seria".
Matteo Richetti, la persona più vicina a Renzi in questa fase, tende la mano a Giuliano Pisapia. "È un interlocutore naturale per il Pd", afferma ad Affaritaliani.it il responsabile della Comunicazione del Pd. "Il rapporto con Pisapia non è mai stato in dubbio: è stato un nostro sindaco, è stato un nostro amministratore, è un politico di una sensibilità del tutto fine. Le porte stesse del Pd sono spalancate per Pisapia. Sappiamo tutti che il problema è stato un altro che non ha nulla a che vedere con Pisapia", conclude Richetti.
mercoledì 19 luglio 2017
Vivo sulla Luna (e sono felicissima della riapertura della piscina)
Ma dove vivo? Mi chiede un gentile signore.
Già, vivo sulla luna.
Infatti leggo sul blog di Mauro Novo che la piscina ha riaperto e ne sono strafelice per tutti quelli che la frequentano, crescentinesi e non.
Tutto l'iter di cui parlo nel mio post precedente è comunque valido, come prassi che segue un danno come questo, che a quanto ho letto vale 700/800 mila euro.
Mica ceci, se non è un'approssimazione di quando si tirano le prime somme.
I lavori andranno fatti. O no?
Però che bello che ha riaperto la piscina.
Sono proprio contenta.
Già, vivo sulla luna.
Infatti leggo sul blog di Mauro Novo che la piscina ha riaperto e ne sono strafelice per tutti quelli che la frequentano, crescentinesi e non.
Tutto l'iter di cui parlo nel mio post precedente è comunque valido, come prassi che segue un danno come questo, che a quanto ho letto vale 700/800 mila euro.
Mica ceci, se non è un'approssimazione di quando si tirano le prime somme.
I lavori andranno fatti. O no?
Però che bello che ha riaperto la piscina.
Sono proprio contenta.
martedì 18 luglio 2017
Rassegniamoci, ci vorrà tempo per il complesso sportivo.
Se gli imprenditori vercellesi aspettano ancora la restituzione dei contributi Inps che non erano tenuti a pagare in seguito all'alluvione del 1994, che cosa ci possiamo mai aspettare noi per la riparazione dei danni del complesso sportivo semidistrutto la settimana scorsa da una tromba d'aria?
Vedo i bocciofili mestamente seduti fuori dalla loro sede, nei pomeriggi a chiacchierare sulle sedie bianche di plastica. E la piscina sembra un monumento silenzioso alla possibilità di nuotare. Il fatto che tutto sia stato ben ripulito aggiunge drammaticità all'attesa di un tempo indefinito, durante il quale ci sarà chi ha perso il lavoro, chi il tempo dello sport, chi semplicemente le ore libere.
Mi spiacerebbe anche che i gestori della piscina, assai abili, si stufassero e alzassero, in un lasso ragionevole di tempo, la bandiera bianca.
Crescentino si aspetta che nell'imminente Consiglio Comunale, venerdì, il Sindaco apra le danze sul futuro. Vedremo cosa dirà, ma intanto deve arrivare l'accettazione da parte della Regione dello stato di calamità, e il conseguente stanziamento di quattrini.
Poi ci saranno in gioco le assicurazioni.
Poi ci sarà il bando d'asta per il recupero degli edifici, con i suoi tempi di attesa per l'aggiudicazione.
Poi i lavori, gli impicci, gli intoppi, la necessità di rifacimenti mentre i cantieri sono aperti. E via discorrendo.
Rassegniamoci, ben che vada se ne riparlerà l'anno prossimo.
In quanto ai Beni Culturali della Parrocchia, dal Santuario a San Michele, siamo nelle mani di Don Edoardo.
lunedì 10 luglio 2017
Non basta una tromba d'aria per finire sul TG3 Regionale
Riepilogo. La nostra città è in ginocchio per la violenta tromba d'aria di oggi pomeriggio. Moltissimi cittadini hanno subito danni ai palazzi, alle case e ai giardini, ha subito danni la città, ma quel che più è impressionante è lo stato del nostro amatissimo Centro Polisportivo, un gioiello che molti ci invidiano, gravemente danneggiato dal fortunale di oggi. Circolano in rete foto devastanti della piscina, il cui muro perimetrale è crollato, e chiunque le può vedere, me le hanno mandate da tutta Italia stasera.
Morale: avete sentito voi una notizia, anche piccola, anche senza immagini, nel TG3 regionale di stasera? Niente, non una parola, un accenno, una di quelle fotine o fotone che girano. Com'è possibile?
Già.
La mia solidarietà al Comune che deve affrontare una prova tanto difficile, ai gestori degli impianti, ai frequentatori.
La stagione è finita per noi nel momento più cruciale dell'estate.
E buon lavoro.
Speriamo che la Regione venga a sapere presto, anche senza il Tg3. (la foto è presa da La Stampa online).
(la comunicazione è importante, sempre. Il Tg3 si è svegliato nell'edizione delle 14 dell'11 luglio).
Morale: avete sentito voi una notizia, anche piccola, anche senza immagini, nel TG3 regionale di stasera? Niente, non una parola, un accenno, una di quelle fotine o fotone che girano. Com'è possibile?
Già.
La mia solidarietà al Comune che deve affrontare una prova tanto difficile, ai gestori degli impianti, ai frequentatori.
La stagione è finita per noi nel momento più cruciale dell'estate.
E buon lavoro.
Speriamo che la Regione venga a sapere presto, anche senza il Tg3. (la foto è presa da La Stampa online).
(la comunicazione è importante, sempre. Il Tg3 si è svegliato nell'edizione delle 14 dell'11 luglio).
domenica 9 luglio 2017
SSsst! Ora la CH4 riscalderà anche le la Scuole Elementari
L'ho saputo da una piccola notizia su "La Voce", il periodico che con la chiusura della Gazzetta (se temporanea, non so, ma dura da quasi un anno ormai) è tornato a farsi leggere nelle nostre zone.
Il teleriscaldamento che dalla famigerata CH4 è arrivato finora alla Scuola Media, servirà (dall'anno a venire?) anche le Scuole Elementari: "Il progetto è frutto di una convenzione firmata fra l'Amministrazione Comunale e la Centrale a biomasse CH4". Scrive La Voce. Tutto qui, e anzi grazie che ce l'abbia detto.
Sarebbe naturalmente opportuno che la cittadinanza sapesse di più, i termini e i costi, così come accadde all'avvio del teleriscaldamento alle Medie.
Spero che l'opposizione, in caso ci fosse, richiedesse e diffondesse queste notizie, anche se il Sindaco stesso dovrebbe farlo. Poiché ai miei tempi la CH4 non sempre rispettava gli accordi economici, s'immagina che il gap sia stato superato, per poter permettere la nuova convenzione. Sarà vero?
S'immagina anche che questa convenzione sia una buona notizia per le casse comunali, ed è per questo fine di risparmio che la Centrale era stata autorizzata dagli inizi, nella certezza (poi risultata falsa) che non si sarebbero stati disagi per i cittadini.
Finora nessuno è riuscito a far quadrare il cerchio. Ci sarà un rilancio di prescrizioni, con la nuova Convenzione? Fateci sapere, grazie.
Ezio Mauro, Un'analisi con i baffi dei problemi del PD
Ezio Mauro, ex mio compagno di strada nel sindacato dei Giornalisti, ex direttore de La Stampa, ex direttore di Repubblica, è un bel caratterino e una mente lucida.
Mi piace condividere con voi questa sua analisi sul momento infuocato del PD, comparsa in prima pagina su Repubblica.
Il cappio al collo del PD
Come in Ubu re o in qualsiasi pièce del teatro dell’assurdo, c’è qualcosa di surreale nell’ultima discussione che incredibilmente divide e aggroviglia il Pd, davanti alla sua opinione pubblica ormai pronta a tutto, ma disorientata e sfinita. Stiamo alla cronaca dell’ultima direzione: da una parte due ministri, Franceschini e Orlando, che pongono il tema delle alleanze, giudicandole necessarie per vincere, dall’altra il segretario Renzi che respinge la questione come un latinorum per addetti ai lavori e invita invece il Pd a «parlare ai cittadini» cominciando dal lavoro, dall’immigrazione, dall’Europa e dallo ius soli.
Il risultato è che ancora una volta gli elettori vedono un Pd chiuso in una disputa astratta, metodologica, che riguarda sempre i preliminari della politica, rinviando comunque il momento di scendere in campo. Come se ci fosse tempo da perdere. Come se davanti alla sfida del populismo grillino e della destra risorgente ci fosse spazio per aspettare che il vertice del Pd si metta d’accordo sull’alfabeto da usare per dichiarare la guerra, sulla grammatica e sulla sintassi invece di concentrarsi sulla battaglia. Dimostrando così all’universo mondo che in quella comunità non c’è più una lingua comune, riconosciuta, accettata e praticata da tutti.
In realtà i dirigenti della sinistra sono specialisti nel costruire false strutture argomentative e polemiche (le «quistioni», le chiamava Pajetta) quando non vogliono svelare apertamente le ragioni del loro dissenso. È evidente a tutti, infatti, che un partito deve «parlare ai cittadini», soprattutto in una lunga campagna elettorale come quella che si aprirà dopo le ferie estive. Ma è altrettanto evidente che un grande partito che ha radici culturali in formazioni secolari e popolari non può ridursi al suo scheletro programmatico, in un risucchio di prassi che annulla i valori, la tradizione, la storia. Significherebbe disgiungere gli ideali dalla rappresentanza di interessi legittimi, due elementi che devono invece far parte insieme della moderna dotazione di un partito democratico e nazionale: altrimenti ridotto a pura lobby politico-istituzionale, che si muove sulla spinta degli interessi prevalenti e convenienti di ogni singola fase, senza un profilo culturale e civile, dunque senza una specifica identità culturale.
Nello stesso tempo, è ben chiaro a tutti i contendenti che una grande forza con ambizioni di rappresentanza, di governo e di cambiamento deve tenere insieme una presenza forte e incisiva nei progetti e nei programmi che riguardano la vita concreta dei cittadini, con una dimensione politica costante, che elabori la realtà del Paese, la storia e la tradizione della sinistra riformista per decidere le scelte strategiche necessarie, le svolte, l’aggiornamento identitario: se è il caso, anche le alleanze, quando si tratta di ragionare sui numeri, sulla possibilità di vincere o di perdere, sulle affinità e sulle preclusioni.
Perché allora sollevare una falsa disputa, quando la questione è chiara? Perché dietro il non detto del Pd, dietro le due formule della “coalizione a sinistra” e della “vocazione maggioritaria” c’è il nodo invisibile — eppure scorsoio — della candidatura di Renzi alla premiership. In poche parole, il problema è questo: Renzi si è rimangiato la promessa di lasciare la politica se sconfitto al referendum perché convinto di potersi riprendere Palazzo Chigi, gioco che per lui vale qualsiasi candela. A questo fine ha combattuto e vinto le primarie del Pd, e oggi fa un mestiere che non credo gli piaccia e per cui forse non è adatto, nell’attesa di giocarsi tutte le carte nella campagna elettorale per il governo, la sua vera partita. Gli ostacoli sono la legge elettorale proporzionale, che invita ad accordi dopo il voto senza leadership “unte” e prestabilite, e la configurazione ormai tripolare del sistema politico, che sembra vanificare ogni vocazione maggioritaria preventiva.
Una coalizione a sinistra rimetterebbe in discussione la premiership, scegliendo magari dopo il voto un candidato che rappresenti il minimo comune denominatore, come talvolta è accaduto nell’esperienza democristiana, e riporterebbe Renzi in alto mare, annacquando in quel mare il risultato delle primarie. Questo lo sanno Franceschini e Orlando, che potrebbero così riaprire surrettiziamente i giochi nel Pd, chiusi con le primarie, ma mai blindati definitivamente nonostante il prezzo di scissioni sanguinanti passate e future. Ecco perché Renzi vuole mani libere, coltivando l’idea di una campagna elettorale di vita o di morte, in cui si gioca tutto, pur di non mettersi nelle mani dei suoi compagni di partito. I quali sospettano che abbia già un accordo per finire nelle mani di Berlusconi con un governo di larghe intese, che lo porterebbe sì a Palazzo Chigi, ma sulla carrozza sbagliata, in un tamponamento ideologico per la sinistra italiana.
Non so quanti saranno arrivati a leggere fin qui. Ma vi riassumo la domanda finale.
Basterebbe chiedersi, scrive Mauro: "Che cos'è oggi il PD?". E cosa vuol essere, nella coscienza repubblicana dei suoi militanti, che affollano ancora i gazebo con una energia sorprendente. E che cosa vuole essere, per i suoi dirigenti. Da queste risposte, conclude Mauro, scaturirebbe il modo di comportarsi, le scelte elettorali e non. E la forza del suo leader ("che se si facesse carico di tutte queste risposte, sarebbe più forte di chi tiene tutte le carte coperte").
Meditate gente, meditate.
Mi piace condividere con voi questa sua analisi sul momento infuocato del PD, comparsa in prima pagina su Repubblica.
Il cappio al collo del PD
Come in Ubu re o in qualsiasi pièce del teatro dell’assurdo, c’è qualcosa di surreale nell’ultima discussione che incredibilmente divide e aggroviglia il Pd, davanti alla sua opinione pubblica ormai pronta a tutto, ma disorientata e sfinita. Stiamo alla cronaca dell’ultima direzione: da una parte due ministri, Franceschini e Orlando, che pongono il tema delle alleanze, giudicandole necessarie per vincere, dall’altra il segretario Renzi che respinge la questione come un latinorum per addetti ai lavori e invita invece il Pd a «parlare ai cittadini» cominciando dal lavoro, dall’immigrazione, dall’Europa e dallo ius soli.
Il risultato è che ancora una volta gli elettori vedono un Pd chiuso in una disputa astratta, metodologica, che riguarda sempre i preliminari della politica, rinviando comunque il momento di scendere in campo. Come se ci fosse tempo da perdere. Come se davanti alla sfida del populismo grillino e della destra risorgente ci fosse spazio per aspettare che il vertice del Pd si metta d’accordo sull’alfabeto da usare per dichiarare la guerra, sulla grammatica e sulla sintassi invece di concentrarsi sulla battaglia. Dimostrando così all’universo mondo che in quella comunità non c’è più una lingua comune, riconosciuta, accettata e praticata da tutti.
In realtà i dirigenti della sinistra sono specialisti nel costruire false strutture argomentative e polemiche (le «quistioni», le chiamava Pajetta) quando non vogliono svelare apertamente le ragioni del loro dissenso. È evidente a tutti, infatti, che un partito deve «parlare ai cittadini», soprattutto in una lunga campagna elettorale come quella che si aprirà dopo le ferie estive. Ma è altrettanto evidente che un grande partito che ha radici culturali in formazioni secolari e popolari non può ridursi al suo scheletro programmatico, in un risucchio di prassi che annulla i valori, la tradizione, la storia. Significherebbe disgiungere gli ideali dalla rappresentanza di interessi legittimi, due elementi che devono invece far parte insieme della moderna dotazione di un partito democratico e nazionale: altrimenti ridotto a pura lobby politico-istituzionale, che si muove sulla spinta degli interessi prevalenti e convenienti di ogni singola fase, senza un profilo culturale e civile, dunque senza una specifica identità culturale.
Nello stesso tempo, è ben chiaro a tutti i contendenti che una grande forza con ambizioni di rappresentanza, di governo e di cambiamento deve tenere insieme una presenza forte e incisiva nei progetti e nei programmi che riguardano la vita concreta dei cittadini, con una dimensione politica costante, che elabori la realtà del Paese, la storia e la tradizione della sinistra riformista per decidere le scelte strategiche necessarie, le svolte, l’aggiornamento identitario: se è il caso, anche le alleanze, quando si tratta di ragionare sui numeri, sulla possibilità di vincere o di perdere, sulle affinità e sulle preclusioni.
Perché allora sollevare una falsa disputa, quando la questione è chiara? Perché dietro il non detto del Pd, dietro le due formule della “coalizione a sinistra” e della “vocazione maggioritaria” c’è il nodo invisibile — eppure scorsoio — della candidatura di Renzi alla premiership. In poche parole, il problema è questo: Renzi si è rimangiato la promessa di lasciare la politica se sconfitto al referendum perché convinto di potersi riprendere Palazzo Chigi, gioco che per lui vale qualsiasi candela. A questo fine ha combattuto e vinto le primarie del Pd, e oggi fa un mestiere che non credo gli piaccia e per cui forse non è adatto, nell’attesa di giocarsi tutte le carte nella campagna elettorale per il governo, la sua vera partita. Gli ostacoli sono la legge elettorale proporzionale, che invita ad accordi dopo il voto senza leadership “unte” e prestabilite, e la configurazione ormai tripolare del sistema politico, che sembra vanificare ogni vocazione maggioritaria preventiva.
Una coalizione a sinistra rimetterebbe in discussione la premiership, scegliendo magari dopo il voto un candidato che rappresenti il minimo comune denominatore, come talvolta è accaduto nell’esperienza democristiana, e riporterebbe Renzi in alto mare, annacquando in quel mare il risultato delle primarie. Questo lo sanno Franceschini e Orlando, che potrebbero così riaprire surrettiziamente i giochi nel Pd, chiusi con le primarie, ma mai blindati definitivamente nonostante il prezzo di scissioni sanguinanti passate e future. Ecco perché Renzi vuole mani libere, coltivando l’idea di una campagna elettorale di vita o di morte, in cui si gioca tutto, pur di non mettersi nelle mani dei suoi compagni di partito. I quali sospettano che abbia già un accordo per finire nelle mani di Berlusconi con un governo di larghe intese, che lo porterebbe sì a Palazzo Chigi, ma sulla carrozza sbagliata, in un tamponamento ideologico per la sinistra italiana.
Non so quanti saranno arrivati a leggere fin qui. Ma vi riassumo la domanda finale.
Basterebbe chiedersi, scrive Mauro: "Che cos'è oggi il PD?". E cosa vuol essere, nella coscienza repubblicana dei suoi militanti, che affollano ancora i gazebo con una energia sorprendente. E che cosa vuole essere, per i suoi dirigenti. Da queste risposte, conclude Mauro, scaturirebbe il modo di comportarsi, le scelte elettorali e non. E la forza del suo leader ("che se si facesse carico di tutte queste risposte, sarebbe più forte di chi tiene tutte le carte coperte").
Meditate gente, meditate.
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