mercoledì 28 giugno 2017

E il prof. Vinavil Prodi finalmente si arrabbiò con Renzi

Che il PD non attraversi un grande momento lo abbiamo capito tutti. Le elezioni comunali sono state una débâcle, e per dire solo della Liguria, dall'inizio della sua gestione Renzi è riuscito a consegnare alla destra non solo la Regione ma ora anche Genova. Di mezzo c'è stato, e c'è, sempre il solito problema del tiro alla fune: Matteuccio ha spinto per la sua strada di centro con occhiolino a destra, sconvolgendo equilibri decennali; e dall'altra parte della fune (quella storica) la reazione è stata furibonda, spesso anche lì poco equilibrata. Insomma tutto quel che serve per cadere a pezzi: la volontà di mediazione zero da parte del Segretario ha provocato una reazione uguale e contraria, come diceva Newton nel terzo principio della dinamica.
Le stesse logiche continuano anche nel post elezioni, e stavolta su questo tema della direzione verso la quale andare nel futuro, Renzi (che a quanto pare tira dritto per la sua strada) è riuscito a far incazzare anche Prodi, già mr.Mortadella e ora vinavil per la volontà di mettere insieme le mille anime del centro-sinistra. Ma, si sa, Renzi è divisivo.
Di questo dà conto Fabio Martini, in un articolo su La Stampa.
MV




Fabio Martini per La Stampa
Si è fatta sera, Romano Prodi è appena tornato nella sua casa bolognese di via Gerusalemme, inseguito dai tanti - politici, giornalisti, amici - che da ore lo cercano per una interpretazione "più autentica" della nota che lui stesso ha diffuso qualche ora prima, con quella metafora della tenda che si allontana dai territori del Pd. Il Professore sorride: «Non parlo, non parlo, non parlo! Parla la nota. E ora mi ritiro in pace».

Una pace relativa. Da un mese Romano Prodi sta vivendo una seconda giovinezza: alle presentazioni del suo ultimo libro, la gente si mette in fila per ottenerne un autografo e quando compare in pubblico si alzano standing ovation che neppure quando era il leader dell' Ulivo... Ma il fenomeno più sorprendente che riguarda Prodi è quello dei politici ancora in campo che si sono messi in "fila" per ottenerne la laica "benedizione": Matteo Renzi, Giuliano Pisapia, Enrico Letta. O che chiedono consigli: come Laura Boldrini o Carlo Calende.

Lui finora ha ascoltato, si è limitato a dare suggerimenti e aveva deciso di soprassedere davanti alle inesattezze contenute in tanti articoli. Ma ieri mattina, oltre ad uno dei tanti "retroscena" che attribuivano al leader del Pd una rinnovata vocazione alla rottamazione, il Professore è rimasto infastidito dalla lettura del voto data da Renzi in un colloquio con il direttore del "Quotidiano Nazionale" Andrea Cangini, nella quale si sosteneva che «i migliori amici del Berlusca sono i suoi nemici, che invocano coalizioni più larghe».

In altre parole Renzi spiegava il netto, generalizzato calo del Pd con la strategia unitaria invocata da Prodi, una lettura che al Professore è apparsa una paradossale "chiamata", un rovesciamento della realtà, una provocazione difficile da lasciar correre soprattutto da parte di chi sta provando a trovare un minimo comun denominatore in uno schieramento che, come dice Prodi, «è paralizzato dai veti».

Dunque, è stata una forte irritazione ad ispirare la nota del Professore con la metafora della tenda che si allontana dal Pd. «Io - dice Prodi - mi limito ad osservare che, in assenza di divergenze strategiche, nel centrosinistra se si continua sulle divisioni personali, si rischia lo stallo totale. Io non faccio il tifo per nessuna delle parti in gioco».

Ecco perché nel loro incontro riservatissimo di metà giugno all' hotel Santa Chiara Matteo Renzi, Romano Prodi e Arturo Parisi avevano cercato una possibile intesa sul futuro. E avevano esplorato una strada, che finora è rimasta inedita. Prodi, ma a sorpresa anche Renzi, avevano convenuto sul fatto che il leader del Pd al momento resta un elemento divisivo: con lui candidato a palazzo Chigi le due aree del centrosinistra sono destinate a guerreggiarsi.

Partendo da questa premessa Prodi aveva sostenuto - ma l' altro aveva annuito - che la cosa migliore è che Renzi si dedichi a potenziare e irrobustire il partito, mentre come candidato per palazzo Chigi si dovrebbe trovare un candidato che metta d' accordo tutte le aree del centro-sinistra.

Per esempio Enrico Letta. Renzi non ha opposto, sul momento, resistenze a questa via d' uscita. Anche se in quelle ore era parso interessato soprattutto a capire se il Professore avesse intenzione di partecipare alla manifestazione di Pisapia-Bersani il primo luglio a Santi Apostoli. Prodi aveva spiegato a Renzi che lui intende svolgere un ruolo da collante, «sono una specie di Vinavil» e dunque non era sua intenzione essere in piazza.


domenica 25 giugno 2017

In memoria di Stefano Rodotà, che amava i diritti e odiava gli inciuci

Avrete sentito tutti che l'insigne giurista Stefano Rodotà se n'è andato all'età di 84 anni.
Era un uomo con la schiena dritta, uno studioso che guardava avanti. Per chi volesse saperne di più, questo è l'articolo che ieri Riccardo Barenghi, meglio conosciuto come Jena per le sue frasi folgoranti ed ex giornalista del Manifesto, ha scritto in memoria di Rodotà su "La Stampa".

Morto Rodotà, una vita per libertà e diritti

Il giurista aveva 84 anni. Docente emerito, ha sempre legato l’impegno culturale alle battaglie civili Parlamentare della sinistra indipendente, entrò nel Pds. I grillini lo avevano candidato al Quirinale
Si può dire che Stefano Rodotà, scomparso ieri dopo una malattia a 84 anni, è sempre stato dalla parte di quelli che non avevano diritti, o ne avevano pochi, gli immigrati per esempio (lo ius soli è stata una delle sue ultime battaglie), ma non solo loro. Sia come giurista, costituzionalista era la sua «professione» principale, sia come politico, mestiere che cominciò nel 1979 ufficialmente quando fu eletto alla Camera come indipendente nelle liste del Pci di Enrico Berlinguer. All’epoca faceva coppia con un altro giurista, Franco Bassanini, spesso e volentieri le battaglie le facevano insieme. Sono passati quasi 40 anni da quando Rodotà è entrato in politica, senza tuttavia smettere mai di fare il suo mestiere fondamentale, quello appunto di costituzionalista. È stato capace durante tutto questo tempo, di amalgamare politica e diritto, anzi diritti, tenendoli insieme in una produzione enorme di libri, articoli di giornale (scriveva soprattutto su Repubblica e ogni tanto, sul Manifesto), interviste e interventi in convegni, congressi e ovviamente in Parlamento fino a quando c’è stato. 

Naturalmente è stato professore universitario, ha insegnato in Italia e all’estero. Da giovane si era iscritto al Partito radicale («L’unica tessera che abbia mai avuto»), Marco Pannella gli aveva anche proposto di candidarlo alle elezioni. Ma lui rifiutò, preferendo entrare in parlamento attraverso il Partito comunista, seppur come indipendente. Non sono anni facili, in Italia le Brigate rosse avevano rapito e ucciso Moro, Rodotà si schierò contro le leggi di emergenza volute da Francesco Cossiga e votate anche dal Pci. Resterà deputato fino al 1993, anno in cui si dimette a sorpresa subito dopo essere stato eletto vicepresidente di Montecitorio. Lapidaria la sua motivazione: «Ingrata politica non avrai le mie ossa».  

Ma certo non l’abbandona, la politica, tutt’altro. Aderisce al Pds di Achille Occhetto, ne diventa addirittura presidente senza però condividerne fino in fondo il progetto. La sua presenza si sente ovunque durante gli anni della Seconda Repubblica, di Berlusconi parla e scrive di tutto, naturalmente contro: «Siamo alla rottura dei fondamenti di un moderno Stato democratico», disse a Rina Gagliardi del Manifesto dopo che Berlusconi aveva incassato la sua prima fiducia nell’aprile del 1994. Col primo governo Prodi diventa Garante della Privacy, ruolo in cui resterà fino al 2005. Sono gli anni in cui è nata la rete e con essa tutti i problemi che riguardavano e riguardano la diffusione dei dati personali. Non serve dire che è sempre stato un garantista, di quelli più puri: nel senso che non ha mai avuto secondi fini. 

Col partito principale della sinistra (Pds-Ds-Pd), il suo rapporto non è mai stato facile, anzi via via che quel partito si trasformava Rodotà se ne allontanava avvicinandosi leggermente alla sinistra più sinistra, senza tuttavia mai entrarci a pieno titolo malgrado corteggiamenti e offerte. Né nella Rifondazione di Fausto Bertinotti né nella Sel di Nichi Vendola.  

Nel 2013, Rodotà è candidato dalla consultazione on line del Movimento Cinquestelle alla Presidenza della Repubblica. Ma non viene eletto, il Partito democratico non gli dà i suoi voti perché non poteva accettare un personaggio troppo autonomo intellettualmente e per di più «grillino» (anche se lui non lo è mai stato). Al suo posto viene rieletto Giorgio Napolitano. 

Poco tempo dopo il segretario del Pd Pier Luigi Bersani si dimette e al suo posto si insedia il «traghettatore» Guglielmo Epifani, in attesa dell’arrivo di Matteo Renzi. In un’intervista al nostro giornale, del 13 maggio di quell’anno, Rodotà non è tenero verso il Partito democratico: «Le due culture politiche che dovevano amalgamarsi non sono neanche riuscite a dialogare tra loro». E di Renzi, cosa pensava? «Non mi piace l’ideologia del nuovismo nel metodo e molti contenuti nel merito, a cominciare da quelli sul lavoro». Una profezia che si è poi avverata, non a caso al referendum sulla Costituzione Rodotà ha votato no. 

Il professore lascia la moglie Carla e due figli, fra cui Maria Laura, giornalista che in passato ha lavorato anche per la «Stampa». 

giovedì 22 giugno 2017

Il cantoniere che prende le cantonate


"Ma come, proprio lei, che aveva riempito il paese di acciottolati sconnessi, ora si lamenta per due buchette?
Cantoniere"

Caro Cantoniere-Amministratore, la Sua ignoranza mi addolora, non per me ma per tutta la cittadinanza, compresi quelli che l'hanno votato.
Se il Centro Storico è in questo stato, lo si deve anche alla sistematica mancanza di conoscenza che pervade il Palazzo. 
"Due buchette" quelle di via Tino Dappiano lo saranno per lei e per la sua sensibilità acclarata. Ho trovato nel 2009 piazza Caretto con il porfido saltato sostituito da pezze di asfalto, come i rattoppi di una maglia vecchia, e abbiamo dovuto rifare tutte le strade principali che abbiamo potuto, finché non finirono i soldi. Non parliamo delle frazioni.
Piangendo miseria avete rimesso l'asfalto in via Mazzini, nel 1999. Se poteste, oggi buttereste giù anche il teatrino Civico all'interno del Comune.
Per fortuna non si può.
Tié.


lunedì 19 giugno 2017

Unità a sinistra? Da D'Alema alla Rasta... Per ora è un bel no

Si sono viste l'altro giorno al teatro Brancaccio di Roma tutte le anime a sinistra del PD che sognano l'unità e contemporaneamente la vietano. Pisapia, l'uomo del giorno, mancava.
Il momento è delicato, il tempo non è tanto se si cerca un risultato che permetta di strutturare una forza. Qui sotto c'è una simpatica cronaca dell'incontro , presa da La Stampa e scritta da Alessandro di Matteo.
Io fiducia ne ho poca. Mentre leggevo mi è passata davanti la mia vita in Comune nell'ultimo mandato, e le facce di Rotondo, di Angelone duro e puro con tutte le imprese e i discorsi che non ha mai fatto, di Dario Gallo presidente del Consiglio Comunale all'opposizione dopo l'abbandono del mio amico Sellaro: con lui che votava le peggio cose proposte dall'opposizione votata come tale, ho passato momenti celestiali. Tanto celestiali che ho dovuto andare a vedere su Internet come si chiamava, perché non mi ricordavo più.
Cosa fa Freud.
Come sarebbe stato il nostro percorso, se fossero rimasti? La storia non si fa con i se e con i ma.
Beh, comunque quello era un microcosmo. Pensa sul grande, sull'Italia intera.
Ciao Ninetta.
Ma adesso è il momento in cui non bisognerebbe perdere la fiducia...
MV



Da "La Stampa"
Se non fosse per Matteo Renzi, probabilmente non si sarebbero mai ritrovati nella stessa sala Massimo D' Alema e Marica Di Pierri, l' attivista ambientalista con i capelli rasta che inveisce contro il «capitalismo rapace». Al teatro Brancaccio di Roma va in scena il tentativo di mettere insieme una lista di sinistra alle prossime elezioni, o meglio uno dei tentativi visto che anche Giuliano Pisapia lavora a un obiettivo teoricamente simile.


L' ex sindaco di Milano non c' è, e del resto da queste parti non è particolarmente amato: non gli viene perdonato il sì al referendum voluto, e perso, da Matteo Renzi, e non piace nemmeno quel canale che continua a mantenere aperto verso il Pd. I padroni di casa sono Tomaso Montanari e Anna Falcone, gli animatori dei comitati per il no al referendum che ora provano a ripartire da quel successo per costruire «una vera coalizione civica di sinistra». Lo fanno anche con la benedizione di D' Alema, che fa esercizio zen per non raccogliere la diffidenza nei suoi confronti che circola in platea.


La sala è piena, molti restano fuori. C' è Sinistra italiana, Rifondazione, Pippo Civati, l' Arci. Si affaccia Vittorio Agnoletto, Sergio Cofferati è assente per motivi di salute ma manda un messaggio. Tutta gente che non vuole avere nulla a che fare con Renzi e che guarda di traverso anche gli scissionisti Pd che provano a fare da ponte con Pisapia. E poi, appunto, ci sono i bersaniani Miguel Gotor e Roberto Speranza. «È gente che ha votato le riforme di Monti», mugugnano in tanti in sala.

Costruire la lista anti-Renzi è cosa complicata. Ne sa qualcosa Gotor, che appena sale sul palco viene interrotto da una militante: «D' Alema in prima fila è una presa in giro. Lui, Bersani, Vendola Il vecchio che ritorna», si sfoga la contestatrice con i giornalisti dopo essere stata allontanata. Non è una posizione isolata, Gotor ne ha la conferma quando invita tutti a partecipare anche alla manifestazione che Mdp e Pisapia terranno il primo luglio col titolo «Insieme»: di nuovo fischi, mormorii. Un clima che preoccupa Arturo Scotto, ex Sel, ora in Mdp: «Dobbiamo dire no ai veti. Con Renzi non c' è intesa possibile, ma non possiamo regalargli Pisapia».

Montanari e la Falcone cercano di ammorbidire la platea verso gli ex Pd, chiariscono anche che non ci sono veti nemmeno verso chi ha votato sì al referendum, ma mettono anche le cose in chiaro: «Se l' unica prospettiva della sinistra era allearsi al Pd di Matteo Renzi, noi non avremmo nemmeno votato». 

Va bene tutto, ma Renzi no: bisogna porsi in chiara alternativa al Pd. Forse per questo D' Alema resta impassibile anche quando Montanari attacca i governi di centrosinistra, quelli degli Anni 90 nei quali lui e Bersani erano ai posti di comando: «L' inizio dello smontaggio della Costituzione, la riforma Treu, la Turco-Napolitano, la guerra in Kosovo (gestita proprio da D' Alema come premier, ndr), il conflitto di interessi nelle telecomunicazioni».

Verso Pisapia c' è gelo e nessuno sembra ascoltare Romano Prodi che si ripropone in versione «Vinavil» per rimettere insieme i pezzi del centrosinistra diviso da «micidiali rotture personali». Lo chiarisce la Falcone: «Non c' è nessun centrosinistra da unire, la terza via ha fallito. Non vogliamo unificare la sinistra, vogliamo costruire la sinistra che non c' è ancora».

Montanari cita esplicitamente l' ex sindaco di Milano: «Ci aspettiamo il primo luglio una risposta chiara». Bisogna scegliere, è il senso, il Pd o la sinistra. Una richiesta simile a quella di Nicola Fratoianni, segretario di Sinistra italiana.

«Io il progetto di Pisapia non l' ho ancora capito. Nessun veto ma a Renzi non si può rispondere tornando a parlare di Ulivo, si rischia di sembrare inutili». Qualcuno, come Vincenzo Vita, ex Pd ora con Civati, dice esplicitamente ciò che molti sperano: «Il dualismo con Pisapia si risolverà perché Giuliano capirà che non c' è spazio accanto al Pd».


(tanto per capirsi, questo è il titolo che ha scelto Dagospia.com riprendendo il pezzo dal quotidiano torinese:


LA VOCAZIONE MINORITARIA E' SEMPRE VIVA! – PROVE (FALLITE) DI UNITA’ A SINISTRA DEL PD: LE CARIATIDI DI RIFONDAZIONE COMUNISTA SFANCULANO RENZI, MA PURE PISAPIA. A D’ALEMA RINFACCIANO LA GUERRA IN KOSOVO. FISCHIATO GOTOR).

martedì 13 giugno 2017

Il Viale della Madonna e due sante donne


Mi scrive Preddy:
"Una domanda: ma il viale della Madonna, di chi è la competenza di manutenzione e pulizia? Non ci ho mai capito. Quello che so è che da qualche giorno è ricominciato il via vai di ragazzini/e fumatori sporcaccioni e maleducati che la sera fumano bevono schiamazzano e bestemmiano fino a tarda notte, lasciando ogni tipo di schifezza a terra (mancano solo piu' gli escrementi). A parte togliere l'ultima panchina rimasta intatta che permette a questi intellettuali di creare capannelli per disquisire di Platone, che altro si potrebbe fare? Telecamere? Qualche bel raid di polizia locale o carabinieri?"



Accosto la legittima domanda di Preddy a una foto che mi hanno mandato, se ho capito bene da "Sei di Crescentino se".
Come nota giustamente la signora Antonella, quello dei sacchi di spazzatura è un lavorone , ma lei non sa che un bel mattino lo hanno fatto due cittadine, Nicoletta Ravarino e la sua amica signora Tararà, stufe di passar dal viale e vedere la schifezza che Preddy così bene racconta.

La pulizia del viale è di competenza del Comune, che com'è noto fa quel che può, ma soprattutto gli uffici fanno quel che gli viene detto di fare, e le emergenze sono parte di ogni giornata.

Rilevo che trovare qualcuno che smette di parlare e fa, non è facile. E' più facile trovare qualcuno che si insospettisca per tale lavoro: è di qualche giorno fa la storia del vicesindaco Speranza che definiva "politica" un'azione di pulizia del circondario ad opera di alcuni cittadini con perfino migranti. Preferirebbe la sporcizia del Viale lui, magari.

Per la cronaca, conoscendo bene le regole, la dott. Ravarino ha avvertito gli uffici comunali dell'opera sua e della sua amica, e poi immagino che i sacchi siano stati prelevati. 
Poiché non è facile trovare volontari come queste due Sante Donne, ci si augurerebbe davvero qualche telecamera, e un passaggio a sorpresa di vigili e carabinieri ogni tanto. Ma anche cartelli dissuasori, e delle sonore ammonizioni casalinghe in tema di educazione civica soprattutto. E la scuola? 

Ormai ci sono le vacanze, ma tutto passa sempre da lì, dall'educazione.


lunedì 12 giugno 2017

Lavori Pubblici e quel passaggio in rosso


Ricordo all'Assessore ai Lavori Pubblici che il passaggio pedonale dal Viale della Madonna verso via Michelangelo , via Chiò e il viale che porta al Santuario, è in un posto delicato e pericoloso, dove convergono appunto quattro strade e molti passanti. 
Poiché le righe bianche e gialle già sono state ripassate, ma quelle rosse no, sarebbe d'uopo metter mano alla vernice e ravvivarle: perché, piaccia o non piaccia, quel colore attira l'attenzione ed è segnale di pericolo. Chi passa di lì a piedi o in bicicletta ha diritto alla sicurezza come chiunque altro.
(Intanto che ci sono, magari per distrazione non ho visto via Dappiano nell'elenco delle strade da asfaltare. Se ho visto bene, ricordo che la prima parte fra la Parrocchia e la Posta è un autentico gruviera e in bici si rischia di cadere).

domenica 11 giugno 2017

Rivolete i parcheggi in Piazza Caretto?

Non so cosa ne pensino quei pochi che abitano lì, ma con la rinuncia del Mazzini in versione cinese a utilizzare lo spazio dell'ombrellone d'angolo, e l'allargamento dei tavoli del Portico, Piazza Caretto attira in queste serate estive un'affluenza inusitata, e con essa una ventata d'allegria che raramente sembra appartenere alla nostra amata cittadina. 

Ho visto che finalmente anche l'ombrellone del Vanilla sulla piazza si popola, e la visione è quella che avevo immaginato durante i lavori: un luogo di convegno e di chiacchiere e tempo libero da condividere, vecchi e bambini, uomini e donne. 

Ma quanto mi hanno sfinita con la piazza storta, i marciapiedi storti, le lune sbagliate dello stemma? E quelli disperati perché si perdeva parcheggio? C'era un commerciante che quando passavo mi guardava come se fossi il mostro  di Firenze. 

E comunque siamo brava gente, stiamo lì e ci divertiamo malgrado gli occhi ciechi del palazzo Biverbanca privo di finestre e abbandonato a se stesso; malgrado il Condominio Lanza che alla fine, dopo cinque anni sfinenti di colloqui settimanali con un amministratore a dir poco problematico, ha promesso promesso, ma non ha ancora mosso un dito per diventare decente agli occhi dei Crescentinesi. 

I partiti all'osteria, Renzi isolato, Cuperlo non gliele manda a dire...

Sappiamo tutti benissimo in quale inferno politico viviamo, dopo l'ammucchiata extra-parlamento per metter su una legge elettorale PROPORZIONALE fra PD, Forza Italia, Lega e M5S e lo sconclusionato gran finale dove ognuno ha cercato di fregare l'altro, fino a dissoluzione del progetto, con le tristerrime visioni tv degli insulti reciproci da osteria. Uno spettacolo che davvero non si vorrebbe vedere mai. 
Però, poiché bisogna andare avanti, i giochi si riaprono. Renzi apre a Pisapia, Bersani si arrabbia perché Pisapia non è cosa da Renzi. Ma c'è chi all'interno del PD, è come se fosse fuori. Il nobile Cuperlo taglia e cuce con eleganza in questa intervista non priva di umorismo di domenica mattina su La Stampa, segnalando che re Matteo è nudo: già, perché intanto c'è un'arietta di sinistra in Gran Bretagna, e bisogna poi vedere come vanno le Comunali di oggi, quando si chiudono le urne...



ROMA
Onorevole Gianni Cuperlo, ora a sinistra vi siete svegliati seguaci di Corbyn come ieri di Obama e Zapatero?  
«Importare modelli è una sciocchezza. Quel voto dice che speranze e bisogni alla fine si impongono. Un leader di 70 anni senza camicia bianca ha riportato al Labour la generazione più umiliata. E’ questo che dovrebbe suggerire lucidità e una lettura di dove si vuol condurre il primo partito del centrosinistra. Purtroppo sembrano carenti entrambe». 

Dopo il flop della legge elettorale simil tedesca alla Camera, ora Renzi sembra guardare nuovamente a una alleanza di centrosinistra. Lei è favorevole?  
«Ho invocato il centrosinistra per anni e se ci arriviamo brindo ma non mi bendo gli occhi e dico che oggi Renzi segue una rotta confusa. Ha spinto per il voto subito anche a costo di archiviare l’identità del Pd in vista di un governo con Berlusconi. Ora apre a Pisapia dopo mesi in cui ha fatto l’opposto. Quel campo aperto, largo, civico che solo tre giorni fa pareva rimosso vorrei capire come lo si vuole rifondare». 

Lo dica lei.  
«Intanto con Pisapia il dialogo va fatto davvero. E con un gruppo di parlamentari Pd lo incontreremo nei prossimi giorni».  

Per fare cosa?  
«Il centrosinistra non è una somma di sigle o l’accordo di un ceto politico. Spetta al partito più grande gettare ponti, evitare rotture, ma poi il tema riguarda tutti. Da dove si riparte? Una carta condivisa, il migliore governo nelle città dove spero che oggi gli elettori ci diano fiducia, un movimento dal basso che riapra la questione sociale? O magari da primarie di coalizione? I cantieri aperti ci sono, le officine di Pisapia, una sinistra nel Pd che ha scommesso su una ripartenza. Io dico uniamo le forze, le risorse, perché il momento è adesso». 

Sulla legge elettorale ritiene che si debba continuare a lavorare sull’ipotesi tedesca? O puntare su formule maggioritarie?  
«Una classe dirigente non butta la palla fuori dal campo. Si torni in commissione e si cerchi una soluzione. I paletti ci sono, rappresentanza e governabilità recuperando la via di coalizioni da dichiarare prima del voto».  

Tutto fa pensare che sia molto difficile tornare al maggioritario. E Orfini ha ribadito che col proporzionale le alleanze si fanno dopo il voto
«Ma ci rendiamo conto del balzo logico da una cultura iper maggioritaria al proporzionale senza un correttivo? Si può rinsavire un istante e restituire valore alla ricerca di una mediazione saggia nell’interesse della democrazia e non dei singoli?». 

Il nodo Mdp. Renzi pare rivolgersi esclusivamente all’ex sindaco di Milano.  
«Il tema riguarda per primi noi, l’identità del Pd. La scommessa di sfondare al centro abbandonando principi e contenuti della sinistra è fallita. Il Pd è riuscito a litigare con tutti e a chiudersi in un isolamento dannoso. A questo punto non basta dire che su ius soli, tortura o fine vita andremo diritti. Dobbiamo correggere l’errore sui voucher, ridare nerbo a principi di eguaglianza, equità fiscale, investimenti per crescere. Senza questo il piano inclinato ci farà rotolare a valle e in molti non siamo disposti a farlo». 

Con Bersani e gli altri è possibile per voi fare alleanze?  
«Dico che si può e si deve. In questi anni a Renzi non ho risparmiato critiche ma nel Pd finora ho scelto di rimanere per sostenere le mie ragioni. Rispetto chi è uscito, ma senza la forza più grande è molto difficile costruire un centrosinistra di governo. Renzi non può concedere patenti a nessuno e io mi batto perché cambi strategia. La sinistra non vince sui veti ma se ricostruisce l’unità su una linea che parli e conquisti una maggioranza. Tra le due cose c’è la stessa distanza che separa la politica da Edmond Dantès». 

Dopo lo strappo con Alfano, e in questo clima, ritiene possibile arrivare al 2018 e varare una buona legge di Bilancio con questa maggioranza?  
«Non so se sia possibile. So che è necessario». 

domenica 4 giugno 2017

Addio all'Unità

Mentre il terrorismo fanatico dell'Isis continua il suo stragismo a Londra, e mentre la paura invece provoca un'incredibile caos con feriti anche gravi a Torino, in una quieta serata di calcio in piazza, oggi si registra invece un'altra fine, malinconica e simbolica, ed è quella dell'Unità, il quotidiano fondato da Gramsci. Dagospia ha gioco facile a intitolare "...e affondato da Renzi". Sono tempi difficili per i giornali di carta, e ancora più difficili per quelli di partito. Qualcosina si poteva fare, i vertici PD avrebbero potuto mostrare il loro valore anche nel prendersi carico di questa patata bollente e trasformarla, piegarla alle nuove regole imposte dal mondo che cambia così velocemente.
Qui sotto la cronaca raccontata sul sito di Repubblica, dell'ennesima, quasi certa fine di una storia della nostra società.





I lettori de L'Unità stamane hanno potuto scaricare in formato Pdf quello che la redazione annuncia essere il suo ultimo numero. Il titolo, sulla prima pagina digitale, non è casuale ma un voluto riferimento al 2 giugno e alla festa della Repubblica: "Così si calpesta una storia".

A corredo, una foto in bianco e nero, L'Unità impugnata da tante mani per celebrare la vittoria della Repubblica sulla Monarchia nel referendum del 1946. Ed è qui che intervengono le amarissime parole del sommario. "Nel giorno della festa della Repubblica che celebra il lavoro, l'editore annuncia la sospensione delle pubblicazioni. Mesi di ricatti e vessazioni. La redazione in sciopero, come ennesimo atto di difesa e dignità. Il silenzio del Pd".

Pubblicazioni sospese, come nell'estate del 2014, quando il quotidiano fu chiuso per il fallimento di Nuova Iniziativa Editoriale Spa, ma come la Fenice rinacque in edicola un anno dopo con un nuovo assetto societario (80% di proprietà della Piesse, circa il 20% della Fondazione Eyu - Europa YouDem-Unità che fa capo al Pd). Questa volta, il finale della storia è appeso all'editoriale, firmato dall'assemblea della redazione, che riprende il comunicato distribuito ieri sera alle agenzie al termine della riunione.

"Ci sono storie - si legge - che non dovrebbero finire, per la storia che hanno raccontato e testimoniato, per quella che hanno cercato di capire, per chi ci ha creduto, per chi ci ha messo passione, professionalità e attaccamento. Questa storia, la nostra, hanno deciso di chiuderla nel modo peggiore, calpestando diritti, calpestando lo stesso nome che porta questa testata, ciò che ha rappresentato e ciò che avrebbe potuto rappresentare".  Le parole dei giornalisti fanno riferimento, viene ricordato, a una comunicazione dell'editore, inviata nella tarda serata di ieri sera, con la quale ha fatto sapere che avrebbe incontrato a breve la Federazione nazionale della Stampa, Stampa Romana e il Cdr per illustrare la situazione economico-finanziaria del giornale e la "conseguente decisione di interrompere volontariamente la pubblicazione". La "strada giusta", aggiungeva l'amministratore delegato Guido Stefanelli, "che questa sia la scelta più giusta da fare in attesa di portare a compimento le procedure di ristrutturazione aziendale".

La decisione viene giudicata "grave" dal corpo redazionale dell'Unità perché "arrivata dopo giorni di assenza del giornale dalle edicole perché lo stampatore ha fermato le rotative per la mancata riscossione dei crediti maturati e per i quali da mesi chiedeva il relativo pagamento". Se si è arrivati fino a questo punto, proseguono i giornalisti della testata fondata da Antonio Gramsci, "non è stato per un improvviso fatto esterno, ma per una decisione più volte annunciata dallo stesso stampatore".

"In questa storia sono in diversi a dover rispondere di quanto accaduto", accusano i giornalisti dell'Unità. "Gli editori di maggioranza, la Piesse di Massimo Pessina e Guido Stefanelli, Eyu, che fa capo al Partito Democratico, e lo stesso segretario del Pd Matteo Renzi, a cui più volte ci siamo rivolti senza mai ottenere una risposta o una parola di solidarietà nei momenti più duri della lotta, quando per otto giorni di seguito la redazione

è scesa in sciopero ad oltranza. Un silenzio che ha ferito tutti coloro che in questo giornale hanno lavorato accettando condizioni spesso al limite dell'accettabile. Ci chiediamo se anche di fronte a questa decisione dell'editore proseguirà la scelta del silenzio".


domenica 28 maggio 2017

Il caso D'Alema, da Nanni Moretti ai nostri giorni


Dai tempi della famosa battuta in "Aprile" di Nanni Moretti ("D'Alema, di' qualcosa di sinistra") c'è un politico che divide e fa discutere gli italiani che si appassionano a questi argomenti. D'Alema è uno che si ascolta e si bastona anche volentieri: negli ultimi due giorni, una lunghissima e interessante sua intervista, da parte di Aldo Cazzullo sul "Corriere della Sera" (che vi ammollo più sotto) è stata seguita da un malizioso commento su "Repubblica" di Sebastiano Messina: che gli fa le pulci per ogni dichiarazione, sostenendo in pratica che Leader Massimo, nelle parole che leggerete qui, non fa che criticare comportamenti altrui che però in altri tempi sono stati i propri. 

Comunque la si pensi, una lettura interessante, anche piena di verità.

Dal "Corriere della Sera"
Di Aldo Cazzullo.

Massimo D’Alema, valeva la pena fare tutto questo per fondare un partitino del 3%?
«Ognuno deve fare quello che corrisponde ai propri valori. Meglio prendere il 3% a favore di ciò che si ritiene giusto che il 20 a favore di ciò che si ritiene sbagliato. E comunque io credo che lo spazio a sinistra del Pd sia molto più grande».

Era proprio inevitabile la scissione?

«Inevitabile e persino tardiva. Bisognava farla prima: era matura già con il Jobs Act. Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra e prima ancora agli interessi del Paese. Il renzismo non è stato che il revival del berlusconismo».

Non le pare di esagerare?

«Meno tasse per tutti. Bonus. Abolizione dell’articolo 18. Financo il ponte sullo Stretto. Mi stupisco che Berlusconi non si rivolga alla Siae per avere i diritti d’autore. E per due anni e mezzo si è paralizzato il Parlamento per una riforma costituzionale confusa, spazzata via dal popolo; e per una legge elettorale incostituzionale, frutto di un mix di insipienza e arroganza».

Alla Siae il copyright dell’arroganza è suo.

«No. Io posso essere arrogante con i prepotenti; non mi permetterei mai di esserlo con l’interesse del Paese. Renzi ha imposto una legge elettorale solo per la Camera, dando per scontato che il Senato venisse abolito. Ora siamo alla vigilia delle elezioni e la legge elettorale non c’è. Il fallimento del renzismo non potrebbe essere più totale; ma nessuno ha il coraggio di scriverlo, per non fare la fine di Campo Dall’Orto».
Si lavora a un accordo sul modello similtedesco.
«Un vero maggioritario, sul modello del Mattarellum, lo avremmo apprezzato. Ma in commissione è stata approvata una legge escogitata dal senatore Verdini, che con il Mattarellum non ha nulla in comune. Si vota con un’unica scheda, su cui tutti i partiti presentano il loro simbolo; però collegio per collegio possono decidere di presentare anche un candidato. Una legge immorale, che genera accordi di potere di natura notabilare, ricatti, condizionamenti: in venti collegi do via libera a Verdini, ad Alfano garantisco che nessuno si presenterà contro di lui ad Agrigento… Questo nella tradizione italiana si chiama trasformismo. Torniamo all’età giolittiana senza Giolitti, ma con tanti piccoli Depretis".

Perché ce l’ha tanto con Verdini?

«Sono i magistrati che ce l’hanno con lui, non io. È un uomo intelligente. Renzi si è scelto un consigliere di qualità: un professionista. Che però non esprime l’idea di rinnovamento del Paese cui penso».

Renzi e Berlusconi trattano sul proporzionale con sbarramento al 5%.

«Rispetto a un pastrocchio, meglio una soluzione europea; ma il vero modello tedesco avrebbe bisogno di modifiche costituzionali, come la sfiducia costruttiva».

Oggi a sinistra del Pd ci sono tre partiti: il vostro, quello di Pisapia e quello di Vendola. Vi metterete insieme?

«C’è molto altro. Ci sono i comitati per il No di Zagrebelski, c’è un pezzo importante di società civile, il mondo del cattolicesimo democratico. Sono forze che devono unirsi in un’alleanza per il cambiamento, aperta a tutti quelli che vogliono dare vita a un programma di centrosinistra».

Quanto potrebbe prendere questo nuovo partito?

«L’alleanza per il cambiamento ha una potenzialità che va molto al di là della somma delle singole forze. Dovrebbe nascere da un processo costituente, attraverso la rete e una serie di assemblee, con una grande consultazione programmatica. E dovrebbe comportare elezioni primarie sia per l’indicazione dei candidati (un punto forte dell’intesa Berlusconi-Renzi è il mantenimento delle liste bloccate), sia per la scelta di una personalità che guidi questo processo».

Pisapia?

«Chiunque sia deve essere scelto dai cittadini. Io non sono candidato».

È una fortuna, visto che Renzi non vuol fare accordi con un partito in cui ci sia anche lei.

«Il suo modo dilettantesco di governare ha creato danni enormi al nostro Paese. Che piaccia o no a Renzi, D’Alema c’è: se ne faccia una ragione. L’Italia ha bisogno di una svolta profonda e di una nuova politica economica, incentrata sugli investimenti. Siamo l’unico Paese che la commissione europea critica da sinistra, chiedendoci di rimettere l’imposta sulla prima casa almeno ai ricchi».

Ma ha risposto di no Padoan, uomo un tempo a lei vicino.

«Il primo a dire di no è stato Renzi; Padoan si allinea, e mi rattrista. Renzi si è convinto che, declinando Berlusconi, il vero compito del Pd fosse eliminare la zavorra a sinistra e occupare il centro del sistema. Il messaggio era: vi porto al potere e ci resteremo vent’anni. Ecco il grande miraggio che ha sedotto un intero ceto politico».

Compresi quasi tutti i dalemiani.

«E con questo?».

Forse in Renzi c’è qualcosa anche di D’Alema. Pure lei voleva superare l’articolo 18 e si scontrò con Cofferati.

«Proposi due anni di franchigia per le aziende che crescessero oltre i 15 dipendenti. Un’idea intelligente, che a regime non avrebbe ridotto ma esteso le tutele per i lavoratori. Il problema dell’Italia non è la flessibilità del lavoro, garantita fin dalle norme Treu. Il problema è la scarsa produttività. La precarizzazione non lo risolve; lo aggrava».

Se Renzi è un tale disastro, perché ha stravinto le primarie?

«Perché non ha detto la verità sul suo progetto: allearsi con Berlusconi. Del resto, il suo modello è House of Cards, e uno dei cardini della sua politologia è non dire la verità. Ma l’ammucchiata di forze “responsabili” mi ricorda più Razzi e Scilipoti che Moro e Berlinguer. Una parte secondo me maggioritaria del Pd vuole il centrosinistra. Il “Renzusconi” non mi pare molto popolare, anzi tirerà la volata a Grillo».

Bersani con Grillo vorrebbe dialogare.

«La gente vota Grillo non perché è impazzita, ma perché è indignata dalle ingiustizie: se non paghi il mutuo ti portano via la casa; ma se un imprenditore non restituisce il miliardo che ha avuto in prestito non perde nulla, e le banche vengono ricapitalizzate con il denaro dei contribuenti. Nell’ambito di una ricerca il 28% dell’elettorato dei Cinque Stelle si è detto di sinistra; ma dichiara di votare Grillo perché la sinistra non c’è più».

Cinque Stelle costola della sinistra?

«Stiamo lavorando per offrire agli elettori una proposta alternativa di sinistra. Ma, attenzione: i 5 stelle non sono percepiti come il Front National. Marine Le Pen non ha sfondato grazie a Mélenchon, che ha intercettato parte del voto operaio. Se uno vede la Torino della Appendino e del trionfo del Salone del libro, non gli viene in mente il fascismo».

Meglio Grillo di Renzi?

«Né Grillo, né Renzi. Noi vogliamo offrire al Paese un’altra scelta».

Anche lei è favorevole al reddito di cittadinanza?

«Parlerei di reddito di inserimento: una formula più selettiva e più sostenibile. Ma il messaggio rivolto alla parte più debole del Paese è importante. Nel dopoguerra non si era mai visto un tale livello di disuguaglianza sociale. Cinque milioni di italiani non sanno se domani avranno da mangiare. Altri rinunciano a curarsi perché non possono pagare i superticket; infatti l’aspettativa di vita decresce. E il governo ha stanziato il bonus libri per tutti i diciottenni, compreso il figlio del professionista; che i libri se li può comprare, oppure leggere nella biblioteca di papà. In queste condizioni, come stupirsi se la gente vota Cinque Stelle? Dobbiamo offrire un’alternativa a chi vuole esprimere un voto di protesta o astenersi».

Che idea si è fatto del caso Boschi?

«Si dovrebbe fare la commissione d’inchiesta sulle banche, quella che il Pd dice di volere ma in realtà boicotta. Conoscendo de Bortoli, sono incline a pensare che la sua versione sia vera. Se Ghizzoni la confermerà, la Boschi dovrebbe andarsene. Mi domando se non si configurino un abuso di potere e un reato ministeriale».

Come sta governando Gentiloni?

«Meglio di Renzi; ma non ci voleva molto. Ci è stato detto che dovevamo turarci il naso e votare Sì al referendum perché Renzi era insostituibile. Renzi è andato via e non c’è stato il diluvio. In realtà siamo tutti sostituibili, compresi Renzi e Gentiloni. Considerata la qualità del governo del Paese, non è difficile pensare che possano essere sostituiti in meglio».

sabato 27 maggio 2017

Cosa c'era di diverso in Biblioteca il 24 maggio 2014




Dice l'Asesur, sulla Periferia (che di lui scrive "... sta dimostrando sempre più di lavorare per il bene culturale di questa realtà della bassa Vercellese..").
Ricordando le gesta antecedenti al 2009, dopo aver esaltato l'abbattimento del muro del parco Tournon, "luogo di delinquenza e spaccio", riassume dunque l'Asesur: "Si è così proceduto alla rivisitazione della Biblioteca ed eravamo riusciti ad avere più di 13 mila utenze. Un buon risultato per un comune che contava 8 mila abitanti. Tutto questo grazie ad iniziative ed eventi. Quando siamo tornati, la situazione era diversa...". 
Diversa, nel senso che c'erano i volontari: sapete come sono a volte le casse, o mangiare la minestra o saltare la finestra. Eppure avevo messo su una bella rassegna di scrittori in città con tanto di aperitivo, qualcuno se ne ricorderà no?

Ora  finalmente in Biblioteca c'è una cooperativa, e che Dio benedica per questo  Giuseppe Arlotta (finita la campagna di denigrazione, tagliati i capelli ai riottosi, i fondi sono tornati).

Ma io so che cosa davvero ha trovato di diverso, nel 2014, l'Asesur. Non ha più trovato per esempio la polvere sulla sua scrivania, né lo stato di abbandono e il disordine che albergavano nel suo ufficio, né gli scatoloni con il Fondo Casalone: che sono stati vuotati, e il contenuto ripulito e archiviato con amore, guardacaso dopo il 2009 e prima del 2014. Ah, signora mia. 



lunedì 22 maggio 2017

Se i politici imparassero da Enrico Mentana


Le notizie muoiono in fretta, ma la sostanza rimane. Quello che leggerete qui sotto, è lo sfogo di Enrico Mentana, secondo me il più bravo direttore di TG degli ultimi vent'anni, e infatti uno che usa la prudenza con prudenza, e dice pane al pane. Un atteggiamento che non è per esempio da politici, ma spesso neanche da direttori di Tg.
Qui sotto, sulla sua pagina Facebook, Mentana sfoga la propria amarezza nei confronti di tutti quelli che hanno criticato ("al veleno", dice lui) sui social la manifestazione di Milano dei giorni scorsi per l'accoglienza dei migranti: e risponde per le rime, accusando di ignavia e di indifferenza civica i numerosi critici della giornata: i cui concetti vengono spesso espressi anche sui nostri blog cittadini. 




Dal Facebook di Enrico Mentana
Sui social tanto tanto livore per chi manifesta a Milano oggi. 
Si può non essere d'accordo in nulla con le ragioni di chi marcia, ma perché tutto questo veleno? 
Perché un odio così forte verso l'idea di accoglienza? 
Perché tutte quelle litanie sul sostegno che invece non si darebbe agli italiani poveri?

Chi non lo darebbe, l'Unicef? Emergency? La Caritas? O invece, molto più probabilmente, una buona parte degli stessi autori dei commenti? 
Vi rode forse che tutto questo avvenga nella città che è stata sempre l'emblema dell'accoglienza, negli anni delle migrazioni dal sud, che tuttora accoglie più di tutti, e ciò nonostante produce occupazione e sviluppo? Vi piacerebbe che le cose andassero male, che la festa si trasformasse in qualcos'altro. 
Non avete mai mosso un dito contro mafiosi e camorristi, contro gli evasori e i corrotti, sbraitate solo quando acciuffano un politico ladro, purché della parte opposta alla vostra, avete fatto il tifo per la banda di Romanzo Criminale e i Savastano di Gomorra, parcheggiate in seconda fila e ve ne fregate della differenziata, e però per voi la vergogna sono quei manifestanti di Milano. Non concepite che uno possa aiutare chi ha bisogno, 
 infatti diffondete la calunnia che le Ong siano spinte dal lucro e dal malaffare. 
Mi sono chiesto per tanto tempo come sia stato possibile che da noi, 80 anni fa, le leggi razziali siano state varate e attuate senza nessuna reazione popolare. 
Ma come, noi, gli "italiani brava gente", restammo zitti, e anzi partecipammo con zelo alla loro applicazione, alcuni fino alle estreme conseguenze?
Grazie a voi, al cinismo ferino delle vostre parole, ho potuto capire di chi siete ideali eredi. E siccome, è cosa nota, la storia si ripete in farsa, magari arriverà il giorno, come avvenne dopo la Liberazione, in cui cancellerete in fretta e furia i vostri tweet e correrete a giurare e spergiurare che quel 20 maggio a Milano, a manifestare per una buona causa c'eravate pure voi..

domenica 14 maggio 2017

Il "Corriere": "Renzi non ha elaborato la sconfitta del Referendum"

Si può pensare naturalmente ciò che si vuole, ma dopo la vittoria delle Primarie per Matteo Renzi non sono cominciate rose e fiori, anzi. L'ennesimo caso Boschi riportato alla ribalta nel libro di Ferruccio De Bortoli, ex direttore del Corriere della Sera e giornalista con la schiena dritta, è un ulteriore colpo alla sua immagine. Il fondo della domenica dell'attuale direttore del quotidiano milanese, Fontana, fa il punto sulla situazione, sul conflittone di interessoni della Ministra, e ripercorre gli accadimenti per i più distratti.
Qui l'articolo

Luciano Fontana
Il rapporto tra informazione e potere politico sta vivendo in questi giorni un’altra puntata singolare. Si evocano complotti, complicità, ossessioni. Un calderone dove scompare il merito, si prendono strade laterali per non rispondere a interrogativi molto chiari e semplici.

Riassumiamo: nel libro, appena pubblicato, dell’ex direttore e attuale editorialista del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli si racconta di un intervento, nei giorni caldi della crisi di Banca Etruria, di Maria Elena Boschi presso UniCredit (e il suo amministratore delegato Federico Ghizzoni) per sollecitare il salvataggio dell’Istituto di credito toscano in bancarotta.

La ministra non ha alcun titolo per occuparsi della vicenda, anzi ha un ostacolo insormontabile: suo padre è il vicepresidente della banca, il conflitto d’interessi è evidente. Boschi replica di non aver mai fatto pressioni (in Parlamento aveva anche dichiarato in passato di non essersi mai occupata di Etruria) e annuncia querele, senza specificare nei confronti di chi. Federico Ghizzoni (adesso ex amministratore) si limita finora a un «no comment» (o a qualche breve dichiarazione), così come ambienti di UniCredit che affermano di aver esaminato il dossier e di aver scartato la possibilità di intervenire.

Ieri la vicenda ha avuto una nuova escalation con l’intervista al Foglio di Matteo Renzi. Anche qui si allarga a dismisura il campo, non si sta alla questione di merito e si sferra un attacco incredibile a de Bortoli: avrebbe un’ossessione contro l’ex premier che lo porta a scrivere cose false. Si mettono insieme un errore su Carrai, che de Bortoli ha onestamente riconosciuto, con il fastidio di Renzi per la presenza di un giornalista del Corriere nel suo albergo di vacanza a Forte dei Marmi. Un giornalista che stava solo facendo il suo mestiere e per questo venne minacciato dalla scorta presidenziale.

Si capisce bene che la vicenda delle banche toscane, con il colpo durissimo inferto da una gestione clientelare e dissennata a investitori e risparmiatori, sia una spina nel fianco del segretario Pd e della Boschi. È un capitolo oscuro, le inchieste e le intercettazioni dimostrano che intorno al salvataggio si mossero personaggi con un passato non raccomandabile. In quei giorni si raccontava, tra i soggetti istituzionali incaricati di trovare una soluzione alla crisi di Etruria, la seguente storia: a molte società di credito e a tanti investitori, anche stranieri, fu chiesto di intervenire per il salvataggio.

Accadeva sempre questo: esaminavano le carte, facevano alcuni incontri e poi si ritiravano dopo aver conosciuto i personaggi e gli interessi «strani» che pesavano in quel piccolo mondo. Invece di immaginare trame si dovrebbe rispondere a queste semplici questioni sulla vicenda. De Bortoli ha raccolto, durante la stesura del suo libro, un’informazione e l’ha pubblicata.

Così si comporta un giornalista. Il ministro ha reagito dicendo che non è vera ma il «no comment» di Ghizzoni e quello che ha aggiunto ieri al Corriere pesano. Non sono certo una smentita, anzi. Forse sarebbe meglio che anche il mondo bancario parlasse chiaramente. La trasparenza, dopo tutto quello che è accaduto in questi anni in cui le banche e le loro sofferenze sono state una zavorra per il Paese, dovrebbe essere un valore assoluto per tutti.

Il rapporto con l’informazione di Renzi e del suo mondo è, per usare un eufemismo, complicato. Un rapporto questo sì ossessionato dall’idea di nemici sempre in agguato. L’ex premier non ha ancora «elaborato» la sconfitta referendaria, è tornato sulla scena, dopo la vittoria delle primarie, come se nulla fosse accaduto. Parole d’ordine e atteggiamenti simili. E tanta insofferenza per le voci critiche e le notizie scomode. C’è un lavoro di ricostruzione e una sfida riformatrice su cui le forze politiche, tutte, dovrebbero concentrarsi. Macron insegna. Ma di Macron per il momento non se ne vedono in circolazione.

martedì 9 maggio 2017

A spasso per il sito nucleare di Saluggia (pochi i visitatori locali)

Come avranno saputo almeno i rari (come dice Greppi) seguaci di questo blog, il 6 e 7 maggio il sito nucleare di Saluggia è stato aperto al pubblico. "La Stampa" ha raccontato in prima pagina le cronache di queste giornate a modo loro storiche. Dall'articolo si deduce che i cittadini della zona erano una minoranza, e questo non è bello. Trapela anche il dubbio che davvero si costruisca altrove un deposito definitivo, come dice il leggendario Godio di Lega Ambiente. 
Con colpevole ritardo riporto qui la cronaca del mio quotidiano ("mio" nel senso che ci ho passato una vita, naturalmente) a firma di Elisabetta Pagani.

Davanti al sito nucleare di Saluggia staziona un’auto della polizia. «Ordine pubblico - spiegano gli agenti - nel caso di contestazioni». Non ce ne saranno. I quattro attivisti di Legambiente si fermano più in alto, all’incrocio con la provinciale, e distribuiscono volantini ai visitatori, che arrivano da tutto il Nord Italia per esplorare il più grande deposito nazionale di scorie radioattive, per la prima volta aperto al pubblico.  

È qui che si trova la maggioranza dei rifiuti nucleari d’Italia, in questo comprensorio vercellese racchiuso fra la Dora Baltea e due canali, vicino all’acquedotto del Monferrato. Un luogo unanimemente considerato inadatto ad ospitare questo tipo di materiale. In attesa, però, che il governo, già in ritardo, individui dove creare il deposito nazionale, qui si sta costruendo un impianto per metterli in sicurezza cementando quelli liquidi ed è quasi pronto un deposito per accoglierli. «Temporaneamente» assicura la Sogin, la società pubblica incaricata di smantellare l’impianto. I tempi? «Il decommissioning (smantellamento) - spiega Michele Gili, direttore dello stabilimento - dovrebbe finire fra il 2028 e il 2032, le procedure sono delicate e quindi lunghe. Poi va aggiunto un quinquennio per trasportare i materiali nel sito definitivo». Che gli ambientalisti temono, nonostante l’Ispra lo vieti, che possa diventare, o meglio rimanere, proprio Saluggia: «Se avessero voluto mettere in sicurezza i rifiuti - accusa Gian Piero Godio di Legambiente - avrebbero già iniziato la cementazione, altro che costruire il deposito». 

In questo fine settimana il sito, con altri 7 impianti e centrali italiane che dovranno essere smantellate, apre le sue porte con Open Gate, iniziativa con cui 3000 persone (altre 1700 sono in lista d’attesa) varcano porte a tenuta stagna e indossano camici e calzari per ascoltare la storia di questi stabilimenti e il loro processo di chiusura definitiva a 30 anni dal referendum. «Il nemico fa più paura se non lo conosci - racconta Concetta Profita, che con la famiglia ha appena concluso la visita guidata -. Sono caposala all’ospedale e al nucleare sono sempre stata contraria. Prima di venire ero titubante, ma quello che ho visto mi ha rassicurata». Non sono molte le famiglie del posto, come la sua. Tanti arrivano da altre città piemontesi, dalla Lombardia, dal Veneto. «Per interesse, curiosità» spiegano.  

I TOUR  
Si dividono fra i due tour previsti a Saluggia, dove sono andati esauriti i 320 posti disponibili. Il primo li accompagna, con un tecnico cicerone, nelle “zone controllate”, quelle dove fino al 1984 si svolgevano attività di ricerca sul riprocessamento del materiale irraggiato (e che sono tuttora funzionanti), tra sale di comando piene di pulsanti e celle schermate in cui bracci meccanici sollevano provette radioattive; il secondo porta nell’area esterna, dove si sta costruendo il Cemex, l’impianto che dovrà trasformare da liquidi a solidi i rifiuti radioattivi, e dove è ormai pronto il deposito («Se ne costruiremo altri? Non lo escludiamo, se servirà» dice Gili). «Questa due giorni di porte aperte la dovevano ai cittadini - spiega il presidente Sogin, Marco Ricotti - è giusto che possano toccare con mano quanto facciamo per gestire i rifiuti».  

«Confido nella scienza - osserva una visitatrice milanese, Cristina Mondin - mi sembra lavorino con professionalità». «Avremmo voluto visitare la centrale di Caorso ma i posti erano esauriti - commenta Ambrogio Oliva, di Saronno, con i figli Federico e Gabriele - così siamo venuti a vedere il deposito, per capire come funzionerà». «Mi interessa da sempre l’argomento - sorride il signor Renzo Fabbri di Torino mentre si accredita con la figlia Tiziana - e volevo imparare qualcosa». «D’altronde le scorie ormai le abbiamo - gli fa eco la signora Fabrizia Sartorio - sono il risultato del tipo di vita che abbiamo scelto. L’importante è che siano trattate in sicurezza».  

In un gruppo, un uomo chiede spiegazioni sul perché «si spendano tanti soldi per costruire un deposito che si dice sarà temporaneo, e che costringerà poi a spostare i rifiuti cementati», quando (e soprattutto se, sottolinea chi contesta il progetto), si individuerà il sito nazionale definitivo. «E’ l’unica possibilità - assicura Gili - e prima lo facciamo meglio è». 

martedì 2 maggio 2017

Spetegules del dopo primarie PD. L'Orlando è furioso



Non c'è elezione che non si porti dietro una scia chimica di retroscena e pettegolezzi. Figurarsi le primarie del PD appena chiuse. Il sito sulfureo di Roberto D'Agostino, Dagospia, ha collezionato un bel repertorio, ispirandosi ai retroscena apparsi sul Corriere della Sera.

Da Dagospia


Meno, molto meno di due milioni di votanti. Meno anche del milione e 848 mila dei dati ufficiali. E poi i dati: quella di Matteo Renzi è stato sì un’incoronazione, ma con una percentuale minore a quella diffusa ufficialmente. Nel day after delle primarie del Partito democratico c’è anche una coda polemica che potrebbe impensierire i piani alti del Nazareno. Di proteste formali per il momento non ce ne sono, ma dal fronte che ha sostenuto la candidatura di Andrea Orlando continua a trapelare nervosismo. Il motivo?  Il modo in cui i vertici renziani del partito hanno gestito il flusso e la comunicazione dei dati.

A raccontarlo è un retroscena pubblicato dal Corriere della Sera: per gli orlandiani l’affluenza sarebbe molto inferiore ai due milioni di elettori subito festeggiati dal fronte renziano come un successo dell’ex premier. Non ci sono numeri ufficiali ma per i sostenitori del guardasigilli alle primarie si sarebbero recati tra “il milione e 600 mila e il milione e 800 mila elettori”: e dunque una cifra inferiore anche al milione e 848.658, poi comunicato come dato ufficiale.

Per arrivare a quella cifra, fanno sapere sempre dal fronte orlandiano, ci sarebbe stato una sorta di “accordo tra le parti” a livello locale e quindi nazionale. Una sorta di controprova sarebbe rappresentata dall’affluenza che è colata a picco nelle regioni storicamente rosse. In Toscana, per esempio, si è superata di poco quota 210mila, mentre nel 2013 si era toccata la soglia dei 393mila. L’Emilia Romagna – dove il governatore Pd era stato eletto con la deprimente affluenza del 35% – fu una delle zone in cui Renzi aveva fatto il pieno già nel 2013 e il calo è del tutto analogo alla Toscana: si è passati dai 405mila elettori delle primarie 2013 ai 216mila di domenica scorsa.

Poi c’è la questione delle percentuali. Già nel tardo pomeriggio dell’uno maggio – e quindi 24 ore dopo la chiusura dei saggi – dal comitato Orlando avevano diffuso dati diversi rispetto a quelli ufficiali pubblicati nello stesso momento sul sito del partito: Renzi sarebbe al 68%, e non quindi al 70, il guardasigilli al 22,2%, e  non al 19,5,  Michele Emiliano al 9,8%, e non al 10,5. A confrontare i numeri, dunque, per i sostenitori del ministro ci sarebbe stato un “ritocchino al rialzo” nella percentuale riconosciuta al vecchio-nuovo segretario, mentre Orlando è stato inchiodato sotto la soglia psicologica del 20%.

“I dati comunicati dall’organizzazione Pd sono ufficiosi e non ufficiali. È infatti in corso in queste ore la verifica di tutti i verbali. Nell’attesa del responso della commissione congressuale e della certificazione del voto, siamo in grado di poter affermare che la mozione Orlando ha ottenuto un risultato superiore al 22 % e che il lavoro messo in campo in questi mesi, che ha visto il coinvolgimento di tanti elettori e militanti del Pd e del centrosinistra, continuerà con lo stesso spirito e lo stesso entusiasmo di questa campagna congressuale”, aveva dichiarato Marco Saracino, portavoce del Comitato del ministro della giustizia, già nel primo pomeriggio di ieri.

”Hanno voluto a tutti i costi che Renzi fosse sopra al 70 e per ottenere questo numero hanno tolto qualcosa agli altri candidati”, continuano a lamentarsi dal comitato di Orlando. Da dove non è ancora giunta alcuna protesta ufficiale. Domani, però, è prevista la riunione nazionale per il congresso.