martedì 25 aprile 2017

Viva il 25 aprile (bravo Sindaco ma togliti quel cappello)

Bravo il Sindaco Greppi, ha organizzato una degna celebrazione del 25 aprile. E che bello sia andato a rendere omaggio alla targa che ricorda Steiner, salvatore di tanti crescentinesi e non durante la Resistenza. 
Un unico appunto: ma quando deciderà, lui e tutti gli altri, di togliersi il cappello da alpino durante questo genere di manifestazioni? Non c'entra, non c'entra... 

domenica 23 aprile 2017

Lampedusa: Il Pd Locale molla la sindaca Nicolini




Uno dei personaggi più popolari della scena amministrativa italiana è la sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini: perfino Obama l'ha invitata all'ultima cena alla Casa Bianca, con altri nomi simbolici per la sua visione del mondo. E' stata proposta per il Nobel della pace, per la sua politica di accoglienza e garanzia dei disperati che arrivano sui barconi, si è occupata dei drammatici casi di bambini che vengono mandati soli... però però:  durante la trasmissione Gazebo su Rai Tre l'altra sera, ha annunciato di ricandidarsi alle elezioni con una lista civica, e quindi di non correre con il Partito Democratico.
Sembrerebbe una follia, per una donna che ha così ben lavorato nella sua isola magica, dal mare bellissimo, il cui nome è ora conosciuto in tutto il mondo per motivi tutti diversi dal turismo.
Infatti si sono fatte sentire le prime voci da parte di alcuni esponenti del Pd: «Pur rispettando l’autonomia delle organizzazioni territoriali del Partito Democratico, considero veramente singolare che il Pd locale non abbia già deciso da tempo che Giusi Nicolini sia la nostra candidata a sindaco a Lampedusa» ha detto Gennaro Migliore del coordinamento nazionale della mozione Renzi. 
«Considero improbabile che una delle figure più prestigiose a livello mondiale nella lotta per i diritti di donne, uomini e bambini non riceva il pieno e convinto sostegno di tutto il Partito Democratico. Tutti noi siamo orgogliosi del lavoro svolto da una donna e da un’amministratrice che da un avamposto dell’Europa ha saputo tracciarne la autentica vocazione contro ogni muro e chiusura. Oggi più che mai - ha concluso Migliore - Giusi Nicolini è la nostra sindaca». 
Ma Giusi conosce i suoi polli. E in tv ha spiegato: “il Pd è spaccato a Lampedusa, avrà un suo candidato. In questo momento ci sono quattro candidati: io, l’ex senatrice leghista Angela Maraventano, un ragazzo di destra che ora è 5 stelle e questo qui che è Pd”. "Questo qui" è l'ex sindaco Martello, che viene ricandidato dal PD locale. 
Vi dice qualcosa questo sfasamento? 

venerdì 21 aprile 2017

Visite agli impianti nucleari il 6/7 maggio

Purtroppo me ne sono accorta tardi, e tardi ne hanno dato notizia i quotidiani. Le iscrizioni infatti si sono chiuse il 20 aprile. Quello che segue è un annuncio pubblicato da Repubblica che racconta come sarà possibile visitare il 6 e 7 maggio gli impianti nucleari italiani, che sono stati un "vanto" della nostra zona. Conto che ne sia stata data notizia attraverso i Comuni: per noi, che siamo "di casa", sarebbe una esperienza da non perdere. 



LE CENTRALI nucleari italiane riaprono le porte ai cittadini. Sabato 6 e domenica 7 maggio si terrà infatti la seconda edizione di "Open Gate", l'iniziativa con cui Sogin (Società Gestione Impianti Nucleari) offre l'opportunità al pubblico di visitare gli impianti nucleari italiani in fase di smantellamento. La prima edizione si era svolta nel 2015

Come nella precedente edizione, l'iniziativa coinvolge le centrali nucleari di Trino Vercellese, che detenne il record mondiale di funzionamento ininterrotto a piena potenza, Caorso (Piacenza), la più grande centrale italiana, Latina, la prima a entrare in attività nel 1963, e Garigliano (Caserta). La novità di quest'anno è la possibilità di visitare l'impianto Eurex di Saluggia (Vercelli), destinato in passato alla ricerca sul riprocessamento del combustibile irraggiato. 
Le visite dureranno circa due ore e saranno guidate dai tecnici Sogin, che racconteranno la storia degli impianti e descriveranno le modalità e le tecnologie adottate per smantellare in sicurezza le centrali nucleari e gestire i rifiuti radioattivi. Per i siti di Saluggia, Trino, Caorso e Garigliano sono previsti due tipi di percorso, in "zona controllata" e "zona non controllata". La "zona controllata" è un ambiente in cui l'accesso, per motivi di protezione dalle radiazioni ionizzanti, è regolamentato da procedure specifiche ed è vietato ai minori, mentre nella "zona non controllata" possono accedere, se accompagnati, anche i bambini dai sei anni in su. Nella sola centrale di Latina è programmato un unico percorso in "zona non controllata". Inoltre, sempre a Latina, le due giornate saranno anticipate da una visita didattica di circa 200 alunni del territorio pontino.

Per partecipare è necessario iscriversi sul sito internet www.sogin.it entro giovedì 20 aprile. 

È possibile prenotarsi a una sola giornata e per un solo percorso di visita, scegliendo uno tra i diversi turni programmati dalla mattina fino al tardo pomeriggio. Potranno essere accolti complessivamente 3.240 visitatori: 320 a Saluggia, 800 a Trino, 760 a Caorso, 640 a Latina e 720 al Garigliano.




































domenica 16 aprile 2017

Buona Pasqua a tutti




Buona Pasqua a tutti i Crescentinesi, con la speranza di poter presto ammirare anche l'interno della Resurrezione

venerdì 14 aprile 2017

Quel 25 aprile proibito a Crescentino

Solo una annotazione di grande tristezza, nel ricordarsi che il 25 Aprile, festa nazionale italiana, di questi tempi nel nostro Paesello sembra proprio non venire considerato. 
Annullato e sostituito? 
Dalle 9 del mattino al Parco Tournon è annunciata una lieta mostramercato florovivaistica, con allegato "mercatino enogastronomico e hobbistico". 
Bravi, bravi. Una bella idea.
Viva la Resistenza.  
(e comunque oggi 19 aprile vedo il manifesto del Comune e me ne congratulo: forza ragazzi, ce la farete)))

martedì 11 aprile 2017

Giovanni Mongiano, eroe dei nostri giorni

L'attore, e direttore del Teatro Lieve a Fontanetto, in scena a Gallarate per un’ora e 25 minuti davanti alla platea vuota: “L’ho fatto per me e per il teatro”. 

Dalle nostre parti può non rivelarsi una grande sorpresa, ma le passioni di Giovanni Mongiano, 66 anni, già libraio in Crescentino, diplomato allo Stabile, già attore per Sbragia e Bresson, sono queste. E lui ha seguito la propria passione, è andato avanti. 
Sempre dalle nostre parti, comunque, il tener duro è un requisito indispensabile alla sopravvivenza, diciamocelo fra noi almeno. 
Ma queste sue ultime gesta non sono rimaste sconosciute al mondo.

Oggi Gramellini ne parla in prima pagina sul Corriere della Sera, e ne parla Alberto Mattioli su La Stampa, cominciando così:

"Per imperscrutabili ragioni, si dice che un teatro «fa forno» se gli spettatori in sala sono pochi. Sabato sera, il Teatro del Popolo di Gallarate era un forno per la pizza, un forno industriale, un forno al quadrato. Perché in platea, aspettando che si alzasse il sipario su Improvvisazioni di un attore che legge di e con Giovanni Mongiano, di spettatori non ce n’era nemmeno uno. Zero pubblico, vuoto completo, totale, assoluto. Super-mega-maxi-forno. Capita, si dirà. 
Ma non era mai capitato quel che è successo dopo. Mongiano, invece di annullare la rappresentazione e andarsene a casa, l'ha fatta, nonostante tutto e tutti. E ha recitato il suo testo, un'ora e 20 minuti di monologo, davanti a una platea che nel frattempo si era "riempita" con due-spettatori-due, la cassiera e il tecnico di palcoscenico. "E' stato in impulso irresistibile, una questione di rispetto per me stesso e per il teatro", racconta. 
Evvai Giovanni, siamo tutti con te. Do it again


domenica 9 aprile 2017

"pulire a finli politici", l'ultima gag del vice Speranza

E niente, non gli va proprio giù nessuno al Vicesindaco Speranza, che non sia della sua parte. Dopo aver fatto l'uomo-panino sulla questione migranti, ha visto con raccapriccio due parti "nemiche" - i migranti medesimi e qualche sopravvissuto di Centro-Sinistra - coalizzarsi per fare un'azione virtuosa non a proprio tornaconto (come a lui magari sembrerebbe naturale) ma per la città e i suoi dintorni. 
E chissà se c'era anche qualche calabrese, nel volenteroso gruppetto, da mandare a benedire. 
Comunque, dice lui Speranza, non dovevano: come si permettono di pulire? E perché pulivano? "Mi permetto di dirlo, questo tipo di raccolta non è avvenuta per un fine ambientale bensì per scopi politici".
Ah si? 
Pensa te. Vivere in un luogo pulito, con dintorni puliti, è uno scopo politico.
Tutto sommato è vero, a pensarci bene. Una città pulita è un diritto di ogni cittadino che paghi le tasse. 
Allora ci si guarda intorno, si sospira, e si attende che a Crescentino ritorni la politica (con comodo, per carità).

venerdì 7 aprile 2017

I doppiogiochisti, Calderoli, il PD (e Tasso, e Allegranza...)

La sapete, no, quella della presidenza della Commissione degli Affari Costituzionali? Il dentista Calderoli ha candidamente raccontato a chiunque di essere stato l'artefice del ribaltone che ha portato alla prestigiosa carica l'alfaniano (ormai ex alfaniano, anzi) Torrisi: "Ho lavorato sia su Maggioranza che Opposizione, ma anche su Sinistra Italiana e 5Stelle".
Il candidato originario, si ricorderà, era il piddino Giorgio Pagliari: il candidato di Renzi, il quale poi ha utilizzato l'episodio per dimostrare che ormai non esiste altra possibilità che andare alle urne in autunno. Peccato che Mattarella non ne voglia sapere, e che non abbia nemmeno aperto la porta a Orfini che voleva scavare un varco alla possibilità. Niente elezioni, niente da fare.
Torrisi l'hanno votato un sacco di Dem, tra l'altro, e non si dimetterà manco morto. 
Anche questo episodio - che ha riempito le cronache prima dell'orribile attentato di Stoccolma e dei venti di guerra che scuotono Russia, America e anche tutti noi che non contiamo un tubo - la dice lunga sullo sfilacciamento della politica e sull'urgenza (con una legge, beninteso, che ancora non c'è) di andare alle urne.

Sul doppio gioco si è costruito molto terreno politico, nel grande ma anche nel piccolo: Fiorenzo Tasso che andava dal notaio con l'opposizione per mandare a casa Greppi nel 2008, Allegranza che aspettava che partissi per Sanremo per scrivere a tutti i giornali quanto incapace io fossi... così va quel mondo, e che sollievo esserne lontani. 

Come diceva giustamente Greppi a Mauro Novo: ditecelo in faccia,  così non sprechiamo tempo. seeeeeee
Bisogna avere il pelo sullo stomaco, per vivere agevolmente in quegli ambienti. Non dico che tutti siano privi di senso etico: ma quello non basta e da certe parti fa ridere i polli. Di Berlinguer ne nasce uno ogni 100 anni. Adesso, non ne vedo in giro (né di qua, né di là, né sul grande né sul piccolo). 
Povero PD, che voleva essere un grande partito democratico ed è finito a farsi maneggiare da Calderoli (complice il malcontento verso il vincitore annunciato delle primarie Renzi). 







martedì 4 aprile 2017

Grazie degli auguri

Ieri 3 aprile ho compiuto 70 anni. Essendo i miei genitori morti giovani (entrambi lo stesso anno, papà d'infarto e mamma di cancro, lui 56 e lei 49) un po' stupita lo sono, di essere ancora viva malgrado uno stile di vita non proprio rilassato, e ho dunque festeggiato in questi giorni, in tutti i luoghi e in tutti i laghi. 
Quando il 3 era ormai finito è arrivato (via blog di Mauro Novo) il regalo del sindaco Greppi, gli auguri e la maliziosa attribuzione di "vecchietta" (nella quale non vedo, da parte sua, un colore di simpatia). Già, mi debbo abituare anche a questo, nel frattempo auguro pure a lui di diventare "vecchietto", che vuol sempre dire (non scordarselo mai) non morire giovani.
La vita (come dice il film di Benigni) è bella, anche nei suoi anfratti più difficili e misteriosi, anche con le rabbie e le impotenze. Di questo la vita è fatta, soprattutto. Io sono stata molto fortunata, anche in mezzo a grandi dolori e a preoccupazioni che sono tornate a farsi vive. 
Partendo dal Bar della Stazione, ho potuto studiare, girare il mondo, incontrare gente interessantissima (da Paul McCartney ad Allegranza, da Bono degli U2 al consigliere Mosca, da Madonna a Greppi che ho avuto l'onore di vedere sempre all'opposizione) e sposare un uomo meraviglioso. 
Ho avuto anche l'onore di essere per due volte sindaca della mia città, la prima donna della storia del nostro amato Paese: due volte brevi, per mia scelta sempre, di un solo mandato. Sono fiera di essere stata rieletta a distanza di dieci anni. 
Dico questo perché giova ricordare che non mi sono seduta da sola in Piazza Caretto, mi hanno votata. In tanti tendono a dimenticarlo. 
E non voglio questa volta mettermi lì a spulciare tutte le piccole e grandi cattiverie delle quali il discorso di Greppi è intessuto: ho già visto il primo commento da Mauro: 
"Greppi porti pazienza ma...
Negli ultimi 18 anni lei è stato sindaco per 13 e adesso tutti i mali di crescentino sono colpa della venegoni.
Pensa te se mi tocca anche difendere la venegoni....dove siamo finiti :-)

 Detto  da uno che si firma TG4, dunque berlusconista, mi sembra possa bastare. 
Diverse sono le nostre culture, le frequentazioni, gli studi, i viaggi, la vita, le abitudini. Normale che abbiamo idee diverse, modi diversi di fare.

La nostra piccola storia dirà invece chi aveva torto o ragione, chi ha lasciato un segno per la città e chi meno. Ognuno si può guardare intorno e dare il proprio giudizio.
Una cosa sola, infine. Il vero orgoglio, per me, è che mai nessuno ha potuto pensare che abbia agito per interesse personale. Non ho fatto assumere figli, non ho ambìto a posizioni politiche superiori (mi è stato proposto, ma trovo noiosissimi questi mezzi livelli di potere per i quali c'è gente che si sbrana), non ho case da ristrutturare né aziende da difendere. Sono una persona libera e ringrazio Dio per questo. 
 Grazie degli auguri, a tutti quelli che me li hanno fatti. 


sabato 1 aprile 2017

Congresso PD, lite Renzi-Orlando. D'Alema: Renzi perderà le politiche


Non sono tutte rose e fiori sui partiti, e non è che nel PD vada diversamente. I dati su voti e partecipazione degli iscritti vengono contestati, il Guardasigilli dice "Stop alle anomalie" e si ritira da qualche convention.
No buono.
Così ci racconta la vicenda amara di questi giorni Giovanna Casadio su "La Repubblica" di oggi. 
Come finirà?


«Di questo passo dovremo chiedere una ulteriore verifica dell' anagrafe degli iscritti del Pd». Attacca Andrea Martella, coordinatore della mozione del ministro Guardasigilli Andrea Orlando al congresso dem. «La commissione del congresso ha già certificato il tesseramento».
Replicano dal Nazareno, sede del Pd. Ma è uno scontro a colpi di cifre tra Orlando e il segretario uscente Renzi. Mentre arrivano ricorsi: giovedì ce n' erano un' altra decina sul tavolo della commissione per il congresso.


Orlando quindi ha deciso di sfilarsi dai congressi nei circoli di Crotone, Cassino nel frusinate, Barletta in Puglia, Pompei, Scampia, Castellammare di Stabia, San Carlo all' Arena, Quarto nel napoletano e nel circolo romano "Ambiente e salute". Non ci vede chiaro il ministro. Dice: «Il rispetto delle regole è inderogabile».

E sta valutando se dare forfait anche a Reggio Calabria. Mentre i suoi supporter denunciano caso per caso: «A Cassino registriamo un tesseramento con numeri ingiustificati che ha avuto come conseguenza le dimissioni del commissario di circolo. A Castellammare, Pompei e Quarto non esistono le condizioni minime per tenere i congressi, così come nei quartieri di Scampia e San Carlo, quest' ultimo finito sotto i riflettori per un tesseramento più che anomalo...».

Mancano 48 ore e 4 mila circoli alla chiusura domani sera del primo atto del congresso dem, quello che si tiene tra gli iscritti al partito e che dovrebbe servire a "scremare" i candidati che si sfideranno alle primarie del 30 aprile. Non più di tre e che abbiano raggiunto almeno il 5% . Questa volta gli sfidanti del Pd sono solo tre. Però Michele Emiliano, il governatore della Puglia, arranca nei circoli al 3,70 per cento. Dato accolto con ironia dall' outsider Emiliano: «Abbiamo voluto creare un po' di pathos, lo scopo è questo. Ma la soglia del 5% dovrebbe già essere stata superata». I dati divergono. Orlando pubblica quelli di 1.400 circoli sui 6.324 e conteggia: Renzi al 64,6%; Orlando al 30,4% e Emiliano al 5%. 

Renzi ne fornisce di diversi su 2000 circoli: l' ex segretario sarebbe stabilmente in testa con il 69,18%; Orlando al 27% e Emiliano al 3,7%. Passano poche ore e dal quartier generale di Emiliano sono diffusi altri numeri: su 55 mila 428 voti validi tra gli iscritti (che sono 420 mila) Emiliano ha già il 5,6% (Orlando il 26,9% e Renzi il 67,5).Francesco Boccia parla di «valanga che arriverà dal Sud nelle prossime ore». Ed è scontro anche sull' affluenza: sfiora il 60% per Renzi, solo un iscritto su due (il 54%) per Orlando vota. Numeri bassi, anzi irrilevanti per Massimo D' Alema, uscito dal Pd e ora tra i leader di Mdp. Che stronca: «Sono numeri davvero modesti, alla fine se andranno a votare in 200 mila sarà un grande risultato».

Danno la misura, per D'Alema, di quello che sta accadendo, cioé di un Pd diventato solo PdR, partito renziano. Ma soprattutto lasciano «prevedere una sconfitta perché il Pd tende a perdere una quota crescente del suo elettorato tradizionale e non ne conquista di nuovo, in particolare tra i giovani dove è più clamoroso il fallimento del renzismo». Spiega il lìder Massimo che non ha quindi nessun rimpianto per avere lasciato i Dem: «L' unico vero trauma della mia vita è stato quando non sono più stato iscritto al Pci».



giovedì 30 marzo 2017

Battutona



Almeno un sorriso su tutto il magma in piedi con il congresso del PD. Il sito satirico Lercio.it, titolare di alcune delle risate che il web sa suscitare, ha sfornato la seguente battuta:
"(Bersani & C) vorrebbero un  bradiPD, che consuma stancamente i suoi riti tra le lungaggini della vecchia politica. ..
Noi organizzeremo un APERICONGRESSO!"

Renzi spinto dai sondaggi e dal voto PD costruisce il proprio futuro


Delle "nomination" (come si direbbe per gli Oscar) nel PD di Crescentino ormai sapete tutto. 15 voti sono andati a Renzi, 4 a Orlando e per Emiliano zero virgola zero zero. Le sorti di Renzi, vi avevamo giù raccontato, trapelano dai voti in arrivo da tutta Italia e gli fanno intravvedere un futuro roseo.
L'uomo, ovviamente, fa piani per questo futuro. Primo, tirar su il morale all'Italia. E i giornalisti che sono noti ficcanaso (è il loro lavoro) ma spesso ci beccano, divulgano progetti future che forse è meglio conoscere anche per noi del popolo. 
Qui, un'anticipazione di Carlo Bertini, pubblicata su La Stampa di ieri, sulle probabili mosse future del cosiddetto Ducetto di Rignano. 




La tattica del logoramento dei nemici 
La tattica del logoramento di tutti i nemici sparsi dentro e fuori i palazzi ancora non è dispiegata a pieno, ma di qui a un mese andrà a regime: se Renzi riprenderà in mano il Pd, rilegittimato dalle primarie a dare le carte magari con un risultato tondo del 60%, questa strategia toccherà il suo apice. Ridotta all' osso suona così: o il governo riuscirà a servire sul piatto degli italiani una manovra d' autunno espansiva senza lacrime e sangue, o si potrebbe andare a votare il 24 settembre in tandem con la Germania.

Per non fare la fine di Bersani

Per non essere logorato come capitò a Bersani col governo Monti, Renzi mette in conto pure di rovesciare il tavolo. E fa filtrare dunque la minaccia di voto anticipato che allarma tutti i palazzi romani. Nei canali di trattativa tra i ministri più «politici» del Pd e Padoan; così come nella dialettica tra capigruppo e governo, il nodo di come allargare i cordoni senza tasse e tagli ai servizi è il rebus che preoccupa tutti. E Renzi fa sapere quale sia la posta in gioco. Confermata indirettamente dal suo portavoce Michele Anzaldi: «È doveroso e giusto per il Pd combattere fino all' ultimo perché la manovra sia la meno gravosa possibile, specie per certe fasce sociali».
Perfino un personaggio felpato come Paolo Gentiloni, ben consapevole del punto di caduta, si spinge oltre e indica la rotta quando dice che ad aprile il governo farà un decreto correttivo dei conti «ma anche di crescita». Segnale chiaro della direzione che si vuole imboccare pure il suo richiamo alla «flessibilità, necessaria in un' Europa in cui la crescita va incoraggiata e non depressa».


La campagna per l'ottimismo

Il tema tiene banco negli incontri mattutini che il leader Pd ha con i parlamentari del cerchio stretto, che condividono la linea dura: «Di certo non è pensabile una manovra lacrime e sangue, votata da noi in Parlamento, che resterebbe agli atti come la manovra del Pd», taglia corto il senatore Andrea Marcucci. Senza spingersi oltre. Ma pure nei discorsi delle colombe del renzismo, la soluzione del rebus di come costruire una finanziaria da cavalcare in campagna elettorale affiora senza remore: non è più un tabù il numero perfetto, quel 3% che costituisce il limite di deficit in rapporto al Pil in base ai trattati Ue. «Sforare il 3% no, ma sfiorarlo perché no?», è il nuovo slogan. Basato sulla convinzione che la nuova forza propulsiva che avrà il loro leader potrà dare la giusta energia al governo per osare.

"I militanti votano Renzi più che nel '13"

Del resto, in Transatlantico sui volti dei renziani è rispuntato il sorriso da quando i sondaggi fotografano una vittoria netta tra gli iscritti Pd: «Un fenomeno che va avanti contro le nostre stesse previsioni: i militanti votano Renzi in misura maggiore del 2013». Una sorta di mutazione genetica del partito, perché si vede che «oggi il popolo della "ditta" riconosce Matteo come l' uomo che garantisce di più». Dunque la tesi è che dal 30 aprile Renzi tornerà ad avere voce in capitolo per dettare la posizione dei suoi gruppi parlamentari su ogni fronte, primo tra tutti sul profilo della manovra di ottobre.

E gli scenari distillati dai renziani sono due: o si riesce a piegare la resistenza di Padoan a fare una manovra espansiva, «anche a costo di beccarsi una procedura d' infrazione»; o si tenta l' ipotesi (disperata) di un incidente parlamentare e del ricorso a elezioni anticipate.

domenica 26 marzo 2017

Renzi al 65%, Orlando 32%, Emiliano 1,8 per cento

Secondo i dati forniti stamattina in un articolo di Repubblica, l'ex ducetto di Rignano come lo chiama Dagospia, Matteo Renzi, nel 5 per cento dei Circoli che hanno votato (296 su 6.324), ha ottenuto il 65,5 per cento dei voti, contro il 32,7 per cento di Orlando e il solo 1,8 di Emiliano, il più legato alla vecchia tradizione del PD e anche titolare di un repentino dietro-front rispetto alla decisione di Bersani D'Alema e C di staccare la spina e andare per conto loro nel Mdp. 
I lavori vanno a rilento. Il 28 toccherà, nel suo piccolo, al PD di Crescentino.
Renzi sta intanto girando l'Emilia-Romagna a fare proseliti, sempre secondo Repubblica, mentre il congresso è in corso.  A Modena in un discorso è andato all'attacco degli scissionisti: "Chi perde nel partito non può staccare tutto e andare via, perché così sta uccidendo la democrazia interna. Non è che per andare a inseguire tre poltrone, che neppure avranno, si mette insieme una presunta scissione che finisce per rafforzare Grillo", ha detto. 
Si è dimenticato di pensare che a forza di prendere la gente a pugni in faccia come ha fatto lui, invece di cercare un minimo di dialogo, anche Renzi ha avuto la sua parte di colpa nella scissione. Non dico D'Alema, con il quale almeno se le sono cantate alla pari, ma per costringere Bersani ad andare via dalla "ditta" deve avere davvero esagerato con lui. Brutta cosa per un politico.  
Allo stato attuale, i tesserati DEM sono 420 mila, ma vista la lentezza dei lavori si presume che a votare andrà sì e no la metà, sempre secondo il giornale romano.
Emiliano è convinto di poter recuperare al Sud, e il suo consigliere Boccia ha spiegato che per esempio a Spoltore in provincia di Pescara il big magistrato in aspettativa e Governatore della Puglia ha avuto il 59 per cento dei voti contro il 33 di Renzi e l'8 per cento di Orlando. A sua volta il coordinatore della mozione Orlando, Andrea Martella, ha precisato che finora il suo leader ha vinto in 90 circoli.
C'è vittoria per tutti. Per ora. 
Prossimo passo: il 9 aprile a Roma la Convenzione degli iscritti vaglierà i requisiti degli sfidanti e assegnerà a ciascuno i numeri.




domenica 19 marzo 2017

Gli ospiti che ripuliscono la Città e il caso Arlotta


Ai tempi del mio mandato ci fu "Dal dire al fare", con quel bel gruppo di Crescentinesi che avevano iniziato la nobile attività di passare a raccogliere la sporcizia che i maleducati locali o di passaggio abbandonavano per terra, dovunque. Di quel gruppo faceva parte Maurizio Novella, che non a caso ha ripreso ora l'iniziativa con alcuni dei compagni di strada di un tempo, per lo più di area di centro-sinistra (ma perché la destra queste cose non le fa?) però anche con nuovi volti, quelli che Berlusconi definirebbe "abbronzati" e che da qualche tempo fanno parte della nostra comunità, provenienti da Paesi in guerra, rifugiati e migranti.
Accolti all'inizio malamente, a muso duro e con rampogne terrificanti, oggetto della pubblicità-progresso del vicesindaco/panino e di volantini distribuiti anche in Comune, questi ragazzi si stanno via via rivelando collaborativi. Mostrano di non cercare altro che una vita e un'attività pacifiche e dignitose, dopo tanta sofferenza. 
Dapprima fu una partitella a calcio, con la decisione della Crescentinese di dar loro una mano. Ora, grazie a Novella e C., una mano la danno loro al nostro Paese, pulendo quel che noi sporchiamo. Sarebbe d'uopo un "grazie" di quello stesso vicesindaco, che "forse" ha sbagliato, da ex immigrante, a prendersela con i nuovi immigrati.
E sempre grazie a Novella e ai Crescentinesi che hanno voluto ricominciare la loro virtuosa attività: inglobare questi ragazzi è un gesto di sana umanità.

Ma mentre scrivevo queste righe, ho buttato un occhio su "Sei di Crescentino se" e ci ho trovato una pensosa riflessione registrata dell'Assessore alla Cultura, con sottofondo musicale (mi pare) della nigeriana Sade, dove senza nominarmi mi definiva Cleopatra, e vabbé bontà sua. Se la deve essere presa per il post nel quale parlavo del deserto culturale che affligge il nostro amato Paesello, e avanti Savoia. Ci sono parecchi errori nella sua esposizione (la multa per vetri non rinnovati di una scuola non è stata pagata dalla cittadinanza ma da una assicurazione) ma poi c'è tutto il resto che mi viene rimproverato dagli avversari, dalla CH4 che consente oggi alle scuole di stare al caldo, fino al Chico Bum. Giusto, dal suo punto di vista. 
Però non è che con una conferenza di Magdi Allam uno possa dichiarare esaurita l'esigenza di vita socio/culturale in un mandato di 5 anni. Le attività di dibattito o discussione o di ascolto o di arte poesia teatro e quant'altro sono il terreno sul quale si costruisce, con continuità, una maggiore conoscenza nella comunità.
Ci vuole fantasia, letture, curiosità, per riempire di riflessioni i cittadini di questo nostro mondo che cambia. 
Provi per esempio a chiamare qualcuno di questi ragazzi che hanno ripulito il paese, faccia raccontare delle loro patrie e delle loro traversie. Sarebbe una bellissima esperienza etnico-geografica a costo zero.

lunedì 13 marzo 2017

Il mite Pisapia che spiazza l'uomo solo al comando

Uno spazio è stato dedicato sui giornali di ieri, grondanti Renzi, anche a un uomo che pare il suo esatto opposto. Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano, avvocato, sta girando l'Italia con una proposta per l'intero Centro-Sinistra: così di buon senso, così ovvia, che stenta ad essere ascoltata da coloro che preferiscono le urla e le litigate buone per i Social e le tv.
Il Corriere della Sera, sempre ieri, ha pubblicato una cronaca chiara dell'incontro di Pisapia con il pubblico a Roma, a firma di Virginia Piccolillo. Ve la propongo per farvi un'idea più ampia (sempre se ne avete voglia))). 

«Una proposta vale molto di più di un urlo sguaiato». Debutta sul palco di un teatro Brancaccio pieno ben oltre i 1.500 posti d’ordinanza. Evidenzia con garbo tutte le contraddizioni aperte a sinistra dall’era Renzi. Ma assicura: «Si può ancora pensare che le differenze siano una ricchezza. Valorizziamo ciò che ci unisce e discutiamo per trovare un punto di incontro. Con un linguaggio tranquillo. Che bisogno c’è di gridarci dietro traditori?». Eccolo Giuliano Pisapia. Penalista, scrittore, difensore dei diritti civili, ex deputato di Rifondazione comunista, e sindaco di Milano. 
Aveva detto che avrebbe smesso con la politica. Ma non ce l’ha fatta. «Volevo andare in India, invece ho fatto un viaggio in Italia e ho trovato associazioni che si impegnano, giovani che tentano di risolvere le cose». E così lancia un movimento nuovo. Non «scendo in campo», garantisce. Ma in quel campo «aperto» si mette «a disposizione» per nuove prove tecniche di centrosinistra. Lo chiama proprio così, «Campo progressista», ma, assicura, non è un partito. È una «casa comune», dove far reincontrare tutti. Da Nicola Zingaretti a Laura Boldrini, presenti assieme a Roberto Speranza, Vittorio Prodi, Maurizio Landini, Nicola Fratoianni di Sinistra Italiana. E Matteo Renzi? È freddina la platea quando Pisapia lo evoca, dicendo che si può riuscire a dialogare «riconoscendo errori e cose belle del passato». Ma lui va avanti, convinto che «solo se si marcia uniti si vince. Divisi si regala il Paese alla destra e al populismo». 



Nessuna polemica con il Lingotto

L’applauso esplode, rumoroso, invece, quando Pisapia sottolinea che «serve una netta e forte discontinuità con gli ultimi anni». E, precisando di non voler far polemica nel giorno del Lingotto, rincara: «Se ci si è accorti di avere sbagliato occorre una svolta». «Il confronto aiuta a cercare soluzioni - manda a dire a Renzi - ma dobbiamo sapere da subito se vogliamo costruire un nuovo centrosinistra o appoggiarsi ancora alla destra e a Verdini». Il suo non sarà un ennesimo partitino. Non si presenterà alle elezioni, assicura. Ma fare da «lievito» al centrosinistra. Un aggregatore. Un movimento che viene dal basso, dall’associazionismo, dal volontariato, dall’ecologismo. E ha un unico confine: i valori. Quindi «no» alla «persona sola al comando». «No» ai «nominati in Parlamento: sono i cittadini che devono scegliere chi li rappresenta». «Sì» invece alla all’impegno per leggi sullo «ius soli», sul «fine vita», sull’introduzione del reato di tortura. Sui voucher, dice, «c’è stato un abuso vergognoso, ma se non si trova un accordo serve un decreto, altrimenti la parola va data ai cittadini». La mano è tesa. E dal Lingotto Maurizio Martina, che corre in ticket con Renzi, non chiude la porta: «Siamo interessati a un centrosinistra aperto». 

domenica 12 marzo 2017

Renzi e i suoi muscoli, dopo il Lingotto/Leopolda



Chissà quanti avranno avuto il tempo (o la voglia) di seguire i lavori della convention renziana al Lingotto di Torino. Per chi ne voglia capire di più, per farsi una propria idea, ho pensato di riproporre un'analisi di Massimo Giannini (che qualcuno avrà visto l'anno scorso condurre "Ballarò", e poi non più) apparsa domenica mattina 12 marzo sulla prima pagina di Repubblica.



IL LINGOTTO è una bella idea. Peccato che la "ripartenza" si fermi alla solita stazione: la Leopolda. In questa tre giorni di rifondazione di una leadership, Renzi si presenta "commosso" al suo popolo, ma con i soliti "muscoli del capitano" sulla solita nave che De Gregori cantava vent'anni fa: fulmine, torpedine, miccia, fosforo e fantasia. Era il Titanic, e sappiamo come andò a finire. Non è detto che per questo "Renzi reloaded" vada allo stesso modo. Anzi, è probabile che rivinca le primarie (anche se è più difficile che poi vinca le elezioni).


Ma non c'è molto di nuovo, nel leader che prova a rimettere in moto il Pd nel luogo dove tutto è cominciato, dieci anni fa. Le suggestioni lessicali, dal partito pesante al partito pensante. Le citazioni culturali, da George Orwell a Olof Palme. Certo, finalmente si è sentito risuonare più volte il pronome "noi", e non il pronome "io". Ed è un bene. Il rammarico è che se questa dimensione collettiva e inclusiva fosse emersa prima, forse, il partito si sarebbe risparmiato la scissione.

Ma al di là di questo, nel "nuovo" Renzi della convention torinese manca ancora il salto di qualità rispetto al "vecchio" Renzi della kermesse fiorentina. È convincente l'analisi sulla "diversità" della sinistra (unico argine in Europa di fronte all'onda sovranista e populista che tutto sommerge in nome della paura). È insufficiente la riflessione sulla sua vera "identità". Per essere davvero un "partito di eredi", e non di "reduci", il Pd dovrebbe sapere cosa c'è da salvare, in quell'asse ereditario. E invece non lo sa. Non sa dire come si difendono i diritti sviliti nel lavoro e nella globalizzazione. Non sa spiegare come si combattono le povertà emergenti e le disuguaglianze dilaganti.

Non lo sa perché, se c'è un limite nel renzismo, sta proprio in questo deficit di visione. C'è una entusiasmante "energia futurista", c'è un'apparente "bulimia riformista" (come dice Tommaso Nannicini). Ma quello che manca è un nuovo disegno di società. A chi parla il Pd, dopo la sconfitta del partito della nazione? Quali pezzi di Paese deve recuperare, dopo la disfatta referendaria del 4 dicembre? Per rideclinare i valori della sinistra moderna non basta il vago "prendersi cura" post-veltroniano. Non basta la parola "compagni" (che sulla bocca di Renzi suona come un esorcismo, più che un virtuosismo). Soprattutto, non basta il fantasma di Gramsci, perché è proprio sulla nuova "egemonia culturale" da sottrarre ai Cinque Stelle che il Pd ha le contraddizioni più patenti, e quindi le responsabilità più pesanti.

Renzi denuncia la deriva anti-sistema e la delegittimazione degli istituti della democrazia rappresentativa. Contesta l'offensiva anti-casta e la devastazione dei principi del garantismo giuridico. Ma mentre accusa giustamente di tutto questo i pentastellati, dovrebbe guardarsi allo specchio. E dovrebbe riflettere, proprio in termini di "egemonia culturale", su quanto ha ceduto lui stesso a quello che ho definito "grillismo di palazzo", inseguendo la piazza invece di governarla. Quando ha presentato agli italiani il referendum costituzionale come "uno strumento per tagliare finalmente le poltrone e i costi della politica". Quando ha giustificato l'urgenza delle elezioni anticipate a giugno con la necessità di "impedire che i parlamentari intaschino il vitalizio". Quando ha preteso le dimissioni di ministri neanche indagati, ma tutt'al più impelagati in pasticci familiari molto simili al suo (da Idem a Cancellieri, da Lupi a Guidi). Persino quando ha lanciato la piattaforma dem per il web e l'ha chiamata "Bob", per contrapporla al "Rousseau" della premiata ditta Casaleggio & Associati.....

Oltre che una "missione identità", Renzi deve poi compiere una "operazione verità". Non solo sulla vicenda Consip e sul Giglio Magico, quanto sullo scenario politico nel quale precipita la sua "ripartenza", da candidato segretario e poi da candidato premier. Uno scenario non più maggioritario, che dunque implica un cambio di paradigma della "vocazione" del Pd. Un partito non più auto-sufficiente, che dovrà invece ri-federare una sinistra logorata, incattivita e divisa. È lui l'uomo giusto, per tentare l'impresa? Con quali basi programmatiche? Con quali alleanze politiche per il dopo-voto? Pisapia-Bersani- D'Alema o Berlusconi-Alfano-Verdini? È la stessa domanda che gli rivolge l'ex sindaco di Milano dal Teatro Brancaccio, alla presentazione del suo "Campo progressista". Ed è una domanda non più eludibile.


L'unica cosa certa è che, per quanto fiaccato e ferito, il Pd resta il solo avamposto possibile intorno al quale ricucire la tela strappata delle riforme in Italia, e il solo cardine possibile intorno al quale riorientare la democrazia minacciata in Europa. Resta da capire se sarà all'altezza del compito. La ricerca velleitaria di un ipotetico "oltre" non ha funzionato, perché "oltre la sinistra" c'è solo la destra, quella del partito- azienda di Berlusconi o quella del partito-algoritmo di Grillo. La rincorsa identitaria a un generico "altro" non ha pagato, perché
l'Italia di Veltroni e Renzi non è l'America di Kennedy e Obama. È la tragicomica lezione che ci ha lasciato a suo tempo il grande Edmondo Berselli: " I care, we can, they win... ". Quell'errore, oggi, la sinistra non se lo può più permettere.

domenica 5 marzo 2017

Crescentino, quello spaventoso vuoto culturale

La cultura non è soltanto quella cosa noiosa che si studia a scuola, e che ci dà le basi per capire il mondo. La cultura è anche il modo personale con il quale affrontiamo questo mondo, unito ai modi di tutti gli altri che ci circondano e che condividono il senso dei nostri valori.
I nostri valori sono un universo che viene costruito attraverso il contatto con vari fenomeni che accadono intorno a noi, anche nostro malgrado, sui quali abbiamo un giudizio di qualità.
Scusate il pippone, gente mia. Ma ogni tanto ci vuole, dobbiamo ripartire. 
Se uno sta in una foresta e senza neanche internet, il suo universo di riferimento saranno le piante, il tempo meteorologico che le condiziona, i frutti che gli permetteranno o no di nutrirsi. 
Nelle società cosiddette evolute, tanti sono i punti di riferimento per la crescita della nostra cultura. La tv, la compagnia dei parenti e degli amici, le letture o le non letture, internet e tutta una somma di esperienze che vengono dall'interagire di tutte queste realtà con noi.
Se non abbiamo stimoli, se non ci apriamo a nuove esperienze e ad altre culture, la nostra curiosità, il desiderio di avere interessi, si ridurranno. I nostri orizzonti saranno limitati, saremo tristi, apatici, diffidenti verso tutto e tutti. 
Il pippone di cui vi richiedo scusa mi è ispirato dalla realtà che ci circonda, e anche dalla lettura settimanale dei giornali locali che si sono ridotti senza più la Gazzetta negli ultimi mesi. Sulle pagine di Crescentino ci sono solo furti, allarmi che suonano invano, telecamere che sono necessarie ma Mosca protesta che la proposta del Comune non è convincente. Dal Comune, purtroppo, in materia di attività culturali, siamo allo zero assoluto. Su "Sei di Crescentino se", per lo più si perdono gatti o si ritrovano cani. Cosa degnissima, ma non basta.

Manca ormai del tutto, nella nostra realtà locale, il senso di iniziative di gruppi e singoli. Non siamo più una comunità. Zero serate dove discutere o ascoltare qualcuno che viene a raccontare qualcosa che non siano solo crisi, disgrazie e affini. Serate dove anche litigare magari, ma vivere.
E credetemi, fa male vivere così. Questo disperato vuoto di rapporti, di convivenze e condivisioni intorno a temi come la vita, la cultura intesa nel senso tradizionale, i temi e i problemi da sviscerare per trovare forza e nuova linfa, ci uccide dentro. Non abbiamo più una stagione teatrale, l'ultimo dibattito pubblico era del PD che attraversava tempi migliori e ora cos'altro può fare se non tacere.
Ma vivere così, davvero, ci fa male. 




lunedì 27 febbraio 2017

Il dietro-front comunale sui migranti (e che brava la asd Crescentinese)

Ci sono accadimenti che strisciano leggeri nella loro pesantezza. Vale la pena registrarli.
La pesante campagna dell'Amministrazione Greppi contro i migranti, fin dai primi arrivi, le gesta di Speranza da uomo-sandwich, il muso duro contro un fenomeno che fra cento anni i libri di storia catalogheranno come un passaggio epocale della cosiddetta civiltà occidentale, tutto questo piano piano si è sciolto come neve al sole, per far posto da parte dell'Istituzione locale ad un atteggiamento collaborativo con la Prefettura e le cooperative che gestiscono i profughi.
Cos'è successo? 
Dapprima fu - mesi fa - la squadra di calcio asd Crescentinese, che trovatasi davanti questi ragazzi mentre giocavano a pallone non avendo altro di più utile da fare, ha finito per dar loro una mano incaricandoli di piccoli lavoretti di manutenzione, e inglobandoli insomma in un progetto minimo ma spontaneo, che ha dato i suoi inaspettati frutti umani. 
Già. Meno proclami, più esseri umani. Con semplicità.
Forse, senza la semplicità degli uomini della Crescentinese, non si sarebbe risvegliato nemmeno il buon senso in Piazza Caretto. Adesso dialogano, avviano un progetto di pubblica utilità: dopo aver contemplato i Comuni intorno più piccoli ma più svegli che da mesi hanno avviato progetti utili anche alla comunità, si rassegnano ad assegnare alcuni di questi ospiti non così tanto graditi ai lavori socialmente utili. Pulizia della Città, piccoli lavori di manutenzione.
Meglio di niente, per l'Amministrazione che voleva fare il pugno duro. 





giovedì 23 febbraio 2017

Un pazzo, un sant'uomo o un traditore? Emiliano si lancia


In questi giorni di travagli e di fughe illustri dal PD, il Governatore della Puglia Emiliano ha invece deciso di rimanere e di candidarsi alla segreteria, contro Renzi. Una decisione non molto popolare, in verità: c'è chi gli ha dato del pazzo, chi lo ha definito Don Chisciotte, i più hanno preferito metterlo nella categoria dei traditori. 
Stasera, ospite a La7 della Gabbia, ha raccontato il suo pensiero. 
Riferisce l'Ansa:
"Renzi sperava di essersi liberato della sinistra, ma si è sbagliato, sono ancora qui". Ha definito Renzi "arrogante, scalatore sociale", al quale "piacevano gli aerei di stato".
"Vado al Congresso a mani nude contro una corazzata: dall'altra parte ci sono i soldi, organizzazione e quant'altro". Per questo si è augurato che alla segreteria "si candidi anche Orlando", in modo da rendere "meno impari" la battaglia a fronte di un Renzi "molto determinato".
E ancora: "Ho sofferto perché avrei voluto che Enrico Rossi (governatore della Toscana, NDR) e Roberto Speranza si candidassero all'interno del PD, ma ho capito che sono andati via con delle giustificazioni data l'arroganza con cui i dirigenti del partito li hanno trattati. Spero, se divento segretario, di riportarli a casa loro nel PD".
La vedo durissima, su tutti i fronti. 

mercoledì 15 febbraio 2017

PD, la scissione è dietro l'angolo


Solo un attacco di senso di responsabilità nei confronti del Paese che soffre (e investe la metà rispetto alla Bulgaria in ricerca scientifica), potrebbe salvare quel che resta del PD dopo anni rancorosi. Scorre sangue amaro fra il "ducetto" Renzi e la vecchia sinistra di Bersani e di tutti i cespugli cresciuti all'ombra di questa gigantesca foresta del malcontento, senza mai un chiarimento durante il mandato del Segretario. Forse era inevitabile che finisse così. 
Qui l'inviata del Corriere della Sera ci racconta la rava e la fava (ma il finale è tutto da scrivere, ancora)

Monica Guerzoni per il “Corriere della Sera”


Al terzo giro del Transatlantico di Montecitorio, un Pier Luigi Bersani gonfio di parole e di angoscia per il rischio di una spaccatura insanabile lancia un ultimo appello «a chi è vicino a Renzi». Ad Andrea Orlando, a Dario Franceschini, a tutti i capicorrente: «Io da lui non mi aspetto più nulla, ma chi ha buon senso ce lo metta. Siamo a un bivio molto serio e la sua linea ci sta disintegrando. La scissione? C' è già stata, abbiamo perso per strada un sacco di gente e io mi chiedo come possiamo recuperarla...In direzione ho visto solo dita negli occhi».

Mollerete gli ormeggi? «Io voglio bene al Pd, ma se diventa il "Pdr" non gli voglio più bene». Le tensioni No al Partito di Renzi, no a un congresso «cotto e mangiato» prima della legge elettorale e delle Amministrative, no ai capilista bloccati («ma diamo i numeri?»), no al voto anticipato: «Ci vuole un chiarimento sul sostegno a Gentiloni. Non puoi lasciare un Paese nel frullatore. Qui c' è un elemento di irresponsabilità».

Per Bersani «il collettivo non può essere un gregge» e se Franceschini, Orlando, Delrio e gli altri non batteranno un colpo prima dell' assemblea di domenica, lo strappo sarà inevitabile. Bersani non si sente più a casa, è pronto davvero a sbattere la porta e aveva persino pensato di disertare l' appuntamento chiave: «Se andrò all' assemblea? No lo so, vediamo se arriva qualche riflessione». Mezz' ora dopo, sempre Bersani: «Ci andrò sicuramente. Non manco mai agli appuntamenti del partito».

IL DOCUMENTO
Ansia, incertezza, attesa. Riunioni segrete e riunioni smentite. Nessun contatto tra renziani e minoranza. Finché alle sette di sera il Nazareno batte un colpo e fa sapere che 10 sindaci e 3 governatori hanno firmato un documento a sostegno della linea del leader: «Il congresso è l' antidoto naturale al pericolo di scissioni».

Ma i rapporti sono ormai così sfilacciati che Enrico Rossi paventa una scissione ancor prima del congresso: «Il segretario vuole accentuare il carattere renziano del Pd, spostando il partito ancora più a destra».

Nei capannelli nervosi dei deputati tiene banco il sospetto che Renzi sia persino tentato dal favorire la scissione, per farsi un partito tutto suo in grado di trattare con Berlusconi e intercettare il suo elettorato. Bersani è incredulo: «È così masochista?». Ma un dirigente vicino a Renzi conferma la suggestione: «Noi la scissione non la cerchiamo. Però se Speranza e Bersani vogliono andarsene, vadano. L'importante è che finisca il logoramento quotidiano».

LE DIVERSE STRATEGIE 
Al Nazareno si sono convinti che Cuperlo, Rossi e Orlando non usciranno e che il rischio riguardi i soli bersaniani. Rischio relativo, agli occhi di Renzi e compagni, che non si mostrano troppo spaventati all' idea di perdere l' ala sinistra: «Tanto Orfini, Martina, Finocchiaro, De Luca, Bonaccini e tanti altri ex ds di peso stanno con noi».

Chi è dato ormai per perso, senza rimpianti da parte dei renziani, è Massimo D' Alema. Per il leader del fronte del No, convinto che la direzione sia stata gestita in modo irresponsabile, il lungo viaggio che porta fuori dal Pd è iniziato: l' ex premier nelle prossime settimane è atteso a Lecce, Benevento, Genova, Savona, Bergamo, Brescia...
Franceschini lavora per convincere il segretario a diluire i tempi del congresso. Martina offre a Renzi la sua mediazione per «scongiurare la scissione».

Cuperlo spera in un sussulto di responsabilità che porti a una ricucitura: «Rompere sarebbe una sciagura». Anche Orlando prova a sventare lo strappo della sinistra. Invoca una «moratoria degli attacchi», sprona Renzi a non «smarrire la strada» e insiste nel proporre una conferenza programmatica: «Bisogna mettere al bando la parola scissione».

martedì 14 febbraio 2017

Renzi si dimetterà sabato. Il dibattito in Direzione del PD

Non da oggi questo blog segue le vicende del PD, che il 13 febbraio con la Direzione ha iniziato la resa dei conti. Renzi avrebbe dovuto dimettersi ma non lo ha fatto, pare che accadrà  a fine settimana durante l'Assemblea Nazionale. Ho scovato questo stringato ma completo riassunto della giornata di oggi su La Repubblica online. Vi avverto, è lunghissimo: ma per capirci qualcosa almeno questo bisogna leggerlo, dai.


Piero Matteucci e Monica Rubino per la Repubblica
"Si chiude un ciclo alla guida del Pd". Così Matteo Renzi, alla direzione convocata in via Alibert a Roma, lascia capire che si dimetterà per anticipare il congresso del partito. Che si terrà con le "stesse regole dell'ultima volta", ossia nel 2013, quando Gianni Cuperlo sfidò l'ex premier e l'assise si concluse in due mesi e mezzo.

IL RITORNO DEI CAMINETTI
"Dopo il 4 dicembre le lancette della politica sono tornate indietro, quasi ai tempi della Prima Repubblica: sono tornati i caminetti, ci si perde nei litigi e non si fanno proposte", esordisce Matteo Renzi (maglioncino alla Marchionne, alla sua destra il premier Paolo Gentiloni) dopo aver intonato l'inno nazionale assieme all'assemblea. Poi, rivolto alla minoranza interna, afferma: "Basta amici e compagni, diamoci una regolata tutti insieme. Non è possibile che tutto venga messo in discussione".

La sconfitta del 4 dicembre
A chi lo accusa di non aver discusso a sufficienza la disfatta referendaria risponde: "L'analisi del voto l'abbiamo fatta: io ho pagato il pegno, mi sono dimesso. Se l'errore principale della campagna elettorale è stata la personalizzazione, ho cercato di evitare la personalizzazione almeno nel post referendum". E poi aggiunge: "Da due mesi la politica italiana è bloccata. Improvvisamente è scomparso il futuro da ogni narrazione. L'Italia si è rannicchiata nella quotidianità".

No al ricatto sul calendario 
Dopo un'ampia panoramica sui principali fatti accaduti nel mondo (dalla Cina cha apre al libero mercato agli Usa di Trump che si chiudono nel protezionismo fino alle regole dell'Europa da cambiare non da violare), Renzi arriva al punto e rivolto alle opposizioni dem chiarisce: "Si dice o fai il congresso prima delle elezioni o me ne vado. Mi sembra un ricatto morale e sono difficilmente incline a cedere ai ricatti. Fare il congresso come alternativa al renzismo? Troppo onore, il congresso si deve fare come alternativa al trumpismo, al lepenismo, al massimo al grilliamo".
E poi aggiunge: "Non voglio nessuna scissione: se deve essere, sia una scissione sulle idee, senza alibi, e non sul calendario. Agli amici e compagni della minoranza voglio dire: mi dispiace se costituisco il vostro incubo, ma voi non sarete mai il nostro avversario, i nostri avversari sono fuori da questa stanza. Non possiamo più prendere in giro la nostra gente".

Congresso come l'ultima volta
Quindi, tornando sul congresso, conclude, senza annunciare apertamente le sue dimissioni ma facendole sottintendere: "Facciamo il congresso, non sarò il custode dei caminetti. Usiamo le regole dell'ultima volta (quelle del congresso in cui si sfidò con Gianni Cuperlo) ma torniamo alla politica". E riepiloga i suoi successi: "Ho preso un partito al 25% e l'ho portato al 40,8%. Ho dato una casa europea al Pd, inserendolo nel Pse. Ma ora si chiude il ciclo. E chi perde rispetta l'esito del voto. Io non dico andate, dico venite, confrontiamoci, vediamo chi ha più popolo".

LE ELEZIONI 
Per Renzi non c'è urgenza di andare al voto: "Il congresso del Pd non si fa per decidere quando si va alle elezioni politiche: prima o poi si andrà a votare. Il Congresso serve per essere pronti quando ci sarà il voto". Contro l'ipotesi di elezioni anticipate si è schierato anche l'ex premier Romano Prodi: "Si voti al tempo dovuto, nel 2018, con collegi uninominali".

La polemica sulle tasse
Renzi conferma infine stima e lealtà al ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, a dispetto di quel gruppo di una quarantina di deputati renziani che ha firmato qualche giorno fa la mozione anti-tasse. E, trasgredendo la sua promessa di non usare più slide, il segretario dem mostra il grafico della curva del debito pubblico, che è sceso nei mille giorni del suo governo.
Nel suo intervento Renzi ha dunque disegnato la road map del Pd nei prossimi mesi, da condividere con una lettera inviata a tutti gli iscritti che contiene sinteticamente tutti i punti enumerati in direzione.

Le opposizioni interne: Cuperlo
Ma le opposizioni interne non si fidano e continuano ad attaccare. Gianni Cuperlo, primo ad intervenire dopo il segretario, però, sottolinea che l'avversario non è Renzi: "Matteo tu non sarai mai il mio avversario. Gli avversari non sono dentro questa sala, tu non hai avversari qui dentro. L'avversario è fuori ed è la destra. Ma il punto è se la tua politica sia quella giusta per sconfiggere la destra", ha detto, insistendo sulla necessità di una 'svolta radicale' nella linea politica, dopo una 'discussione vera'.
"La domanda che poniamo a tutti noi è se chi ha avuto il compito di guidare questa fase, un 'chi' collettivo con luci e ombre, è ancora in grado di porsi alla testa in questa stagione". Bene, quindi, la decisione di convocare il Congresso, ha detto, ma senza 'resa dei conti': "Chi dice contiamoci e vediamo chi ha i voti, usa solo un pedale della bicicletta, ed è difficile restare in equilibrio". E sulle elezioni "conta il quando, ma più il come. Il come è come evitare il quinto governo di larghe intese. Matteo hai ragione, il congresso non si fa per decidere la data del voto. Si fa per decidere cosa dire agli italiani prima che vadano a votare. In questo c'è il legame con la discussione. E poi serve ad aiutare Paolo e il governo".


La preoccupazione di Bersani
"Io sono preoccupato. Dobbiamo vedere se, a prescindere da quello che abbiamo pensato, che è improponibile, a questo tornante c'è qualcosa che ci tenga assieme". L'ex segretario Pd Pier Luigi Bersani, intervenendo in direzione Pd, ha manifestato i suoi timori: "Noi oggi non possiamo accontentarci di artifici retorici, diverse opinioni, frizzi e lazzi... Dobbiamo prendere delle decisioni, per noi, ma prima di tutto per l'Italia. Perché noi stiamo governando questo Paese".
E ha insistito: "È vero o no che una parte di popolo non ci sopporta? Abbiamo questo problema". Per Bersani è necessario fare qualcosa, non solo parlarne, perché avverte: "noi non accoltelliamo alle spalle, avvertiamo che la destra arriva. Ce l'abbiamo già sotto i piedi se conosciamo l'Italia. Questa è una destra che se non togliamo noi i voucher li toglie lei. È una destra sovranista, protezionista. È un campo di idee che sta entrando anche in casa nostra. Sta sviluppando egemonia. Ecco perché serve un campo largo".

Sul Congresso, Bersani ha sottolineato: "Non è vero che mancano le idee, lo dice chi non ce le ha, ci mancano luoghi per discutere, confrontare e affermare le idee. Se diciamo Congresso stiamo dicendo questo o perdiamo l'ultimo treno. Non facciamo le cose cotte e mangiate, organizziamo anche in preparazione del Congresso luoghi di discussione". L'ex segretario ha ribadito che il Congresso Pd deve iniziare a giugno, altrimenti saranno solo le assise "del solipsismo, dell'autoreferenzialità" e se Matteo Renzi scegliesse di accelerare "si apre un problema molto serio".

Bersani a Renzi
Poi, rivolto a Renzi, ha esortato: "Prima di tutto il Paese. Quindi la prima cosa che dobbiamo dire è quando si vota. Comandiamo noi, possiamo lasciare un punto interrogativo sulle sorti del nostro governo? Non possiamo o mettiamo l'Italia nei guai. Io propongo che diciamo non solo il 2018, ma garantiamo davanti all'Europa, i mercati, gli italiani, la conclusione ordinaria della legislatura". E ha concluso: "Non possiamo parlare come la sibilla, lasciare la spada di Damocle sul governo per cui ci si aspetta che si dimetta in streaming...".

Orfini replica a Bersani
A Bersani ha replicato Matteo Orfini: "Vogliamo ancora provare a costruire l'unità tra di noi? Dopo il 4 dicembre abbiamo discusso sul fare o no un Congresso, abbiamo fatto una valutazione: arrivare a scadenza naturale, abbiamo provato a farlo, ma è aumentata la conflittualità interna, da quando abbiamo deciso di decantare, dopo il 4 dicembre, abbiamo assistito a tutto, tranne alla decantazione". E ha insistito: "Il Congresso è stato minacciato e agitato. Il Congresso dura poco? A me sembra che il problema del nostro partito è che il Congresso non finisca mai".
Orfini ha poi evidenziato che "la precarizzazione della mia generazione nasce con i governi di centrosinistra. Perché abbiamo introdotto la flessibilità, ed era giusto, ma non abbiamo adeguato il welfare. Ed è nata la precarizzazione"
Il presidente della Toscana Rossi
Non nega che ci sia stato impegno, ma i risultati non sono stati adeguati il presidente della Regione Toscana Enrico Rossi: "Un conto è stato il risultato elettorale alle Europee, altro conto è una sequela di risultati sui territori che non sono stati assolutamente incoraggianti - ha detto nel suo intervento -. Dobbiamo domandarci se la nostra azione di governo è stata adeguata. Io non dico che non c'è stato impegno. Quello che a mio parere è mancato - ha aggiunto - sono alcune scelte fondamentali. E persino una visione di fondo del Paese. E cioè quali forze sociali vogliamo aiutare e quale sistema di alleanze vogliamo perseguire. Su questo non siamo stati adeguati".
Per il governatore è chiaro che "si è esaurita una fase e non si tratta di mettere i discussione nessuno. Non credo di offendere nessuno se dico che c'è stata, anche prima di Matteo, una sinistra troppo accondiscendente al mondo così com'è...Possibile che un partito come il nostro non riesca a trovare un linguaggio per fare capire che il mondo così com'è non è il nostro orizzonte?", ha aggiunto Rossi secondo il quale "Dobbiamo uscire da un riformismo troppo debole, e proporre un cambiamento più robusto della società".
La vicesegretaria Serracchiani
Il Congresso va fatto, ma deve essere un 'Congresso vero', ha detto la vicesegretaria del Partito Democratico, Debora Serracchiani: "Non è una questione di tempistiche, ma di serietà di ciò che andiamo a fare. Abbiamo bisogno di coinvolgere i nostri iscritti, militanti e simpatizzanti cosa pensano di questioni chiave come immigrazione, ius soli, abolizione delle province".
Ma un Congresso che non duri 8 mesi e "Non un congresso che portiamo all'interno di questo governo perché faremmo il male del governo e del Pd - ha spiegato -. Nessuno mette in dubbio la lealtà al governo Gentiloni. Mettiamo in campo il Pd, non i pd, perché ce n'è uno soltanto. Nessuna resa dei conti, ma non voglio sia l'ennesimo pezzo di un Congresso permanente del Pd". Per Serracchiani, uno dei punti di debolezza del Pd è che parla con troppe voci diverse, mentre "la voce della destra è più forte, unica, parla con parole semplice e rappresenta anche le paure della sinistra italiana a cui non stiamo dando risposte".
Il Governatore Emiliano
Il governatore della Puglia  Michele Emiliano, ha ribadito che "quella di candidarmi alla segreteria è una cosa che sento di fare, necessaria": "Io non appartengo a nessuna corrente. Sono un singolo. Ho sostenuto Renzi per il cambiamento, ma in questi 1.000 giorni io molte volte non ho capito dove voleva andare", ha detto. E ha accusato il segretario di essere apparso, a volte, troppo lontano dagli elettori.

La rabbia del vicesegretario Guerini
Un ring insomma, che fa infuriare il vicesegretario Lorenzo Guerini: "Basta logoramento interno" dice e il vicepresidente dem Matteo Ricci incalza al Gr1: "Hanno paura del congresso anticipato perché sanno che gli elettori del Pd stanno dalla parte di Renzi". Il deputato renziano Matteo Richetti si augura "un chiarimento definitivo, che dopo consenta di procedere uniti, sapendo che il Pd e la sua leadership sono un valore per tutti". Mentre il suo collega d'aula e segretario del Pd toscano Dario Parrini si definisce "sconcertato dalla leggerezza di chi agita scissioni" e scrive su Facebook